SEMINARIO CERCHIO FIRENZE 77 con PAOLO FRANCESCHETTI 12/13/14 SETTEMBRE

L’ALBA DEL NUOVO MONDO

Home - Geopolitica - L’ALBA DEL NUOVO MONDO
Maggio 14, 2026

L’ALBA DEL NUOVO MONDO

La settimana di Pechino

In tempi normali, un missile balistico intercontinentale testato da una superpotenza nucleare è la prima notizia di tutti i telegiornali del mondo. Il 12 maggio scorso, alle 11:15 ora di Mosca, dalla base di Plesetsk, la Federazione Russa ha lanciato un Sarmat. Putin ha annunciato in conferenza pubblica che l’arma entrerà in servizio operativo entro la fine dell’anno e l’ha definita “il missile più potente del mondo”. In tempi normali, sarebbe stata l’apertura dei palinsesti europei per quarantotto ore.

Non è successo. La notizia ha avuto la copertura tecnica della cronaca militare — una manciata di articoli, qualche editoriale di routine sulla “deterrenza nucleare in tempi tesi” — e poi è scivolata sotto. Perché? Perché il giorno dopo Donald Trump sarebbe atterrato a Pechino, perché la Federal Reserve stava per cambiare governatore, perché il Senato si preparava a sbloccare al Banking Committee la prima azione formale sul Clarity Act, e perché Putin in persona sarebbe arrivato in Cina pochi giorni dopo la partenza di Trump.

Quando una notizia di quella portata viene relegata in seconda fila, vale la pena chiedersi cosa la sta tenendo lì.

Questo è il calendario silenzioso della settimana di Pechino. Quattro nodi su quattro giorni. E, in parallelo, un secondo registro che il commentatore italiano non legge perché non sa di doverlo cercare.

Quattro nodi, quattro giorni

12 maggio — Il preludio Sarmat, mentre la Fed cambia mano. La Federazione Russa lancia dal cosmodromo di Plesetsk il missile RS-28, soprannominato “Satan II” dagli analisti occidentali. Il colonnello generale Sergei Karakayev, comandante delle Forze Missilistiche Strategiche russe, riferisce a Putin del successo del lancio in collegamento dal Cremlino. La copertura ufficiale russa è studiata: dichiarazione presidenziale, video di lancio rilasciato dal Ministero della Difesa, conferma dell’entrata in servizio entro fine anno. Il messaggio è una doppia firma. Una firma militare-tecnica diretta agli stati maggiori NATO: il Sarmat è operativo, gli arsenali russi sono in fase di rinnovamento, la copertura strategica della Federazione regge dopo i fallimenti del settembre 2024 e del novembre 2025. E una firma comunicativa rivolta al ciclo mediatico occidentale: il martedì russo è il giorno in cui i quotidiani europei e americani devono decidere come raccontare un test missilistico mentre, dall’altra parte del mondo, una settimana densa sta per cominciare. Lo raccontano poco. E questo è già un’informazione.

Nelle stesse ore di Washington, il Senato vota la conferma di Kevin Warsh come governatore della Federal Reserve. Cinquantuno voti a favore, quarantacinque contrari, voto di linea con la sola eccezione del senatore Fetterman. Warsh — già governatore della Fed fra il 2006 e il 2011, vicino a Hoover e con un profilo da repubblicano lontano dalla cultura MAGA, sposato con Jane Lauder dell’impero cosmetico — non è un nome di cui scrivere la biografia in queste pagine. Il punto è la sequenza. Nello stesso giorno in cui il Sarmat viene lanciato da Plesetsk, la Casa Bianca chiude l’ultima istituzione macroeconomica federale che le era rimasta fuori dal perimetro. Il giorno dopo, il 13 maggio, il Senato lo confermerà come chair del Board con cinquantaquattro voti contro quarantacinque, sostituendo Jerome Powell.

13 maggio — Trump atterra a Pechino, Warsh diventa chair. Il presidente americano arriva all’aeroporto di Pechino accompagnato da una delegazione di diciassette amministratori delegati delle più grandi imprese tecnologiche, finanziarie e industriali statunitensi. Un presidente che porta in viaggio diciassette CEO non sta andando a discutere principi: sta andando a chiudere accordi. Sull’Air Force One, in due: Elon Musk e Jensen Huang, il CEO di Nvidia. Gli altri quindici — Tim Cook di Apple, Larry Fink di BlackRock, Jane Fraser di Citi, Stephen Schwarzman di Blackstone, David Solomon di Goldman Sachs, Kelly Ortberg di Boeing, fra gli altri — arrivano in volo separato. La fotografia istituzionale dell’arrivo include il vicepresidente cinese Han Zheng a riceverli sulla pista, con orchestra militare e bambini con bandiere.

Nelle stesse ore, dall’altra parte del Pacifico, il Senato americano completa il passaggio Warsh: dalla conferma come governatore di ieri alla conferma come chair di oggi. La Fed ha un nuovo capo. La transizione monetaria americana ha un nuovo volto.

14 maggio — Il vertice nella sua parte aperta, il Senato apre il Clarity Act. La parte cerimoniale, le dichiarazioni congiunte, i bilaterali laterali. Welcome ceremony alla Grande Sala del Popolo, bilaterale Xi-Trump, tour al Tempio del Cielo, banchetto di Stato. Quello che si dicono nella stanza dietro le porte chiuse non è pubblico. Quello che è pubblico è il readout della Casa Bianca: si è parlato di Hormuz (lo stretto “deve restare aperto e libero da pedaggi”, con Xi che esprime interesse a comprare più petrolio americano per ridurre la dipendenza cinese dal passaggio), si è parlato di Taiwan (“la prima linea rossa”, per Pechino, ed è Xi a porla al centro del colloquio), si è parlato di acquisti agricoli, di precursori del fentanyl, di intelligenza artificiale. Il senatore Marco Rubio, Segretario di Stato, è arrivato a Pechino nonostante figuri ancora nella lista dei senatori sanzionati personalmente dalla Cina per le sue posizioni passate su Hong Kong e gli uiguri. L’aggiramento è linguistico, non sartoriale: Pechino ha cambiato il carattere cinese usato per il primo sillabo del cognome di Rubio, così “Marco Lu” — nella nuova grafia — non risulta tecnicamente la stessa persona sanzionata nel 2020. Le sanzioni restano formalmente in piedi, il funzionario entra perché nominalmente è un’altra persona nei caratteri ufficiali. Quando entrambe le parti hanno interesse a far accadere un incontro, la calligrafia conta più della sostanza.

Nelle stesse ore, alle 10:30 del mattino ora di Washington, il Senate Banking Committee si riunisce in Sala 538 del Dirksen Senate Office Building per la prima azione formale del Senato sul Clarity Act. Il bill — il Digital Asset Market Clarity Act — era stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti il 17 luglio 2025 con 294 voti contro 134, ma era poi rimasto fermo al Senato per dieci mesi, ostaggio del nodo sui rendimenti delle stablecoin e di una guerra di lobbying fra industria crypto e banche tradizionali. Il markup del 14 maggio è il primo passo per portarlo all’aula del Senato e poi alla firma presidenziale, target dichiarato della Casa Bianca: il 4 luglio 2026, duecentocinquantesimo anniversario della repubblica. È il pezzo legislativo che mancava per chiudere l’architettura della transizione finanziaria americana: chi può emettere stablecoin sotto giurisdizione americana, con quale riserva di copertura, sotto quale autorità di vigilanza, con quale linea di confine fra SEC e CFTC. È — concretamente — il riallineamento del sistema dei pagamenti internazionali fuori dalla rete SWIFT, scritto nella legge americana e codificato nei termini di una valuta digitale ancorata al dollaro. Non un’opinione, non una visione: una sequenza legislativa in chiusura.

15 maggio — Il vertice chiude, Warsh entra in carica. Trump arriva al Zhongnanhai Garden poco prima delle undici ora locale per il secondo giorno di colloqui. Tour privato del giardino con Xi, ulteriori incontri laterali, dichiarazioni di chiusura. Nello stesso giorno, sull’altra sponda del Pacifico, Kevin Warsh entra ufficialmente in carica come diciassettesimo presidente della Federal Reserve. La transizione è completa.

20 maggio — Putin atterra a Pechino. La sequenza ravvicinata si chiude. Lo ha annunciato il vice ministro degli esteri russo Andrey Rudenko, lo ha confermato il South China Morning Post, lo ha annotato Brookings il 5 maggio con una frase precisa: la coreografia con cui Pechino accoglierà Putin “subito dopo la partenza di Trump” sarà essa stessa un messaggio. Brookings non è un think tank ostile a Washington. È una delle istituzioni più centrali del consenso bipartisan americano. Quando un’istituzione del genere annota un fatto di questo tipo, non sta speculando: sta registrando.

Quattro nodi. Quattro giorni. Una sola geometria.

Mentre il calendario si esegue

Nel frattempo, sull’account Truth Social del presidente, è in corso una campagna comunicativa parallela che il commentatore italiano legge male o non legge affatto. Vale la pena descriverla, perché senza di essa la lettura della settimana è incompleta.

Il 5 maggio — una settimana prima del Sarmat e del decollo per Pechino — l’FBI pubblica i risultati dell’Operazione Iron Pursuit: oltre trecentocinquanta arresti per reati di abuso su minori, oltre duecento bambini localizzati, tutti e cinquantasei i field office FBI coinvolti. Lo stesso giorno, Trump ripubblica sui propri canali un estratto del proprio discorso all’ONU sui trecentomila bambini scomparsi annualmente sul territorio americano. La sequenza è quella di due eventi indipendenti che combaciano per scelta di tempistica, non per casualità. Il messaggio al lettore della base elettorale di Trump è leggibile senza decoder: il presidente ha denunciato un problema all’ONU, l’apparato investigativo federale lavora per chiuderlo, i risultati arrivano. L’agenda procede. Una settimana prima del calendario di Pechino, il livello inferiore prepara il terreno al livello superiore. Non per caso.

In parallelo, una sequenza di post sull’amministrazione precedente. Trump ripubblica un account satirico che definisce Barack Obama testualmente “la più grande forza demoniaca della politica americana dell’ultima decade”. Ripubblica un altro contenuto in cui si chiede a gran voce l’arresto di Obama “per tradimento”. Ripubblica un video di Newsmax — una televisione mainstream del circuito conservatore americano — in cui un dibattito politico chiede pubblicamente l’incriminazione dell’ex presidente. E qui c’è un dettaglio che merita di essere registrato con cura, perché parla a un pubblico specifico: il video di Newsmax che Trump ripubblica gli arriva attraverso un account verificato che si chiama “John Fitzgerald Kennedy Jr.”. Quell’account, nell’universo simbolico della base trumpiana più attiva, è uno dei riferimenti più riconoscibili di una corrente di interpretazione politica che la stampa internazionale liquida come fenomeno cospirazionista, e che chi la studia analiticamente — chi scrive queste righe ha dedicato a quel fenomeno l’ultimo libro — chiama più precisamente operazione di costruzione narrativa parallela. Il presidente degli Stati Uniti non ripubblica per caso da un account di quel tipo. Sta firmando una mossa comunicativa per chi sa leggere il registro.

Una nota metodologica obbligatoria. La distinzione fra Q come corpus testuale verificabile (datato e archiviato) e la sua versione mediatica definita “QAnon” non è un cavillo. È la differenza fra un oggetto di analisi politica e un’etichetta funzionale alla delegittimazione di tutto il fenomeno. Quello che qui interessa non è la verità o falsità dei contenuti predittivi di quel corpus. È la presenza, documentata e crescente, di una rete di comunicazione presidenziale che ne usa il lessico, il registro, i riferimenti — come strumento di legittimazione interna delle proprie scelte strategiche presso una base elettorale specifica.

Nei giorni a ridosso del calendario di Pechino, i temi della comunicazione Truth si fissano su tre filoni convergenti. Primo, Obama come capo di un’amministrazione “ombra” durata oltre il proprio mandato: Trump in più di un’occasione si è auto-referenziato come “il presidente per tre mandati”, lasciando trasparire la tesi della “presidenza Biden eterodiretta” da apparati formati sotto Obama. Secondo, il fascicolo Russia Gate riaperto come inchiesta penale contro John Brennan, ex direttore della CIA, e a cascata contro l’apparato che lo costruì. Terzo, il filone protezione dell’infanzia, da sempre uno dei nodi più mobilitanti della rete comunicativa di base, qui rinfrescato dai numeri dell’Operazione Iron Pursuit.

Sono tre filoni che convergono su una tesi politica unica: l’amministrazione precedente non era solo politicamente avversaria, era strutturalmente colpevole, e questa amministrazione la sta chiamando a rispondere. È una tesi che l’osservatore italiano può accettare, respingere, sospendere — l’importante, dal punto di vista dell’analisi, è registrare che è esattamente questa la tesi che la comunicazione presidenziale americana sta costruendo, in modo coordinato e quotidiano, sotto la copertura della grande notizia del vertice di Pechino.

I due registri

Il calendario silenzioso ha quindi due livelli. Sul livello superiore, le mosse strategiche: il preludio Sarmat, la doppia conferma Warsh, l’apertura del Clarity Act al Senato, Xi-Trump a porte chiuse, Putin che chiude la sequenza. Sul livello inferiore, le mosse narrative: la campagna Truth contro Obama, la cornice della “purga in corso”, l’agganciamento dei numeri Iron Pursuit alla legittimazione presidenziale, il retruth dall’account simbolico.

Da chi non legge il livello inferiore, il superiore appare opaco o paradossale. Perché un presidente americano va a Pechino mentre il suo predecessore viene pubblicamente accusato di tradimento? Perché si sblocca al Senato una legge sugli asset digitali nello stesso giorno in cui si incontra Xi a porte chiuse? Perché si cambia il vertice della Fed nelle settantadue ore esatte fra il test del Sarmat e l’arrivo a Pechino? La risposta diventa leggibile solo se si guardano i due livelli insieme. Il livello superiore esegue lo smontaggio dell’architettura monetaria atlantica e l’apertura di un canale operativo con Pechino. Il livello inferiore costruisce, presso la base elettorale, la cornice morale e politica che rende quelle mosse non solo accettabili ma necessarie: si va a Pechino perché Obama-Biden hanno tradito il paese, si vota il Clarity Act perché la vecchia Fed era parte di un sistema corrotto, si chiude la cooperazione tradizionale con l’apparato di sicurezza dello stato profondo perché quella cooperazione era il problema.

Due livelli che si sostengono. Senza il superiore, la narrativa Truth resta un fenomeno di internet. Senza l’inferiore, le mosse strategiche resterebbero senza legittimazione democratica interna nella finestra elettorale che si aprirà a novembre con le midterm.

Questo è quello che a Bruxelles e a Roma viene letto, quando viene letto, come “estremismo verbale di Trump”. Non è estremismo verbale. È architettura comunicativa.

Esecuzione sincronizzata o piano coordinato?

Tutto questo — Sarmat, Warsh, Clarity Act al Senato, Xi-Trump, Putin a seguire, Truth Social — può essere letto in due modi.

Il primo è il piano coordinato: c’è un tavolo trilaterale Washington-Mosca-Pechino che orchestra le mosse, le tempistiche, i messaggi. Il piano è esplicito, ha calendari condivisi, ha protagonisti consapevoli. Questa tesi gira nei circuiti dell’analisi più radicale, e ha il fascino della spiegazione totale: niente di quello che accade è casuale, tutto risponde a un disegno.

Il secondo è la convergenza strutturale: tre attori distinti, con tre interessi distinti, che si muovono ognuno per la propria strada nella stessa direzione (l’erosione del monopolio anglo-atlantico sui flussi finanziari, assicurativi e mediatici), e che producono — sui flussi reali — gli stessi effetti senza bisogno di un coordinamento esplicito. Questa lettura è solida, ma sottostima quello che è ormai visibile.

Fra le due c’è una terza categoria, che oggi è la più aderente ai fatti e che merita di essere nominata: esecuzione sincronizzata, per non dire piano coordinato. Tre attori, ciascuno con il proprio piano interno — documentato: Washington con la sequenza Warsh-Pechino-Clarity Act compressa in settantadue ore; Mosca con il calendario Sarmat-arrivo a Pechino; Pechino con l’agenda del vertice, il doppio bilaterale (prima Trump, poi Putin) nello stesso mese, e l’accumulo strategico di oro e argento ormai da diciotto mesi — con coordinazione bilaterale su nodi specifici (documentata: la data del vertice scelta da Washington e Pechino, l’arrivo di Putin scelto da Mosca e Pechino), con consapevolezza reciproca che gli altri si stanno muovendo nella stessa direzione (documentata dal comportamento osservabile), che producono — sulla scala di una settimana densa — l’effetto pratico di un’azione coordinata. Senza che esista, a oggi, prova di un tavolo formale che la coordini esplicitamente.

La differenza fra esecuzione sincronizzata e piano coordinato non è cosmetica. È metodologica. La prima è documentabile oggi. La seconda richiede un livello di prova che oggi non c’è. Scriverla come fatto, anziché come ipotesi, espone l’intero ragionamento alla classificazione che il sistema mediatico riserva alla complottistica — sprecando, nel processo, la presa analitica su tutto quello che documentato lo è davvero.

Quando un calendario di quattro giorni si chiude con questa densità di firme convergenti, il punto non è dimostrare un piano. Il punto è registrare che siamo già oltre la convergenza casuale.

Epilogo

Cosa cambia, dopo questa settimana?

La risposta onesta è che non lo sappiamo ancora. Sappiamo che il Sarmat è la nuova soglia di deterrenza strategica russa, e che è entrato nel ciclo mediatico esattamente nel momento in cui un presidente americano stava per lasciare il continente euroatlantico per atterrare a Pechino. Sappiamo che la Federal Reserve ha un nuovo presidente, confermato e in carica nella stessa settimana del vertice. Sappiamo che il Clarity Act, una volta perfezionato il percorso al Senato e firmato dal presidente, riscriverà le regole del sistema dei pagamenti internazionali fuori da SWIFT. Sappiamo che dietro la porta chiusa dell’incontro Xi-Trump si è parlato di Hormuz, di terre rare, di tariffe, di intelligenza artificiale, di Taiwan, e di tutto quello che la stampa internazionale tenterà di ricostruire nelle prossime settimane attraverso le dichiarazioni laterali. Sappiamo che Putin atterrerà a Pechino il 20 maggio. E sappiamo che, in parallelo, una macchina comunicativa di precisione sta costruendo presso la base elettorale americana la cornice di legittimazione delle scelte che il presidente sta firmando.

Quello che non sappiamo è chi gestirà la transizione, e a quale prezzo. La convergenza fra Washington, Mosca e Pechino sull’erosione del sistema anglo-atlantico non garantisce, in sé, che il sistema che la sostituirà sia migliore — sul piano della trasparenza, delle libertà individuali, del controllo sui flussi di informazione. Garantisce solo che il vecchio sta arretrando. I Corleonesi che sparano sui vecchi boss non erano la fine della mafia, erano il suo ricambio generazionale. La domanda — chi controlla il sistema che subentra — resta aperta, e va tenuta aperta proprio dagli analisti che hanno riconosciuto per primi che il sistema vecchio era marcio.

Quando un impero arretra, raramente lo annuncia. Lo annuncia il mare, lo annuncia il calendario di chi prepara il prossimo tavolo, lo annuncia il missile che entra in servizio nella settimana giusta. E, sopra ogni cosa, lo annuncia il silenzio dei giornali che non sanno più come raccontare quello che vedono.

Quel silenzio è già una firma. Va imparato a leggere.

 

_________________

Documentato, plausibile, ipotesi

È documentato: il test del Sarmat condotto dalla Federazione Russa il 12 maggio 2026 dal cosmodromo di Plesetsk, alle 11:15 ora di Mosca, con rapporto del colonnello generale Sergei Karakayev a Putin (AP, NPR, Washington Post, CNN, Al Jazeera, CBS, Bloomberg, TWZ); la dichiarazione di Putin sull’entrata in servizio del Sarmat entro fine 2026 e i precedenti fallimenti dei test del settembre 2024 e del novembre 2025 a Plesetsk e Yasny; la conferma di Kevin Warsh come governatore della Federal Reserve il 12 maggio (51-45) e come chair il 13 maggio (54-45), con entrata in carica il 15 maggio in sostituzione di Jerome Powell; il markup vote sul Clarity Act al Senate Banking Committee del 14 maggio (Sala 538 Dirksen Senate Office Building, ore 10:30 ET); l’approvazione del Clarity Act alla Camera dei Rappresentanti il 17 luglio 2025 (294-134); il target Casa Bianca del 4 luglio 2026 per la firma presidenziale; l’incontro a porte chiuse Xi-Trump del 14 maggio a Pechino, con tour al Tempio del Cielo e banchetto di Stato; il secondo giorno di colloqui al Zhongnanhai Garden il 15 maggio; la composizione della delegazione presidenziale americana (diciassette CEO, Musk e Huang sull’Air Force One, Tim Cook, Larry Fink, Jane Fraser, Stephen Schwarzman, David Solomon, Kelly Ortberg fra gli altri); l’aggiramento delle sanzioni cinesi a Rubio attraverso traslitterazione modificata del cognome (“Marco Lu” con carattere diverso da quello sanzionato nel 2020, fonti AFP, Washington Post, Al Jazeera, SCMP); l’arrivo di Putin a Pechino il 20 maggio (Cremlino, Rudenko, SCMP, Bloomberg, Brookings 5 maggio); l’accumulo strategico cinese di oro e argento documentato negli ultimi diciotto mesi; l’Operazione Iron Pursuit dell’FBI (oltre trecentocinquanta arresti per reati contro minori, oltre duecento bambini localizzati), annunciata dal DOJ il 5 maggio 2026 in coincidenza con il repost da parte di Trump del proprio discorso ONU; la sequenza di post di Trump su Truth Social degli ultimi giorni, con attacchi pubblici a Obama, retruth dall’account “John Fitzgerald Kennedy Jr.”, e riferimenti ricorrenti al lessico Q come strumento di legittimazione interna; l’inchiesta su John Brennan per il ruolo nel Russia Gate.

È plausibile: che il timing del test Sarmat, ventiquattr’ore prima dell’arrivo di Trump a Pechino, sia stato scelto come preludio comunicativo deliberato rivolto alla NATO operativa; che la compressione temporale di Warsh-governatore, Warsh-chair, arrivo a Pechino, bilaterale Xi-Trump e markup Clarity Act in settantadue ore rifletta una pianificazione interna all’amministrazione Trump come sequenza di firma; che la coordinazione bilaterale Russia-Cina sulla sequenza Sarmat-Pechino-Putin sia documentabile attraverso il calendario, anche in assenza di dichiarazioni esplicite; che la campagna comunicativa Truth Social di Trump sui temi Obama/tradimento/protezione minori funzioni come legittimazione interna delle scelte strategiche operate in parallelo; che l’esecuzione sincronizzata Washington-Mosca-Pechino sulla settimana sia la categoria analitica più aderente ai fatti.

È ipotesi: l’esistenza di un piano coordinato esplicito Washington-Mosca-Pechino sulla settimana di Pechino e sulle sue tempistiche; il ricorso, da parte dell’amministrazione Trump, a tribunali militari come strumento residuo della transizione politica interna; la datazione precisa del tweet di Medvedev sul test Sarmat in circolazione (la formulazione è identica a quella usata dopo il test dell’aprile 2022 e merita verifica prima di citazione formale).

Share:

Leave A Comment

Search

Categorie

Come trovarci

Contattami o seguimi sui mie canali
Contattami