
IL GIOCO DELLE PARTI
Il teatrino Trump-Papa-Meloni e la rivoluzione finanziaria vaticana che i media non stanno raccontando
FILONE I — LA NARRATIVA
Il teatrino e i suoi effetti
1. La previsione
A pensar male si fa peccato, ma sovente ci si azzecca. Lo ricordava Giulio Andreotti con quella sua ironia che non era cinismo ma cognizione di causa. E così, qualche settimana fa, mi trovai a dire in una conversazione che, visti tutti gli attacchi arrivati addosso alla Premier — dal referendum in poi, in sequenza quasi cadenzata — mi aspettavo presto un aiuto esterno per alleggerirle la pressione e permetterle di riorganizzarsi in vista dell’ultimo anno e mezzo di governo.
L’aiutino è arrivato. E la forma che ha preso è quella di una lite con il Papa.
Solo che non è una lite. È una mossa. Più precisamente, è un doppio triangolo. E capirlo richiede di seguire la palla, non i giocatori.
2. La frase e il meccanismo
Una sola frase. Tre parole, nella sostanza: “pessimo Papa”. E il circo mediatico è partito, puntuale come un orologio svizzero mal programmato.
L’indignazione collettiva ha fatto quello che fa sempre: si è gonfiata, ha riempito i titoli, ha occupato i talk show, ha generato la solita processione di opinionisti con il sopracciglio alzato. Mossa folle, dicevano. Di inopportuna oscenità, dicevano. Il punto è che lo dicono ogni volta, e ogni volta sbagliano.
Basta una dichiarazione fuori dalle righe e tutto il mondo deve decidere da che parte stare. Sedersi al tavolo da gioco e dichiarare il punto. Nel caso di Leone XIV, costringendo anche i nemici storici del Papa a correre in sua difesa — azzerando così il loro potere di colpirlo prima che possa procedere col programma. Trump ha le spalle larghe. Per uno che di nemici ne ha già tanti, non fa differenza averne uno o dieci in più. L’importante è continuare a dare le carte sul tavolo del risiko mondiale e farsi beffe dei media.
La domanda vera non è cosa abbia detto Trump sul Papa. La domanda è: quali effetti ha prodotto quella frase, e su chi?
3. Primo triangolo: Meloni e il Papa
Giorgia Meloni stava pagando il prezzo dei suoi avvicinamenti a Trump. L’opposizione aveva costruito una narrativa coerente: il governo pericoloso, i migranti deportati con la ICE agitata come fantasma nel sottofondo, la premier italiana come appendice di un progetto inquietante. Narrazione non brillante, ma funzionale. Abbastanza per erodere i consensi ai margini.
Meloni ha preso le distanze da Trump, ha difeso il Papa, Trump l’ha attaccata anche lei. La reazione è stata immediata e perfettamente prevedibile: l’opposizione ha dovuto schierarsi con Meloni. Non è più la premier “suddita di Trump”, non è più “l’amica di Orbán”. È una premier che Trump attacca — e che l’opposizione, coerentemente, non poteva fare altrimenti che sostenere. Quello che era un pericoloso governo fascista è diventato, per bocca dello stesso PD, il governo da difendere.
La Schlein ha tenuto un discorso da statista. Si è schierata con la Meloni, con il governo, con il Paese. Ha evidenziato una opposizione politica e responsabile — e ha reso visibile, per contrasto, la caricatura di AVS e Cinque Stelle. Ma nel farlo, ha annacquato la propria arma principale. La narrativa del “governo pericoloso” non è stata sconfitta in un dibattito. È stata dissolta da un teatrino nel quale l’opposizione è entrata liberamente, convinta di avere un ruolo, e dal quale è uscita disarmata.
Prima sponda.
4. Secondo triangolo: Israele — l’opportunità narrativa e la trappola fattuale
La seconda mossa è quella più sofisticata — e richiede di essere letta su due livelli, perché i due livelli raccontano storie diverse.
A livello narrativo, il gesto è netto. Il 14 aprile, dal Vinitaly di Verona, Meloni annuncia la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione sulla difesa con Israele. Prendere le distanze dalla condotta di Netanyahu dopo Gaza, dopo gli attacchi ai caschi blu italiani di Unifil in Libano, dopo il divieto al cardinale Pizzaballa di accedere al Santo Sepolcro. Segnale politico forte, raccolto immediatamente come tale. Seconda uscita dall’angolo. Pressione alleggerita.
A livello fattuale, la lettura cambia. L’accordo — firmato nel 2003, in vigore dal 13 aprile 2016 — prevede un rinnovo automatico ogni cinque anni attraverso il silenzio-assenso. La scadenza per il rinnovo fino al 2031 era il 13 aprile 2026. Il ministro Crosetto ha inviato la lettera di sospensione quel giorno stesso. Ore contate. Se la lettera fosse arrivata un giorno dopo, l’accordo si sarebbe rinnovato silenziosamente per altri cinque anni.
La sospensione blocca il rinnovo automatico, non l’accordo in sé: il trattato rimane in vigore ancora sei mesi — fino a metà ottobre 2026 — per consentire il completamento delle iniziative in corso. Contratti militari già firmati: tutto prosegue. E il vero accordo sostanzioso — quello dell’Unione Europea con Israele, nel cui quadro Tel Aviv beneficia di 1,11 miliardi di Horizon Europe — non viene sfiorato.
Opportunità narrativa immediata, trappola fattuale posticipata. Il nodo di Israele non è sciolto — è spostato.
Seconda sponda.
FILONE II — LA STORIA
Cosa c’è davvero in gioco
1. La sequenza che nessuno ha messo insieme
Per capire perché Trump ha attaccato Leone XIV bisogna guardare la sequenza di cinque giorni che ha preceduto l’attacco, non i titoli che l’hanno seguito.
Il 6 aprile, The Free Press pubblica una ricostruzione documentata: Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica, aveva convocato il cardinale Christophe Pierre — rappresentante vaticano a Washington — a un incontro al Pentagono. Gli aveva detto che gli Stati Uniti «hanno il potere militare di fare quello che vogliono nel mondo» e che la Chiesa americana «farebbe meglio a stare dalla loro parte». Un funzionario presente aveva evocato la Cattività Avignonese — il periodo del Trecento in cui la monarchia francese piegò il papato con la forza. Il Vaticano era rimasto così scosso da cancellare la visita del Papa negli Stati Uniti prevista per il 2026.
Il 9 aprile — il giorno dopo la pubblicazione della storia — David Axelrod, chief strategist di Barack Obama in entrambe le campagne presidenziali, viene ricevuto in udienza privata da Leone XIV al Vaticano. L’incontro dura abbastanza a lungo da far arrivare il Papa con trenta minuti di ritardo all’appuntamento successivo.
Il 12 aprile, per la prima volta nella storia, tre cardinali americani — Cupich di Chicago, McElroy di Washington, Tobin di Newark, tutte figure del fronte progressista della Chiesa — vengono intervistati insieme su 60 Minuti dalla CBS. Iran: non è una guerra giusta. ICE: un’organizzazione senza legge. Deportazioni di massa: inaccettabili.
Il giorno stesso, Trump pubblica su Truth Social il suo attacco a Leone XIV.
Tre mosse in cinque giorni. La frase di Trump non è caduta dal cielo. È una risposta. E nel doveroso schierarsi con Trump o col Papa — che la stampa ha trasformato nell’ennesimo campionato di indignazione — tutti gli attori si sono trovati a giocare la partita esattamente come Trump aveva calcolato.
2. Due capi, due ruoli
Leone XIV ha risposto all’attacco di Trump con una mossa che vale quanto l’attacco stesso: ha dichiarato di non essere un politico. Tre parole che, nel contesto, hanno un peso specifico enorme.
Bergoglio era il contrario: un Papa che pontificava di confini, di agende climatiche, di migrazioni, che aveva trasformato il Vaticano in una piattaforma ideologica al servizio delle narrazioni internazionaliste. Leone XIV fa un passo indietro. Delega a Trump il ruolo di guida sul terreno di guerra. Due capi, due ruoli: uno gestisce la politica terrena, l’altro custodisce il mandato spirituale. La divisione del lavoro è tanto antica quanto la Cristianità — e tanto più efficace quanto meno appare come una divisione concordata.
Schierarsi contro il Papa o fischiettare avrebbe posto chiunque dalla parte di Trump o in posizione esposta. Con quella risposta, Leone XIV non ha soltanto chiuso un episodio. Ha enunciato un’identità. Ha detto, in sostanza, che la più antica istituzione del mondo occidentale torna al suo mandato originario — e si mette al centro di un villaggio occidentale assediato da un Islam sempre più invasivo, non come attore politico, ma come autorità morale. Primo risultato.
Nel frattempo, Trump aveva già ottenuto l’altro effetto cercato: neutralizzare il blocco di potere interno alla Chiesa che ostacolava Leone XIV. I cardinali americani progressisti — quelli che nei giorni precedenti avevano sfilato su 60 Minuti — si trovano ora in una posizione difensiva. Schierarsi contro il Papa in questo momento li esporrebbe. Il programma di Leone XIV — rimozione di tre cardinali vicini ai Dem, rafforzamento della Chiesa di Chicago rispetto a quella di New York, ribaltamento degli equilibri bergogliani ancora in trincea — può procedere con meno ostacoli.
È plausibile che su questa tempistica esista un accordo non scritto. Le cose che non si dicono ad alta voce sono spesso le più operative.
3. L’effetto domino verso la Cina
C’è una terza funzione della mossa che i media non hanno nominato — e che spiega perché il timing è esattamente quello che è.
Trump stava preparando il colloquio con Xi Jinping. In quel colloquio, la posizione americana sul Medio Oriente — e in particolare sulla questione iraniana — è centrale. Avere un Papa americano che chiama “inaccettabile” la sua retorica su Hormuz è un problema di immagine prima che di sostanza. Risolverlo con un attacco diretto, costringere il Papa a rispondere, ottenere da quella risposta la prova pubblica dell’indipendenza vaticana dalle logiche di Washington: tutto questo libera la mano di Trump nel momento in cui siede al tavolo con Pechino. Può presentarsi come interlocutore credibile di tutte le parti — incluse quelle che con il Vaticano hanno canali propri.
La polarizzazione mediatica intorno alla lite ha inoltre saturato l’attenzione pubblica globale per diversi giorni, spostando il focus da altre mosse in corso. Funzione di schermo, non accessoria.
4. Il sistema che Leone XIV ha ereditato — e quello che sta costruendo
Per capire la portata di quello che Leone XIV sta facendo bisogna partire da dove si trovava la Chiesa — e da dove era già stata, decenni prima.
Il nome Banco Ambrosiano dovrebbe bastare a ricordare cosa può diventare la finanza vaticana quando non è sorvegliata. Sotto Paolo VI, l’IOR — l’Istituto per le Opere di Religione — era azionista di maggioranza di quell’istituto. Il direttore generale dell’IOR era Paul Marcinkus. La rete era fatta di società offshore, lettere di patronage, esposizioni debitorie opache, capitali che si muovevano attraverso strutture create apposta per non essere viste. Nel 1982 tutto collassò: crack da oltre un miliardo di dollari, Roberto Calvi trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge di Londra — quello che all’epoca sembrava un suicidio e che la giustizia italiana ha poi riconsiderato. L’IOR riconobbe 250 milioni di dollari di rimborso agli azionisti.
Quarant’anni dopo, la stessa struttura concettuale si era ripresentata in forma aggiornata. Il pontificato di Francesco aveva portato la Santa Sede nell’orbita del Council for Inclusive Capitalism di Lynn Forrester de Rothschild: nel dicembre 2020, quella donna aveva riunito i vertici della finanza mondiale in Vaticano, sotto il patrocinio di Bergoglio, per costruire i cosiddetti ‘Guardiani del Capitalismo Inclusivo’. Sono documentate la lista dei Guardians, le comunicazioni con la gerarchia vaticana, la cerimonia di lancio. La stessa Lynn Forrester de Rothschild che è la protettrice documentata di Jeffrey Epstein. Sotto Francesco, il documento ‘Oeconomicae et pecuniariae quaestiones’ del 2018 criticava la ‘finanziarizzazione’ ma di fatto operava nell’orbita concettuale dell’ESG globalista — quello stesso framework che il Council dei Guardiani stava costruendo. L’Agenda 2030 è in fase di dissoluzione strutturale. Senza quella architettura, il Vaticano bergogliano era un hub senza rete.
Leone XIV ha preso atto della nuova geografia — e ha costruito l’alternativa.
5. La riforma: i soldi spiegano tutto
Già nell’ottobre 2025 un atto formale aveva segnalato la svolta: il motu proprio ‘Coniuncta Cura’, emanato da Leone XIV per volontà esclusivamente personale, introduceva per la prima volta il concetto di ‘responsabilità condivisa’ nella gestione finanziaria della Santa Sede. Con quella lettera apostolica — che ha di fatto cancellato l’impostazione di Francesco, diventando immediatamente legge — l’IOR ha perso l’esclusiva sugli investimenti vaticani. Si è aperta la strada al coinvolgimento di intermediari finanziari esteri nella gestione di un patrimonio da oltre cinque miliardi di euro. Non è una riforma tecnica. È un cambio di paradigma.
Da fine febbraio, quell’apertura ha prodotto il suo frutto più visibile: due indici azionari cattolici costruiti dall’IOR in collaborazione con Morningstar — Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e Morningstar IOR US Catholic Principles. Cinquanta società ciascuno, selezionate non solo su criteri finanziari ma sulla base della conformità ai principi della Dottrina sociale della Chiesa. Nella parte in dollari: Meta, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom, Micron. Nella parte in euro: Santander, Unicredit, Allianz, Hermes, ASML, Deutsche Telekom, SAP, Prosus — la holding olandese che detiene il 24% di Tencent. Capitalizzazione totale del portafoglio in dollari: ventottomila miliardi e seicento milioni.
La coerenza morale non è più un’aggiunta ex post, ma costruzione del parametro di riferimento. Un benchmark integrabile nei sistemi di asset management globali, replicabile attraverso fondi indicizzati, adottabile da qualsiasi gestore patrimoniale. Non più una nicchia. Non più un compartimento separato.
E il punto cruciale: questi indici sono alternativi ai criteri ESG. Strutturalmente. L’ESG si basa su criteri ambientali, sociali e di governance generici — criteri che possono essere piegati, ridefiniti, strumentalizzati da qualsiasi interesse. I nuovi indici cattolici introducono invece una prospettiva antropologica e morale esplicita: la Dottrina sociale della Chiesa come parametro di selezione. Non arbitrario. Non manipolabile alla bisogna. Dai due indici sono esclusi legami con armi, pornografia, tabacco, gioco d’azzardo e lavoro minorile — esclusioni che nessun indice ESG prevede in modo vincolante.
Con questa mossa, Leone XIV ha sostituito la rete Bergoglio-Rothschild-Council non con un documento teologico, ma con un prodotto finanziario reale che pesa quasi trentamila miliardi di dollari. Questo è il motivo per cui l’idea di una lite reale tra Trump e Leone XIV non è solo improbabile. È strutturalmente impossibile.
Pensate che possano davvero mettersi a litigare? Siate seri. E seguite i soldi.
6. Il cantiere e le sue tensioni
È plausibile che in questa operazione Trump nutra un interesse non sempre coincidente con quello vaticano. La presenza massiccia di Big Tech nei portafogli solleverà interrogativi legittimi: governance degli algoritmi, condizioni di lavoro nelle catene di fornitura, investimenti in combustibili fossili. Molte delle società incluse portano con sé criticità precise rispetto alla stessa Dottrina sociale che le seleziona. Il rischio di piegarsi alla logica della performance è reale. Leone XIV lo sa.
Ma il cantiere è aperto. E questo, rispetto al sistema che ha sostituito — da Marcinkus al Council dei Guardiani — è già una rivoluzione.
La domanda che rimane è quella che i media non si pongono: se il risultato di un attacco è rafforzare esattamente ciò che sembrava attaccare, chi era davvero il bersaglio?
Il quadro epistemico
Documentato: convocazione del cardinale Pierre al Pentagono (Colby, The Free Press, 6 aprile 2026); udienza Axelrod/Leone XIV (9 aprile, incontro prolungato); prima intervista congiunta dei cardinali Cupich, McElroy, Tobin su 60 Minuti (12 aprile); attacco Trump su Truth Social (13 aprile); accordo di difesa Italia-Israele — scadenza 13 aprile 2026, lettera Crosetto inviata il 13 aprile, accordo in vigore fino a ottobre 2026, acquisti militari in corso, accordo UE-Israele con Horizon Europe (1,11 miliardi) non toccato; crack Banco Ambrosiano 1982, Calvi a Londra, rimborso IOR 250 milioni; motu proprio ‘Coniuncta Cura’ (ottobre 2025); lancio indici Morningstar IOR Eurozone e US Catholic Principles (febbraio 2026); IOR — raccolta 5,7 miliardi di euro, 12.000 clienti, utile netto 32,8 milioni, dividendo al Papa 13,8 milioni; Council for Inclusive Capitalism (dicembre 2020), lista Guardians, Lynn Forrester de Rothschild.
Plausibile: la sequenza Pentagono-Axelrod-60 Minuti-attacco Trump come risposta a una mossa della rete dem dentro la Chiesa; la ‘finta lite’ come operazione coordinata per liberare le mani a Leone XIV nella riforma finanziaria e nell’esautorazione dei cardinali progressisti; la funzione di schermo mediatico della polarizzazione nell’avvicinamento al colloquio Trump-Xi; la connessione strutturale tra rete Epstein e Council for Inclusive Capitalism attraverso Lynn Forrester de Rothschild come sistema che Leone XIV ha smontato; il timing deliberato dell’annuncio Israele come segnale politico che evita per ore il vincolo fino al 2031.









Comments (2)
Monica
grazie per la spiegazione. Possiamo spiegare in un modo simile anche ciò che è successo ieri ( 17 aprile ) tra Meloni e Trump. Io al momento non so trovare una spiegazione alternativa, sono delusa dal comportamento della Meloni e ciò che sento in giro ( fra i pro Trump) é molto negativo. Hai per caso una lettura un po meno pessimistica? grazie
Monica
ho appena letto il tuo articolo sul gioco delle parti. Spiegazione esaustiva e che mi chiarisce alcune perplissita che avevo. Ma ho una domanda, la stessa spiegazione puo essere data anche a cio che è successo ieri (17 Aprile) tra Trump e Meloni? al momento sono molto pessimista e delusa e anche cercando un po in giro vedo abbastanza delusione (ok, chi critica Trump è supercontento). Grazie