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Perché i file Epstein tengono in ostaggio l’Occidente?

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The Storm
Marzo 20, 2026

Perché i file Epstein tengono in ostaggio l’Occidente?

Nel 1928, Edward Bernays — nipote di Sigmund Freud, padre fondatore delle relazioni pubbliche moderne — scrisse una frase che nessun manuale di geopolitica del Novecento ha mai citato abbastanza: “La manipolazione cosciente e intelligente delle opinioni e delle abitudini organizzate delle masse è un elemento importante in una società democratica.” Non era una denuncia. Era la descrizione di un mestiere.

Questo era il 1928. Prima della televisione. Prima di internet. Prima dell’intelligenza artificiale. Fate voi i conti su cosa sia possibile oggi.

Partiamo però da un fatto concreto, quello che senti ogni volta che fai il pieno o paghi la bolletta: il prezzo dell’energia in Europa non smette di salire. La spiegazione ufficiale cambia a seconda della stagione. Ma c’è una domanda che la stampa mainstream si rifiuta di porre: e se una componente di questo schema non fosse di mercato, ma politica? E se le mani che regolano certi rubinetti stessero eseguendo istruzioni che non hanno nulla a che fare con l’offerta e la domanda?

Per rispondere bisogna essere disposti a guardare tre livelli simultaneamente: l’archivio di ricatti che si chiama caso Epstein, lo stretto di Hormuz e la sua chiusura, e una guerra valutaria in corso da anni di cui quasi nessuno parla con la dovuta chiarezza. Sono tre facce dello stesso prisma. E al centro di quel prisma c’è un giocatore che molti continuano a descrivere come impulsivo e imprevedibile — quando invece, a guardare l’intera scacchiera, sta muovendo pezzi con una coerenza che fa tremare chi ha qualcosa da perdere.

Prima di procedere, vale una premessa necessaria. Quando il 28 febbraio iniziarono gli attacchi a Teheran, Trump annunciò esplicitamente almeno cinque o sei settimane di operazioni prima della fine del conflitto. Non è ancora trascorso un mese. Chi parla già di fallimento sbaglia il parametro temporale prima ancora dell’analisi. La partita è ancora in corso. E per capirla bisogna vederla intera, non per episodi.

La testa del serpente

C’è un gesto diplomatico di questi giorni che vale più di mille editoriali e che la stampa italiana ha sostanzialmente ignorato. Il 13 marzo, il Ministero degli Esteri russo ha convocato gli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia.

Non l’ambasciatore degli Stati Uniti. Non quello della Cina. Non quello della Germania. Gran Bretagna e Francia.

Per chi ancora fatica a vedere il disegno complessivo, questo è il segnale più chiaro disponibile: Mosca sa chi è la testa del serpente. E lo sta dicendo pubblicamente, attraverso il linguaggio della diplomazia — l’unico linguaggio che non può essere smentito o ritrattato. La ragione è altrettanto eloquente: la Gran Bretagna ha lanciato missili Storm Shadow sulla Russia dall’Ucraina, con personale militare britannico. Tecnicamente — e questa non è retorica — la Russia potrebbe rispondere direttamente sul territorio britannico. Il fatto che non lo abbia ancora fatto non significa assenza di volontà: significa che Mosca procede per tappe, costruendo il consenso narrativo necessario prima di ogni passo successivo.

Nel frattempo, la Francia ha garantito a Israele che potrebbe contare sui propri tecnici militari nel caso in cui decidesse di lanciare ordigni nucleari sull’Iran. Non è una voce: è una notizia che ha generato la risposta russa. Chi sostiene ancora che il nemico sia l’America con la K deve spiegare perché Mosca convoca Londra e Parigi, non Washington.

Questo non è un dettaglio secondario: è la struttura della crisi. Londra e Parigi sono i gestori storici del Medio Oriente — dall’accordo Sykes-Picot del maggio 1916, quando quella regione fu spartita a tavolino tra le due potenze coloniali disegnando confini su base petrolifera e non etnica, fino ad oggi. Israele è stato lo strumento di quel controllo. L’IRGC iraniano ne era, paradossalmente, il contrappeso funzionale — un nemico abbastanza minaccioso da giustificare la presenza militare occidentale, abbastanza controllabile da non diventare mai davvero pericoloso per chi tirava i fili.

L’architettura del controllo

Quello che emerge dall’incrocio dei documenti disponibili — distinguendo con precisione ciò che è documentato da ciò che è plausibile e da ciò che rimane ipotesi — è un sistema a tre livelli sovrapposti che avrebbe reso Jeffrey Epstein non solo un gestore di ricatti sessuali, ma un nodo finanziario e politico di primo livello per operazioni che dovevano restare fuori dal perimetro visibile della CIA e dell’FBI ufficiali.

Il primo livello era finanziario. L’Iran vendeva petrolio attraverso entità offshore, aggirando le sanzioni con le stesse tecniche documentate in altri contesti, dalla Corea del Nord ai cartelli sudamericani. I proventi entravano in un sistema di triangolazione e venivano ripuliti attraverso strutture bancarie in Lussemburgo, Svizzera e nella City di Londra. Da lì, il denaro si divideva su due binari: finanziamento di operazioni di influenza nei paesi occidentali e pagamento della quietanza a esponenti politici europei.

Il secondo livello era il controllo politico: la leva coercitiva per via documentale che trasformava la diplomazia in obbedienza. Se esponenti dell’IRGC — e secondo alcune ricostruzioni anche figure legate alla Fratellanza Musulmana — avevano accesso a porzioni dell’archivio compromettente costruito da Epstein nel corso di vent’anni, allora ogni politico europeo documentato in quelle circostanze non stava esercitando la sua sovranità diplomatica. Stava eseguendo istruzioni. Il terzo livello era la penetrazione capillare attraverso reti collegate alla Fratellanza Musulmana in quasi ogni paese europeo, con l’obiettivo di controllare due leve simultanee: i flussi migratori e il prezzo dell’energia.

Tre componenti, un sistema. E un archivio che vale più di qualsiasi esercito.

Il potere che muove i prezzi: i Lloyd’s e lo SWIFT

Per capire come questo sistema funziona concretamente sul prezzo dell’energia, bisogna guardare chi assicura le navi che trasportano il petrolio — e chi autorizza le transazioni che lo pagano.

I Lloyd’s di Londra non sono un’assicurazione nel senso convenzionale. Sono un mercato di entità distinte che decidono autonomamente cosa assicurare, a quale prezzo e con quali condizioni. In condizioni normali, la war risk insurance incide per lo 0,01% del valore della nave: circa diecimila dollari per viaggio su una petroliera da cento milioni. Quando i Lloyd’s dichiarano che una rotta è ad alto rischio, quel premio può moltiplicarsi per cinquecento. Quella differenza non rimane nei bilanci delle compagnie armatoriali: si trasferisce sul prezzo del carico, poi sul prodotto finito, poi sulle bollette. Chi paga è sempre il consumatore finale.

Accanto ai Lloyd’s esiste un secondo pilastro: il consorzio SWIFT. Non è una banca — è un sistema di messaggistica interbancaria attraverso cui transitano le autorizzazioni a tutte le transazioni commerciali internazionali. Duemila banche che dicono sì o no al commercio mondiale. È il semaforo dell’economia globale. E come i Lloyd’s, è strutturalmente connesso alla finanza dinastica angloeuropea — HSBC, BNP Paribas, Crédit Agricole ne sono le colonne portanti. Con la chiusura di Hormuz, le transazioni che normalmente richiedevano ore restano congelate per giorni, mentre quelle in stable coin si completano in pochi secondi. SWIFT è un dinosauro che si muove lentamente — e la crisi lo sta mostrando a tutti.

La cosa straordinaria è che i Lloyd’s non prevedono il rischio. Lo creano. E il denaro che i syndicate usano per operare non è, in larga parte, denaro loro: è denaro preso in prestito da fondi alimentati dai contributi previdenziali di milioni di lavoratori. Chi specula sulla crisi di Hormuz non rischia il proprio patrimonio. Rischia il nostro.

La partita nucleare

C’è una dimensione della crisi attuale che quasi nessun commentatore affronta con la necessaria franchezza: quella nucleare. E non nel senso astratto del rischio di escalation, ma in senso molto concreto.

Israele possiede un arsenale atomico di dimensioni sconosciute — le stime variano da una manciata di testate a oltre duecento, con una tale discordanza che rende impossibile qualsiasi dato numerico affidabile. Dal 1948 a oggi, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica non ha mai potuto ispezionare il sito di Dimona, dove si trovano le installazioni nucleari israeliane. C’è stata una sola eccezione parziale durante il periodo Kennedy — ma fu sabotata con informazioni false. Kennedy non ci cascò. Pochi mesi dopo era morto. La sequenza, come la tempistica, merita di essere ricordata senza commento.

La Francia — secondo quanto emerso e che ha motivato la convocazione degli ambasciatori da parte di Mosca — ha garantito a Israele l’assistenza tecnica francese in caso di lancio di ordigni nucleari sull’Iran. È una notizia che ridefinisce completamente il perimetro della crisi: non stiamo parlando di una guerra convenzionale con componenti missilistiche, ma di uno scenario in cui una potenza nucleare europea è disposta a sostenere attivamente un’altra potenza nucleare non dichiarata in un attacco atomico.

La risposta russa non si è fatta attendere — ma ha preso la forma che solo chi conosce il linguaggio della deterrenza sa leggere. Sommergibili russi sono affiorati in acque strategicamente rilevanti, si sono fatti osservare, poi sono ridiscesi in profondità. Non è un esercizio. È un messaggio calibrato alla frequenza che Londra, Parigi e Tel Aviv capiscono: se qualcuno premesse il bottone, le conseguenze sarebbero immediate, simmetriche e irreversibili. Londra, Parigi e Tel Aviv cesserebbero di esistere nel giro di minuti.

È plausibile, in questo contesto, che sia proprio questa certezza — non la diplomazia, non i diritti internazionali — a tenere ferma la mano di chi potrebbe essere tentato di alzare ulteriormente la posta. La deterrenza nucleare funziona ancora. Ma funziona perché qualcuno ha fatto la fatica di renderla credibile e visibile. Quei sommergibili erano il messaggio più chiaro disponibile in questo momento. Quasi nessuno lo ha letto come tale.

L’Iran che nessuno racconta

Vale correggere un errore di prospettiva diffusissimo. L’Iran non è un monolite. In Iran convivono almeno tre forze strutturalmente diverse: una fazione legata all’orbita dell’Arabia Saudita, una direttamente connessa alla City di Londra, e una terza — quella che ha nel presidente Pezeshkian il proprio riferimento — che guarda al nuovo ordine multipolare e vorrebbe trasformare l’Iran in un partner commerciale stabile. Al di sopra di queste fazioni stavano i Pasdaran: non soltanto un esercito, ma un conglomerato economico e ideologico posto da Londra e Parigi a presidio degli interessi anglofrancesi nella regione.

Significativamente, Pezeshkian si è salvato — per la seconda volta — mentre l’intera gerarchia dei Pasdaran veniva decapitata. Non era sulla lista. Prima che la fazione multipolare possa prendere in mano il timone, le resistenze dei Pasdaran devono essere fiacate dall’interno. Gli stessi iraniani che vogliono liberarsi del regime aspettano il segnale per muoversi — ma lo faranno solo quando la resistenza armata sarà sufficientemente indebolita. La guerra non è finita. È nella sua fase più delicata.

Nel frattempo, un segnale concreto è già arrivato: il 16 marzo una nave pakistana — la Aframax Karaki — ha attraversato lo stretto di Hormuz trasmettendo il proprio segnale AIS alla luce del sole, diventando il primo cargo non iraniano a compiere il tragitto nel periodo di crisi. Non è un fatto casuale: è la traccia visibile di un accordo negoziato sottotraccia con i Pasdaran, secondo cui alcune spedizioni selezionate possono ottenere il passaggio sicuro. L’interdizione a Hormuz non è totale e non è per tutti — è selettiva, è politica, ed è essa stessa uno strumento di negoziazione. Chi la gestisce decide chi passa e a quale prezzo. Per ora, l’unica condizione dichiarata dall’Iran è che le compravendite siano state effettuate in yuan digitale. Non è una dichiarazione ideologica: è un cambio di infrastruttura valutaria in tempo reale.

E la chiusura, per quanto ci riguarda direttamente: Russia, Cina e Stati Uniti hanno tutti fatto annunci convergenti per cui la guerra in Iran è da considerarsi conclusa nella sua fase acuta. L’obiettivo dichiarato e non smentito è il ritiro delle basi americane dal Medio Oriente, per lasciare agli stati dell’area lo spazio di costruire un’alleanza militare regionale con lo scopo esplicito di contenere Israele — e di conseguenza Londra e Parigi.

Il crollo del petrodollaro e la rotta che spaventa Londra

Per capire perché la crisi energetica attuale sia strutturalmente diversa da quelle precedenti, bisogna nominare la crisi del petrodollaro. Per cinquant’anni, un accordo implicito ha tenuto in piedi l’egemonia economica americana: i produttori di petrolio vendevano il greggio esclusivamente in dollari. Poi l’Arabia Saudita ha interrotto quell’accordo. L’Iran non vende in dollari dal 2012. Il Venezuela da sette anni vende il proprio petrolio in stable coin ancorate al dollaro. La sostituzione del petrodollaro è già in corso, operativamente, dal basso.

In questo contesto va letta anche la via commerciale terrestre che collegherebbe India e Cina, passando attraverso Iran, Azerbaijan e Turchia, fino all’Italia. Una rotta che renderebbe il canale di Suez economicamente marginale per i traffici tra Asia e Europa — e che toglierebbe a Londra e Parigi, che lo controllano tramite Israele e l’Egitto, il dazio al passaggio e i premi assicurativi che alimentano le loro strutture finanziarie. Stime indicano che un corridoio diretto potrebbe abbattere il costo delle merci importate dall’Asia di circa il quaranta per cento.

È questa — non la religione, non i diritti umani, non la sicurezza di Israele — la ragione strutturale per cui Londra e Parigi avevano tutto l’interesse a mantenere l’Iran destabilizzato, i Pasdaran al potere, e i corridoi commerciali alternativi perennemente bloccati. La prova? L’accordo ENI con i giacimenti venezuelani — siglato dopo la deposizione di Maduro con il supporto americano — e la delegazione italiana che in questi giorni è andata in Iran a negoziare forniture di petrolio per il nostro paese, al di fuori del perimetro dell’Unione Europea. Si sta configurando l’asse Washington-Roma-Mosca che sembrava fantapolitica fino a pochi mesi fa.

Stretto di Hormuz

La vera guerra: chi controlla la valuta del futuro

La chiusura di Hormuz ha colpito direttamente i meccanismi di controllo finanziario del commercio mondiale — in un momento in cui quel controllo era già sotto pressione da una guerra valutaria silenziosa. Le Central Bank Digital Currency sono l’equivalente digitale della facoltà di stampare moneta: controllate dalle banche centrali, sono la continuazione del vecchio sistema con strumenti nuovi. Le stable coin, al contrario, sono controllate da privati.

Il Genius Act di Trump e il blocco del progetto di valuta digitale della Federal Reserve non sono episodi isolati: sono movimenti di una strategia che punta a spostare il controllo valutario dalle banche centrali verso le stable coin ancorate al dollaro. Il prossimo governatore della Fed, Kevin Walsh, ha già chiarito: no alle Central Bank Digital Currency per i cittadini, sì alle stable coin regolamentate, sì al Bitcoin come riserva di valore — l’oro 2.0. Con la DFC americana che offre copertura assicurativa navale nel Golfo a prezzi di mercato reale, per la prima volta in tre secoli lo Stato americano fa concorrenza diretta ai Lloyd’s. BlackRock ha già attivato il gating sul fondo HPS dopo richieste di disinvestimento superiori a 1,2 miliardi di dollari. È la prima crepa visibile nel muro.

Lo scacco al deep state: Trump, Israele e le due mosse nella stessa mossa

È a questo punto che la lettura superficiale della crisi — Trump trascinato da Israele, Trump in balia dei neocon — rivela la sua inadeguatezza. Trump stava giocando una partita a due livelli simultanei. Il primo livello era la campagna contro l’Iran. Il secondo — quello che conta — era uno scacco al deep state nella sua duplice configurazione: le dinastie finanziarie anglofrancesi da un lato, e Israele come fattore di condizionamento dell’America dall’altro.

Attaccare l’Iran e anticiparne la reazione — inclusa la chiusura di Hormuz — significava creare lo shock energetico necessario per mettere in crisi il sistema SWIFT e i Lloyd’s, aprire spazio alle stable coin ancorate al dollaro, far emergere la dipendenza europea dalle rotte controllate da Londra, e usare la scarsità petrolifera come pretesto per riaprire i rapporti con Mosca senza pagare il costo politico di sembrare arrendevole. Tutto in una sola mossa. La scacchiera delle dinastie finanziarie viene messa sotto pressione senza che Trump debba dichiarare guerra a nessuna di esse. È il mercato a farlo al suo posto.

Ma c’è la seconda gamba. Netanyahu voleva una guerra totale con l’Iran abbastanza grande da trascinare gli Stati Uniti in un impegno senza via d’uscita. Trump ha lasciato che Israele colpisse — ma ha anche lasciato che l’Iran rispondesse. Il risultato è un Israele militarmente indebolito, che ha alienato buona parte dell’opinione pubblica mondiale con le operazioni sulle aree civili, e che si trova improvvisamente privato della copertura diplomatica di cui ha goduto per decenni. Un alleato più mansueto. Un alleato che d’ora in poi dovrà negoziare, non dettare condizioni. È la logica di Giulio Cesare al Senato romano: a volte il modo più efficace per ridimensionare chi ti condiziona è lasciare che si esponga abbastanza da non poter più pretendere l’impunità.

La NATO che non esiste: anatomia di un’alleanza vuota

Vale la pena sgomberare il campo da un equivoco sistematico che inquina quasi ogni analisi geopolitica italiana: la NATO non è governata dagli Stati Uniti. Non ha mai avuto un segretario generale americano — dalla sua fondazione a oggi. Il segretario generale è sempre stato europeo: espressione, con puntuale coerenza, dei paesi fondatori che coincidono con quelli che avevano costruito le grandi Compagnie delle Indie. Gli Stati Uniti forniscono circa il novanta per cento di uomini e mezzi e sostengono circa il settanta per cento dei costi. Ma la governance politica è saldamente anglofrancese.

Trump ha chiesto ai partner NATO di scortare le navi commerciali a Hormuz. Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Canada, Giappone, Australia hanno rifiutato. La risposta del ministro della difesa tedesco Pistorius è stata emblematica nella sua eleganza: cosa potrebbe fare la NATO in più di quanto già non può fare la Marina degli Stati Uniti? Un modo sofisticato per sfilarsi. Offre però su un vassoio d’argento all’amministrazione americana il pretesto per ridefinire — o abbandonare — un’alleanza in cui contribuisce quasi tutto e riceve quasi niente quando ne ha effettivamente bisogno.

La NATO non può attaccare i propri amici: è con le mani legate. Sfilandosi da questa richiesta, ha dimostrato pubblicamente di essere ciò che molti sospettavano: non un meccanismo di difesa collettiva, ma uno strumento di proiezione degli interessi anglofrancesi, utile finché Londra e Parigi ne hanno il controllo politico. Senza quel controllo — e senza il contributo finanziario e militare americano — è una struttura di comando senza esercito. Una testa senza corpo. Trump lo sa. E sta aspettando che tutti gli altri lo capiscano da soli.

Il risiko globale: una partita giocata su dodici tavoli

Chi attacca Trump senza tenere insieme tutti i pezzi commette l’errore di chi giudica una partita a scacchi guardando solo una casella. La campagna iraniana non è che uno dei tavoli su cui Trump sta giocando simultaneamente — e forse nemmeno il più importante.

Il tavolo principale è la partita contro la Cina, aperta su tre fronti contemporanei. Hormuz è il primo: tagliare i rifornimenti di petrolio scontato che Pechino riceveva dall’Iran e dal Venezuela — dove ENI e Repsol hanno già siglato accordi con la società venezuelana PdV — significa ridurre la vulnerabilità energetica che la Cina aveva costruito su canali fuori dal controllo americano. Il secondo fronte è l’Ucraina: spingere Zelensky a chiudere con la Russia rimuove una variabile di instabilità che Pechino aveva tutto l’interesse a mantenere aperta. Il terzo è il Venezuela: le riserve di greggio venezuelane sono le più grandi del mondo a livello nazionale — superiori all’Arabia Saudita presa singolarmente. Controllarle significa controllare una leva energetica di dimensioni straordinarie.

Ma il risiko non si ferma al Medio Oriente e all’America Latina. Con l’intervento in Nigeria, Trump ha piantato una bandierina nel continente che la Cina sta comprando sistematicamente da vent’anni. Con l’accordo tra Rwanda e Congo firmato a Washington ha chiuso una delle ferite più sanguinanti dell’Africa centrale. Con le minacce a Thailandia, Cambogia, Azerbaijan e Armenia ha spento fuochi in zone di influenza cinese. Ha mediato tra Etiopia ed Egitto su una contesa idrica che stava diventando una crisi militare. Ha posizionato l’America sulle rotte artiche del futuro con la questione Groenlandia. Ha tagliato i finanziamenti a Hamas, Hezbollah e Houthi simultaneamente. Ha spinto India e Pakistan verso la pace prima che si combattessero. Ha aperto l’ambasciata di Caracas riprendendo il controllo politico del Venezuela. Sta aspettando che Cuba cada da sola.

Chi non vede in tutto questo un disegno coerente — una partita a scacchi giocata su dodici tavoli simultaneamente, come solo i campioni sanno fare — è cieco oppure legge la geopolitica come se fosse cronaca sportiva, guardando la singola partita senza vedere il torneo.

Il Board of Peace, il vertice con Xi e il nuovo ordine che emerge

Il Patto di Abramo — gli accordi di normalizzazione tra Israele e i paesi arabi del Golfo firmati durante il primo mandato Trump — erano la posa della prima pietra di una nuova architettura regionale. Attorno a quel patto, in questi mesi, il panorama dei paesi arabi del Golfo si sta compattando con una velocità che la stampa europea non ha ancora registrato. Il Board of Peace — il meccanismo multilaterale che Trump ha proposto come cornice per il dopoguerra mediorientale — è il completamento di quella logica: un tavolo in cui Israele, depotenziato dalla crisi, è costretto a partecipare come uno degli attori, non come l’attore che detta le condizioni a Washington.

E poi c’è il vertice. Tra fine marzo e metà aprile è previsto in Cina un incontro tra Trump e Xi in cui si tireranno le somme dell’intero risiko. La Cina — apparentemente immobile, in realtà attentissima — ha interessi precisi su tutti i tavoli aperti: tiene a Hormuz, a un Medio Oriente non troppo islamizzato, a una Russia stabile, a una soluzione negoziata su Taiwan. Trump tiene a un’America forte in patria, a un’Europa che si sganci dai conti di Washington e trovi una vera autonomia — con Italia e Germania come paesi leader, non la socialdemocrazia wokista e filocinese che ha governato Bruxelles nell’ultimo decennio. Il Board of Peace potrebbe essere anche il germe di qualcosa di più ambizioso: una struttura che dia nuovo slancio a un’ONU stanca, burocratizzata e inutile.

Calma. La partita è ancora in corso. E chi la giudica dal risultato di una singola mossa, senza vedere la sequenza, non sta analizzando. Sta reagendo.

L’Italia al bivio

In questo quadro, l’Italia occupa una posizione che non viene analizzata con la dovuta attenzione. La delegazione italiana che ha negoziato forniture di petrolio con l’Iran — al di fuori del perimetro europeo — e l’accordo ENI sui giacimenti venezuelani sono segnali che il governo italiano sta cercando di sganciare il paese dai suoi storici padroni anglofrancesi. La convocazione del Consiglio di Sicurezza da parte del Presidente della Repubblica — con la dichiarazione che l’Italia non prenderà parte alla guerra — va letta in questa stessa chiave.

Ma c’è un rovescio della medaglia che sarebbe ingenuo ignorare: nel momento in cui l’Italia si sgancia da Londra e Parigi, questi potrebbero scatenare sul territorio italiano ciò che hanno in stock — una campagna di destabilizzazione che passa per il terrorismo islamico. Non sarebbe la prima volta. La firma di Londra e Parigi su operazioni di questo tipo ha una storia documentata, dal Piano Gladio agli anni di piombo. Chi firma un attacco terroristico in Italia nel 2026 contro un governo che si stia sganciando dall’asse anglofrancese non avrebbe più dove nascondersi.

C’è poi un’altra vicenda che merita attenzione, per quanto ancora nelle primissime fasi: l’arresto di un giornalista con ruolo di funzionario pubblico ad alto livello per pedopornografia, con l’ipotesi di una rete e il coinvolgimento della sua compagna. La struttura del caso — ricatto sessuale, carriera costruita attraverso l’appartenenza a una rete, figure istituzionali coinvolte — richiama schemi già visti. È presto per dire se sia l’inizio di un caso Epstein italiano. Ma è abbastanza per tenerlo sotto osservazione con la dovuta attenzione.

Il dubbio che non si può ignorare

Fin qui, la narrazione potrebbe sembrare lineare: il vecchio sistema viene smantellato da Trump, e al suo posto emerge un ordine più equilibrato. Ma l’analisi onesta deve introdurre una variabile che molti preferiscono ignorare.

World Liberty Financial, la holding della famiglia Trump lanciata nel marzo 2025, emette una stable coin chiamata USD1 e produce circa un miliardo di dollari l’anno di proventi netti, di cui il settantacinque per cento va direttamente alla famiglia Trump. C’è poi Peter Thiel — fondatore di Palantir, principale sostenitore finanziario di J.D. Vance. Palantir ha in cassaforte i dati di intelligence di tutti i paesi NATO. Nei suoi convegni romani, Thiel descrive la finanza dinastica tradizionale come l’Anticristo che lui è chiamato a sconfiggere. La soluzione che propone è la digitalizzazione totale. È la stessa logica del vecchio sistema con strumenti nuovi — come quando i Corleonesi iniziarono a sparare sui vecchi boss: non era la fine della mafia. Era il suo ricambio generazionale.

La domanda da porsi non è solo se Trump stia smantellando il vecchio sistema. La domanda è: cosa ci mette al posto? Quella risposta impone una cautela che l’entusiasmo analitico non dovrebbe far dimenticare.

Il campo di battaglia che non vedi

La maggior parte delle persone pensa alla Terza Guerra Mondiale come a qualcosa che potrebbe accadere. Un pericolo da scongiurare. Un evento futuro. Questo schema mentale ha un solo problema: è costruito su un presupposto sbagliato. Le guerre moderne raramente iniziano con eserciti schierati e dichiarazioni formali. Prima cambiano il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Solo dopo — quando la percezione è già stata rimodellata — tutto il resto diventa possibile.

Walter Lippmann aveva un nome per questo processo già nel 1922: la fabbrica del consenso. Chomsky e Herman lo hanno documentato nel 1988 identificandone i filtri strutturali: la proprietà dei media, la pubblicità, la selezione delle fonti, la creazione del nemico di turno. Non servono ordini espliciti. Bastano questi meccanismi per modellare l’orizzonte dentro cui il pensiero si muove — in modo che certe domande non vengano nemmeno formulate. Per questo molti continuano ad aspettare la Terza Guerra Mondiale senza accorgersi che è già iniziata da anni. Il vero campo di battaglia non è una frontiera. È la capacità di distinguere ciò che è reale da ciò che è costruito per sembrare tale.

Dimitriev Plan

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