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L’URANIO IRANIANO

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Maggio 25, 2026

L’URANIO IRANIANO

“Se qualcuno si avvicina al posto, lo sapremo. La Space Force lo sorveglia.” A pronunciare la frase, il 10 maggio scorso in un’intervista a Full Measure con Sharyl Attkisson, è il presidente degli Stati Uniti. L’oggetto della sorveglianza sono circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al sessanta per cento, sepolti sotto le rovine dei siti nucleari iraniani bombardati nel giugno 2025.

Quattro giorni dopo, da Pechino, a Sean Hannity, Trump aggiunge una formula che merita di essere riletta due volte.

“Non penso sia necessario, se non dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Penso che sia importante per le fake news che lo prendiamo.”

Pubbliche relazioni.

Un presidente che ha appena combattuto due campagne militari contro l’Iran in meno di un anno, Midnight Hammer in giugno 2025 ed Epic Fury in febbraio 2026, descrive il recupero del suo obiettivo nucleare centrale come una questione di immagine.

Vale la pena chiedersi di quali pubbliche relazioni stia parlando. Un materiale strategico non si recupera per soddisfare la stampa, e un presidente che da mesi presenta lo stock iraniano come la posta vera del conflitto non lo declassa a optional per leggerezza.

La sequenza

Maggio 2025, Trump in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati: accolto come si accoglie chi sta riscrivendo l’equilibrio regionale, non come un presidente di passaggio.

Giugno 2025, Midnight Hammer: oltre cento velivoli, sette B-2, quattordici penetratori MOP, tre siti colpiti. Natanz, Fordow, Isfahan. La narrativa ufficiale parla di obliterazione, i rapporti trapelati restituiscono un quadro più sfumato, danni significativi e programma rallentato di mesi più che di anni, e una parte del materiale fissile presumibilmente sopravvissuta nelle profondità di Fordow. A leggere ancora meglio, quell’attacco è sembrato funzionale e coordinato, preparatorio.

Otto mesi dopo, la stessa amministrazione lancia Epic Fury, una campagna ancora più ampia, con l’argomento che Teheran è di nuovo a settimane dal breakout. Nel teatro politico della trattativa che ne è seguita, l’accordo si è impantanato almeno tre volte. Teheran ha offerto contenimento, verifiche, rallentamenti.

Non ha offerto la consegna fisica dell’uranio arricchito.

Trump ha alzato il muro proprio lì.

Dunque la domanda diventa: perché questo punto specifico, perché ora, perché senza margini, e perché definirlo “pubbliche relazioni”.

In certe analisi americane ci si domanda da che parte starebbero le élite di Bruxelles e della NATO, se scendessero in campo nel teatro mediorientale.

La prova del Venezuela

A maggio 2026 il Dipartimento dell’Energia annuncia il recupero di 13,5 chili di uranio arricchito dal reattore di ricerca RV-1 di Caracas. Materiale fermo lì dal 1991, residuo di un vecchio progetto scientifico, formalmente eccedente, sostanzialmente dimenticato. Operazione condotta con l’AIEA, supporto britannico, accordo del governo venezuelano post-Maduro.

Sulla carta una bonifica di non proliferazione tra le tante. Letta dentro la sequenza Trump-Rubio sull’America Latina, è invece un segnale di metodo: dove c’è materiale fissile fuori dai canali del controllo americano, Washington si muove per riprenderlo, anche quando il rischio operativo è marginale e il valore politico è soprattutto simbolico.

È il prologo. La prova generale di una postura. L’anticipazione di una traccia.

Cosa dice davvero un campione di uranio

Si chiama nuclear forensics. È una disciplina sviluppata negli ultimi venticinque anni dal Joint Research Centre della Commissione Europea e dall’AIEA, con contributi americani significativi. Su un campione di uranio arricchito si possono leggere l’origine geologica del minerale grezzo, la tecnologia di arricchimento utilizzata, le impurità di lavorazione, la cronologia del processo, le firme delle cascate di centrifughe specifiche, le tracce dei reagenti chimici impiegati. Un campione di uranio non è un oggetto silenzioso. È un archivio chimico.

Letto correttamente, quel materiale racconterebbe in modo dettagliato cosa è effettivamente avvenuto nei programmi iraniani durante gli anni del JCPOA e dopo.

Quale capacità tecnica era in funzione mentre il mondo veniva rassicurato. A che distanza fosse davvero Teheran dalla soglia di breakout. Eventuali impronte di assistenza esterna, e qui il precedente storico documentato resta il network Khan, pakistano-nordcoreano, non altro. Le firme isotopiche raccontano processo e cronologia, non l’identità degli intermediari commerciali. Anche così, quello che possono dire è già molto. Soprattutto sulla cronologia.

Il grand jury di Fort Pierce

A questo punto il quadro si arricchisce di un elemento che fino a poche settimane fa nessuno avrebbe collegato al dossier nucleare. A Fort Pierce, in Florida, è attivo da gennaio 2026 un grand jury federale sotto la giurisdizione della giudice Aileen Cannon, la stessa che aveva archiviato il caso dei documenti contro Trump.

La formula ufficiale del procedimento è weaponization, strumentalizzazione politica decennale del governo. Trenta mandati di comparizione emessi dal procuratore Jason Reding Quiñones, bersagli John Brennan, James Clapper, Peter Strzok, Lisa Page, e in subordine numerosi altri funzionari dell’amministrazione Obama. La cornice è procedura giudiziaria. La sostanza è politica, e su questo non c’è ambiguità: il primo atto della procuratrice generale Pam Bondi, il giorno del suo insediamento, è stata la creazione di un “Weaponization Working Group” con l’obiettivo dichiarato di indagare le amministrazioni precedenti.

Tra i tasselli che oggi vengono riletti c’è anche il pagamento di 1,7 miliardi di dollari a Teheran nel gennaio 2016, regolamento finale di una controversia ferma al Tribunale arbitrale dell’Aja sul sequestro di fondi iraniani dal 1979, di cui 400 milioni in contanti in valute estere per via delle sanzioni sui dollari. Operazione documentata da GAO e Treasury, mai negata, contestata politicamente per la coincidenza temporale con il rilascio degli ostaggi americani avvenuto lo stesso giorno. La transazione resta fatto storico; la sua qualificazione come canale di finanziamento del programma nucleare resta lettura politica.

Trump ha definito pubblicamente Obama “il capo della gang” e, su Truth Social, “la più grande forza demoniaca nella politica americana”.

Obamagatre

La domenica del 17 maggio, in poche ore, ha pubblicato circa venticinque post generati da intelligenza artificiale in saturazione: lui in sale comando spaziali, lui che dirige battaglie satellitari, lui che cammina con un alieno. Saturazione mediatica in un momento in cui la guerra contro l’Iran resta irrisolta e la base MAGA si frattura su altre questioni, così si racconta.

Poi però Trump conferma una trentina di candidati da lui esplicitamente supportati alle primarie repubblicane.

MAGA may 2026

Coincidenze?

Vale la pena guardare la mappa con l’occhio di chi osserva da fuori, lasciando da parte le tifoserie.

Crossfire Hurricane aperto nel luglio 2016 sotto direzione FBI di Comey, con problemi di apertura che il Durham Report del 2023 ha documentato in modo esplicito, anche se senza arrivare a incriminazioni dei vertici. Il dossier Steele, costruito con finanziamento del Comitato Nazionale Democratico e della campagna Clinton, usato per ottenere mandati FISA su Carter Page. Il fatto che la base probatoria fosse fragile lo dicono oggi atti giudiziari, non opinioni.

La lettera dei cinquantuno ex funzionari dell’intelligence dell’ottobre 2020. Brennan, Clapper, Hayden tra i firmatari. Dichiararono che il laptop di Hunter Biden aveva “le caratteristiche classiche di un’operazione russa di disinformazione”. I fatti emersi negli anni successivi hanno smentito quella lettura: l’autenticità del materiale è stata confermata dalla stessa stampa che inizialmente l’aveva ignorata. Sulla bilancia delle elezioni 2020 quella lettera ha pesato. Quanto, è oggetto di dibattito. Che abbia pesato, no.

I Twitter Files, pubblicati a partire dal dicembre 2022 sotto la nuova proprietà della piattaforma, hanno documentato la collaborazione sistematica tra FBI, agenzie di intelligence e piattaforme social per la moderazione di contenuti politicamente sensibili nel periodo 2018-2022. Non testimonianze, materiale aziendale interno. Le stesse dinamiche emergono dal contenzioso Murthy v. Missouri davanti alla Corte Suprema. Quella che prima veniva chiamata “censura privata”, in molti casi, era pressione amministrativa con cornice formalmente non vincolante.

Il treno di procedimenti contro Trump tra il 2017 e il 2024: Mueller, primo impeachment, secondo impeachment, Mar-a-Lago, New York, Georgia, gli atti per il 6 gennaio. Quattro giurisdizioni diverse, quattro pubblici ministeri diversi, una concentrazione su una singola figura politica che la storia americana non aveva mai visto. Sul merito di ciascuna inchiesta si può discutere; sul fatto del cumulo, no.

Il JCPOA del 2015. Il pagamento del gennaio 2016. La rete di laboratori di sorveglianza sanitaria pubblica espansa nell’Europa orientale sotto il Biological Threat Reduction Program, sulla cui natura le interpretazioni divergono in modo molto netto.

La gestione dell’Ucraina dal 2014 in poi, con il ruolo di Victoria Nuland nei mesi di Maidan, documentato fino all’intercettazione del “fuck the EU”.

Sono dossier diversi, con statuti probatori diversi, alcuni documentati con precisione, altri ancora oggetto di disputa interpretativa.

Quello che colpisce un osservatore esterno è il perimetro temporale e di personale. Tutti ricadono nel ciclo 2009-2017 o nei suoi proseguimenti. Gli apparati che li hanno gestiti hanno garantito una continuità diretta con l’amministrazione Biden: Blinken al Dipartimento di Stato, Sullivan al Consiglio di Sicurezza Nazionale, Susan Rice al Domestic Policy Council, Nuland nuovamente al Dipartimento di Stato fino al 2024. La struttura intermedia di apparato, le burocrazie federali, l’intelligence, le procure, ha mantenuto continuità ancora più larga, attraversando anche il primo mandato Trump senza scossoni significativi.

È esattamente la fisionomia che una pubblicistica anche progressista, prima e indipendentemente dai circuiti MAGA, ha descritto come “deep state”. Non una cospirazione, ma un apparato di potere ibrido, agenzie federali, intelligence, complesso militare-industriale, finanza, che persiste oltre i cicli elettorali e detta limiti operativi a qualsiasi presidente. È una categoria analitica seria, ormai sdoganata fuori dai perimetri di parte, e che spiega molte cose che la cornice della politica elettiva da sola non spiega.

E qui arriva il pezzo che pochi stanno mettendo insieme.

L’uranio come documento

L’uranio iraniano potrebbe non essere soltanto il combustibile di una bomba ancora da costruire. Potrebbe essere il documento di un decennio. Le firme isotopiche, una volta lette, potrebbero diventare materiale probatorio rispetto a un capitolo di storia recente ancora in fase di scrittura: cosa è successo davvero al programma nucleare iraniano durante e dopo il JCPOA, quale livello di arricchimento è stato raggiunto in quali fasi, e in che termini la postura diplomatica dell’amministrazione Obama sia compatibile con i fatti tecnici sul terreno.

Si tratta di un’ipotesi, e come tale va presentata. Ma è un’ipotesi che spiega cose che altrimenti restano sospese. Spiega perché Trump insiste sul recupero fisico anche quando ammette che militarmente non gli serve.

Spiega perché collega esplicitamente lo stock alla Space Force come strumento di sorveglianza permanente, con la minaccia operativa che ne consegue. Spiega perché tutto questo avviene mentre il grand jury di Fort Pierce ascolta i funzionari dell’epoca Obama. E spiega quella formula scelta dal presidente. Non sicurezza strategica, non non-proliferazione, non riallineamento regionale.

Pubbliche relazioni. Cioè narrazione pubblica. Cioè documentazione politica di un’epoca.

C’è poi un’ulteriore ipotesi che circola in certi ambienti americani vicini all’amministrazione Trump, e che non si può né archiviare come pura disinformazione né trasformare in fatto stabilito: la connessione tra il programma iraniano e la transazione Rosatom-Uranium One del 2010, durante il Dipartimento di Stato di Hillary Clinton.

Il nucleo storico è documentato, la transazione, l’autorizzazione del Comitato per gli investimenti esteri, le donazioni alla Clinton Foundation. La saldatura con Teheran resta congettura. Però spiega perché certi ambienti e lo stesso Presidente Trump spingono per il recupero fisico della “polvere nucleare”.

Il riallineamento sotto la superficie

Il riallineamento sunnita non è un’invenzione di propaganda. Il Patto di Abramo aveva già spostato il baricentro, il viaggio di maggio 2025 lo ha consolidato, l’attacco di giugno lo ha trasformato in postura militare. È un assetto in cui l’Iran sciita viene retrocesso da polo regionale a problema gestibile, e il sistema petrolifero in valute alternative che ruotava attorno a Teheran perde il suo principale ancoraggio. La fine dell’arricchimento iraniano è la chiusura tecnica di un ciclo che è anche valutario, non solo nucleare. Il viaggio di Trump a Pechino del 14-15 maggio, dove ha rilasciato l’intervista a Hannity, va letto in questa luce: la trattativa sull’Iran si fa anche con chi compra il petrolio iraniano, non solo con Teheran.

Ciò che resta

Restano due ipotesi sul tavolo, e tenerle separate non è pedanteria.

La prima: un piano coordinato fin dall’inizio. Regia consapevole, persone che si riconoscono come parte di un disegno, decisioni prese in stanze precise anche se le stanze cambiano nel tempo. Versione forte. Esige prove forti.

La seconda: una convergenza strutturale di interessi. Orbite politiche, logiche di apparato, personale che si muove dentro lo stesso ambiente, condivide letture del mondo, occupa ruoli in continuità tra un’amministrazione e la successiva. Esito uguale, meccanismo diverso. Versione debole. Esige meno, spiega molto.

I media mainstream le confondono volutamente.

L’informazione libera le confonde per troppo addomesticamento, per abitudine a una griglia ereditata da decenni in cui l’America era solo imperialismo e l’antiamericanismo riflesso automatico. Una lettura che fatica a vedere l’America come campo di conflitto interno, con regia interna.

Nella migliore delle ipotesi.

A finire schiacciata, in entrambi i casi, è la sola cosa che conti: la possibilità di leggere il pattern per quello che è.

Quello che è documentato è la sequenza, e sono le parole con cui il presidente americano la racconta in pubblico e l’insistenza sul punto del recuperare la “polvere nucleare”.

Quello che è plausibile è la lettura come operazione di consolidamento del nuovo ordine regionale e come chiusura tecnica del ciclo petrolifero alternativo costruito attorno a Teheran.

Quello che resta ipotesi è il legame tra le scelte dell’amministrazione Obama, il dossier Uranium One e l’attuale situazione tra USA e Iran, alla luce dello sviluppo dei fronti giudiziari, investigativi e mediatici.

Un campione di uranio non è un oggetto silenzioso. Forse, quando finirà sotto analisi, racconterà una storia.

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