
I COMPITI A CASA
Perché l’Italia di Meloni si merita quello che Trump le sta facendo?
«She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I wouldn’t have done it, but I felt sorry for her.» Sono le parole originali del presidente degli Stati Uniti d’America, pronunciate il 19 giugno 2026 in una telefonata con il programma L’Aria che tira su La7. Il destinatario è Giorgia Meloni, presidente del Consiglio italiano.
Vale la pena partire dal veicolo prima che dal contenuto. La telefonata è stata sollecitata e registrata dal giornalista Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca per La7. La7 non è esattamente una rete amica di Donald Trump: è un’emittente che nella sua linea editoriale non ha mai risparmiato critiche né sarcasmo al presidente americano. Il dettaglio non è secondario, perché La7 ha diffuso soltanto la versione doppiata in italiano della conversazione, senza rendere disponibile l’audio originale in inglese. La CBS News lo ha notato esplicitamente, dichiarando di non essere in grado di verificare in modo indipendente le dichiarazioni attribuite a Trump. Un’emittente ostile che traduce in modo forzato una dichiarazione del presidente e diffonde solo la versione italiana, privando chiunque della possibilità di ascoltare cosa sia stato effettivamente detto. La malizia è difficile da negare.
Prima di analizzare il significato, va corretta la traduzione. I media italiani hanno riportato: «Mi ha implorato di fare una foto insieme, l’ho fatta perché mi ha fatto pena.» Non è quello che Trump ha detto. Begged, nell’inglese informale e diretto di Trump, non è «implorare» con le ginocchia a terra: è più vicino a «ha insistito», «ha preteso». E I felt sorry for her non è «mi ha fatto pena», che in italiano porta un carico di disprezzo. È «mi dispiaceva per lei»: empatia, non spregio. La traduzione dei media nostrani ha amplificato entrambe le estremità: l’atto reso più disperato, la risposta resa più sprezzante. Il risultato è un’umiliazione più grave nella versione italiana che nell’originale inglese.
In un articolo sulla guerra cognitiva, questo dettaglio non è marginale. È il caso dimostrativo.
La reazione italiana è stata da manuale, di quel manuale che andrebbe riscritto da cima a fondo. Video di smentita della premier via social («dichiarazioni inventate, io e l’Italia non imploriamo mai», costruito sulla traduzione sbagliata). Annullamento della visita del ministro degli Esteri Tajani a Washington, prevista per il 21 e 22 giugno. Post di solidarietà di Mattarella. Abbraccio dell’intera opposizione, da Schlein a Conte a Renzi a Calenda. In poche ore, il governo che fino alla sera prima era il «pericolo fascista» è diventato il governo da difendere. Identico meccanismo del 13 aprile, quando tre parole («pessimo Papa») produssero esattamente lo stesso effetto.
C’è però un aspetto della reazione di Meloni che merita attenzione: il tempismo e la forma. La risposta è arrivata con una rapidità e una confezione che lasciano pensare non tanto a una reazione di pancia quanto a un copione già pronto nel cassetto, in attesa dell’occasione giusta. Il video, il tono calibrato di chi è «allibita» ma legge da uno script, la frase ad effetto chiusa con «io e l’Italia non imploriamo mai»: tutto troppo levigato per essere improvvisato, tutto troppo tempestivo per non essere stato anticipato. Se la risposta era premeditata, allora la domanda diventa un’altra: chi sapeva in anticipo che quella telefonata sarebbe diventata un caso?
Ma chi si ferma alla cronaca perde il disegno.
Trump non si è limitato alla battuta telefonica. Il giorno successivo ha pubblicato su Truth Social un post interamente dedicato alla premier italiana. Non un commento laterale, non una risposta a un giornalista: un atto di comunicazione deliberato, scritto, pensato per restare. «Italian Prime Minister Giorgia Meloni asked, over and over, for a picture with me during the G-7 meeting in France. She is doing poorly in Italy with her level of popularity, possibly because she turned down the United States of America, a Country that truly loves and protects Italy, when it came to denying Iran from obtaining or developing a Nuclear Weapon.» E la chiusura: «Now, after the United States defeated Iran militarily, she wants to be friends again in order to get her ‘numbers up.’ No thanks!!!»
Meloni ha risposto su Instagram con una frase che, per una volta, ha colpito nel segno: «La mia popolarità non è affar tuo. Ti suggerisco di pensare alla tua.» Ma subito dopo ha difeso il diniego delle basi con una formula che conferma esattamente la diagnosi americana: «Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato e che non possono essere violati finché sono presidente del Consiglio.»
Formula tecnica. Di nuovo. Tecnicamente corretta, politicamente evasiva. Il linguaggio di chi si ripara dietro le procedure per non dover prendere posizione.
Su NBC ha dichiarato inoltre che Meloni «era una grande fan, ma non la voglio come fan, perché non c’era quando si trattava dello Stretto di Hormuz». Tre canali diversi, lo stesso messaggio, in ventiquattr’ore. Non è uno sfogo. È un’operazione.
Lo Stretto di Hormuz. Le basi negate. La NATO assente. La popolarità in calo. Il tentativo di riavvicinamento dopo la vittoria militare sull’Iran. Cinque punti precisi, ciascuno con un peso specifico documentato, ciascuno riferito a decisioni concrete prese dal governo italiano negli ultimi mesi.
Chi continua a leggere Trump come un clown imprevedibile ha un problema di metodo, non di informazione.
Il secondo round
Questa è la seconda volta in tre mesi che il meccanismo si attiva. La prima fu il 13 aprile, quando Trump attaccò Leone XIV su Truth Social dopo una sequenza di cinque giorni che nessuno ha messo insieme: convocazione del cardinale Pierre al Pentagono con evocazione della Cattività Avignonese, udienza di Axelrod in Vaticano, intervista dei tre cardinali americani progressisti su 60 Minuti. Anche allora la reazione italiana fu identica: Meloni prese le distanze da Trump, difese il Papa, Trump la attaccò, l’opposizione si schierò con Meloni. La narrativa del «governo pericoloso» non fu sconfitta in un dibattito. Fu dissolta in un teatrino in cui l’opposizione entrò liberamente, convinta di avere un ruolo, e dal quale uscì disarmata.
Tre mesi dopo, stesso copione. Meloni guadagna centomila follower su Instagram in ventiquattr’ore. Schlein tiene un discorso da statista. Conte protesta per l’onore della nazione. Renzi definisce Trump «orripilante». E nel farlo, ciascuno di loro annacqua la propria arma: il governo fascista non è più fascista quando Trump lo attacca.
Se funziona due volte, non è un incidente. È un’architettura.
Ma mentre l’intero arco parlamentare si stringeva attorno alla premier offesa, una parte significativa dell’elettorato che l’aveva portata a Palazzo Chigi leggeva la vicenda in chiave esattamente opposta. Non un’aggressione ingiusta, ma la conseguenza prevedibile di una promessa tradita.
Il ragionamento, che circola con intensità crescente sui social e nella rete di chi aveva creduto nella svolta del 2022, è semplice e tagliente: Meloni aveva a disposizione un presidente americano che stava smontando pezzo per pezzo l’architettura che comprime l’Italia. Il Green Deal. I miliardi a Zelensky. L’immigrazione strumentale. Il complesso farmaceutico e militare di Bruxelles.
Poteva usare Trump come leva per affrancarsi. Invece ha rafforzato il sodalizio con Von der Leyen, con le multinazionali, con lo stesso sistema che i suoi elettori le avevano chiesto di combattere.
“Ti avevamo votato per renderci liberi. E tu stai con chi ci tiene in catene.”
Questa voce non compare nei telegiornali. Non è rappresentata nei commenti dei politologi. E non è un caso, perché tra l’establishment che chiude i ranghi e la base che vede il tradimento, esiste un terzo attore che lavora perché i due non si incontrino mai: l’apparato mediatico.
Basta guardare la copertura dei giorni successivi al 19 giugno. Reti unificate.
Telegiornali, talk show, editoriali, tutti sulla stessa frequenza: Trump il bullo, Meloni la vittima, l’Italia offesa. Nessuno che si chieda perché il presidente degli Stati Uniti abbia scelto di attaccare proprio l’Italia in quel momento, nessuno che colleghi Hormuz alle basi negate, nessuno che spieghi al cittadino comune cosa stia accadendo nell’architettura finanziaria globale mentre lui si indigna per una foto.
La propaganda funziona esattamente così: non nasconde i fatti, li seppellisce sotto un’emozione.
L’emozione, in questo caso, è l’orgoglio nazionale ferito. E finché il cittadino guarda la ferita, non vede la traiettoria: un governo che si dichiara sovranista e si allinea a ogni direttiva dei poteri sovranazionali, che promette rottura e garantisce continuità, che usa la retorica dell’indipendenza per coprire la prassi della sudditanza.
Tre piani, dunque. L’establishment che si unisce davanti alle telecamere. La base che intuisce il tradimento sotto la cronaca. E i media che costruiscono il muro tra i due, affinché il cittadino normale non veda mai nitidamente dove sta andando il suo governo, e con chi.
La distanza tra questi tre piani racconta più di qualsiasi sondaggio lo scollamento tra il paese reale e la sua classe dirigente.
Ma sarebbe un errore analitico fermarsi qui e concludere che tutto sia un teatrino concordato per dare ossigeno a Palazzo Chigi. La versione «gioco delle parti costruito per aiutare Meloni» presuppone che Trump dedichi tempo e reputazione a soccorrere la popolarità di un capo di governo europeo.
La verità più scomoda è che le due letture non si escludono. L’umiliazione è genuina. L’effetto collaterale sulla dinamica politica interna italiana è reale. Ma il fatto che Meloni ne benefici sul piano domestico non significa che sia lei ad averlo pianificato, né che il beneficio compensi il danno diplomatico.
Anzi: più la reazione italiana trasforma una battuta in un caso di Stato, più conferma agli occhi di Washington che Roma non ha la statura per stare al tavolo dei grandi.
I capi d’accusa
Trump ha attaccato Meloni perché non ha fatto i compiti a casa.
E i compiti erano tre.
Primo: Hormuz e l’Iran. Quando gli Stati Uniti hanno condotto le operazioni militari contro l’Iran a partire dal 28 febbraio, l’Italia è stata assente. Il ministro della Difesa Crosetto ha negato l’accesso a una base italiana per i bombardieri americani, poi ha ritrattato con una formula tecnica: la missione operativa avrebbe richiesto l’autorizzazione parlamentare prevista dall’ordinamento. Formula tecnicamente corretta, politicamente insufficiente. Il parallelo con Sigonella 1985 regge nella meccanica ma diverge nelle conseguenze: Craxi scelse la rottura frontale e ne pagò il prezzo per anni; Crosetto ha scelto l’ambiguità istituzionale, che è esattamente il tipo di mossa che un pragmatico americano non perdona. Non perché sia sbagliata in sé, ma perché non è né un sì né un no.
Secondo: la NATO e lo Stretto. Trump ha detto esplicitamente che Meloni «non c’era, né lei né la NATO, quando si trattava dello Stretto di Hormuz». Non è una lamentela generica sull’alleanza atlantica. È un’accusa specifica: mentre Washington rompeva il monopolio assicurativo di Lloyd’s of London sullo Stretto, costituiva una controassicurazione pubblica attraverso la Development Finance Corporation, e faceva scortare il traffico dalla marina militare, l’Italia e la NATO non muovevano un dito. Peggio: Francia e Spagna chiudevano lo spazio aereo ai voli militari americani. L’alleanza più potente della storia si comportava come un club di bridge durante un terremoto.
Terzo: l’energia e l’immigrazione. La frase è stata quasi inghiottita dal clamore sulla foto, ma vale più della foto: «Gli europei hanno sbagliato tutto sull’energia e hanno sbagliato tutto sull’immigrazione, e se non risolvono questi problemi l’Europa non sarà mai più la stessa. Probabilmente non riusciranno a risolverli.» Non è una previsione. È una sentenza. E la parola chiave è «probabilmente non riusciranno»: Trump non sta più aspettando che l’Europa faccia la cosa giusta. Ha smesso di aspettare.
I compiti non fatti
Qual è, dunque, la lista dei compiti che Meloni non ha fatto? Non quella di Trump, che ragiona per interessi americani. Quella dell’Italia, che dovrebbe ragionare per i propri.
Il primo compito non fatto è l’Unione Europea. Meloni si è presentata come la premier che avrebbe cambiato l’Europa dall’interno. Si è schierata per Ursula von der Leyen in cambio di una vicepresidenza esecutiva. Ha mantenuto l’Italia dentro ogni vincolo di bilancio, ogni meccanismo di sorveglianza, ogni architettura di condizionalità che trasforma i governi nazionali in esecutori di decisioni prese altrove. Non ha sfidato la BCE, non ha messo in discussione l’euro come strumento di compressione salariale e produttiva, non ha aperto un fronte serio sull’autonomia energetica. Ha fatto esattamente quello che facevano i suoi predecessori, con una retorica diversa e gli stessi risultati.
Il secondo compito non fatto è Israele. La sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione sulla difesa, annunciata con enfasi dal Vinitaly il 14 aprile, è l’esempio perfetto di quello che gli americani percepiscono come doppio gioco. L’accordo, firmato nel 2003 e in vigore dal 2016, prevedeva un rinnovo automatico ogni cinque anni con silenzio-assenso. Crosetto ha inviato la lettera di sospensione il 13 aprile, il giorno stesso della scadenza. Ma la sospensione blocca il rinnovo automatico, non l’accordo: il trattato resta in vigore per altri sei mesi, fino a ottobre 2026. I contratti militari già firmati proseguono. E l’accordo vero, quello dell’Unione Europea con Israele nel cui quadro Tel Aviv beneficia di 1,11 miliardi di Horizon Europe, non viene sfiorato.
Opportunità narrativa immediata, trappola fattuale posticipata. Il nodo non è sciolto. È spostato.
Il terzo compito non fatto è l’Ucraina. Il 14 giugno, cinque giorni prima dell’umiliazione su La7, Trump ha parlato con Putin per quasi un’ora, il giorno del suo ottantesimo compleanno. Ha detto di essere pronto a influenzare gli alleati europei e Kiev verso la fine delle ostilità, anche durante il G7. Ha definito imminente un accordo sull’Iran. Ha concordato con Putin che Witkoff e Kushner torneranno presto a Mosca. In quell’architettura, l’Europa che continua a finanziare e armare l’Ucraina senza partecipare ai negoziati non è un alleato. È un ostacolo.
Meloni ha sostenuto Zelensky senza condizioni, ha votato ogni pacchetto di sanzioni, ha mantenuto la retorica della resistenza ucraina come valore in sé, in un momento in cui Washington stava costruendo con Mosca e Pechino un’architettura di convergenza che quell’Europa non solo non vedeva, ma contribuiva attivamente a sabotare. Trump a Pechino il 14 maggio con diciassette CEO sull’Air Force One. Putin a Pechino la settimana dopo. Xi che dichiara la rottura della trappola di Tucidide.
Quattro vertici bilaterali programmati nell’anno. Non è agenda di crisi. È architettura. E l’Italia non c’è.
L’opportunismo che non funziona
C’è una parola, nel lessico politico americano, che pesa più di un insulto: «unreliable». Inaffidabile.
Non è un giudizio morale. È una classificazione operativa. E una volta applicata, non si toglie con un video su Instagram.
Meloni ha costruito la propria proiezione internazionale su un’ambiguità che nella cultura diplomatica europea è considerata sofisticazione, e nella cultura pragmatica americana è considerata inaffidabilità.
Ha cercato la foto con Trump e la benedizione di Ursula. Ha difeso il Papa e mantenuto i canali con Netanyahu. Ha sospeso l’accordo militare con Israele e lasciato intatto quello europeo. Ha negato le basi per l’Iran e poi ritrattato con formula tecnica. Ha sostenuto Zelensky in pubblico senza mai aprire un canale serio con Mosca.
Nella mentalità di un uomo come Trump, che ha dimostrato in più occasioni di rispettare anche avversari frontali purché coerenti, questo tipo di acrobatismo non è diplomazia: è vigliaccheria. Il nemico autentico può diventare un alleato autentico. L’opportunista resta un opportunista.
Ma il problema non è Trump. Il problema è che l’opportunismo come metodo di governo ha una data di scadenza, e quella data è arrivata. Funziona finché il contesto è stabile, finché le alleanze sono prevedibili, finché nessuno chiede il conto. Il mondo che sta emergendo dalla crisi iraniana, dalla convergenza Washington-Mosca-Pechino, dal crollo dell’architettura finanziaria anglofrancese, è un mondo in cui i conti si chiedono. E chi non ha scelto si trova senza sedia quando la musica si ferma.
Il pattern che si ripete
L’Italia è già stata in questa posizione. Enrico Mattei fu eliminato nel 1962 perché stava costruendo accordi energetici fuori dal sistema delle sette sorelle. Aldo Moro fu sequestrato e assassinato nel 1978 mentre costruiva un’apertura che avrebbe spostato l’Italia fuori dall’orbita in cui era stata collocata a Yalta. Bettino Craxi bloccò fisicamente i paracadutisti americani a Sigonella nel 1985: guadagnò una popolarità enorme e alienò Washington con conseguenze che arrivarono fino a Tangentopoli e all’esilio di Hammamet.
Due figure, tre figure, quattro, un meccanismo identico: ogni volta che un leader italiano prova a costruire un margine di autonomia reale, il sistema reagisce. La differenza rispetto ad allora, se c’è, è che il contesto internazionale si sta spostando nella stessa direzione in cui l’Italia avrebbe interesse a muoversi. Il corridoio eurasiatico, la rinegoziazione dell’asse energetico, la finestra che si apre quando il vecchio ordine scricchiola: sono le stesse opportunità che Mattei vedeva sessant’anni fa.
Ma le finestre si chiudono. E questa si sta chiudendo mentre l’Italia guarda altrove.
L’Operazione GICO, con ventisei arresti tra generali e dirigenti, perquisizioni al Ministero della Difesa, a RFI, a Terna, al Polo Strategico Nazionale, è il primo segnale tangibile che il distacco dall’asse anglofrancese tocca anche le reti di controllo interne.
A Parigi, la sede di Edmond de Rothschild è stata perquisita. A Londra, Peter Mandelson è stato arrestato. Il Rothschild Group ha ceduto la propria quota nell’Economist. Elkann ha venduto Gedi ad Antenna, imprenditore vicino all’ecosistema Trump.
Chi si muove anticipa quello che sta per cambiare. Chi non si muove lo subisce.
La domanda che nessuno pone
Il dramma non è che Trump abbia umiliato Meloni. I presidenti americani hanno sempre trattato i leader europei come interlocutori di secondo piano quando quei leader si comportavano da interlocutori di secondo piano. Il dramma è che la classe dirigente italiana, di governo e di opposizione, non abbia la lucidità di porsi la domanda giusta.
La domanda giusta non è «come rispondiamo all’insulto». È «perché siamo arrivati al punto in cui un presidente americano ritiene produttivo insultarci in diretta televisiva».
La risposta, scomoda, è che l’Italia non ha fatto i compiti a casa. Non ha sfidato l’Unione Europea sulle questioni che contano. Non ha rotto con i poteri finanziari sovranazionali che condizionano le sue scelte. Non ha preso una posizione chiara e strutturale sull’Ucraina e su Israele. Ha continuato a servire più padroni contemporaneamente, convinta che l’ambiguità fosse un’arma. In un mondo che chiede scelte, l’ambiguità è una condanna.
Tajani che annulla un viaggio per una battuta. Salvini che posta su Instagram. Schlein che fa la statista difendendo il governo che vorrebbe abbattere. Tutto il sistema politico italiano che si indigna per la forma e non vede la sostanza. Visto da Washington, questo non è un paese che protegge la propria dignità.
È un paese che non ha una strategia e reagisce agli stimoli come un organismo senza sistema nervoso centrale.
Il 14 giugno, mentre Trump parlava con Putin di come finire la guerra in Ucraina, l’Italia discuteva di una foto al G7. Cinque giorni dopo, mentre i negoziati sull’Iran, con i continui sabotaggi di Israele, si avvicinavano alla firma e l’architettura finanziaria globale si riconfigurava a una velocità senza precedenti, l’Italia annullava una visita diplomatica per difendere l’onore ferito della premier.
Ci facciamo sempre riconoscere. Il problema è per cosa.









