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TRUMP WAS RIGHT

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Agosto 10, 2026

TRUMP WAS RIGHT

Venezuela, il modello Mattei e la bonifica del mondo

Due copertine in una settimana. La stessa storia raccontata da due angolazioni opposte, entrambe rivelatrici.

Newsweek, numero del 7-14 agosto 2026: “Trump Was Right (About Venezuela)”. Sei mesi dopo la “cattura” di Maduro, anche con un doppio terremoto devastante in mezzo, gli scettici che avevano previsto il caos avevano torto.

Esportazioni petrolifere ai massimi da sette anni. Ricavi in crescita del 21 per cento sul trimestre precedente. Prima revisione organica delle leggi sugli idrocarburi dal 1943. Fine del monopolio della compagnia petrolifera di Stato. Royalties al 30 per cento, arbitrato internazionale indipendente, intera filiera aperta agli operatori privati.

TIME, 17 agosto: “The Venezuela Experiment”. Delcy Rodríguez al centro della copertina, tra Rubio e Trump. Un titolo asciutto. Nessuna celebrazione. Il riconoscimento di un modello operativo.

Time Venezuela

Il 3 agosto Trump ha rilanciato la copertina di Newsweek su Truth Social. L’orario della pubblicazione: le 12:51. Cinque minuti dopo, alle 12:56, l’account ufficiale della Casa Bianca ha condiviso la stessa copertina su X con una sola didascalia: “TRUST IN TRUMP.”

Per chi segue il registro comunicativo di questa amministrazione, il numero non è neutro. Il drop Q numero 1251, datato 23 aprile 2018, recita: “Listen carefully. Trust the plan. Q.”

Trust the plan. Trust in Trump. La corrispondenza tra il timestamp del post presidenziale e il numero del drop è dato verificabile. Che l’eco testuale tra i due messaggi formi un pattern coerente con le sequenze istituzionali già documentate il 22 giugno e il 16 luglio è osservazione, non deduzione. Chi legge quei numeri riconosce una grammatica. Chi non li legge vede solo una copertina di giornale.

Trump Venezuela Q

Il Venezuela è uno dei dodici tavoli della partita che Trump sta giocando in simultanea. Le riserve di greggio venezuelane sono le più grandi del mondo a livello nazionale, superiori a quelle dell’Arabia Saudita. ENI e Repsol hanno già firmato accordi con la società venezuelana PdV. L’Italia sta entrando nella partita energetica del futuro.

Ma le copertine, da sole, non raccontano la storia. Per capire cosa sta accadendo bisogna sapere da dove veniva il Venezuela, cosa è successo il 3 gennaio 2026, e soprattutto cosa significa per il mondo che sta nascendo.

Da dove veniva

Il Venezuela di Maduro non era un regime autoritario qualsiasi. Era un nodo operativo.

A dicembre 2025, tre settimane prima della cattura di Maduro, avevo pubblicato la traduzione di una lettera pubblica apparsa sul Dallas Express. L’autore era Hugo Carvajal Barrios, ex generale tre stelle venezuelano, già direttore dell’intelligence militare e deputato dell’Assemblea Nazionale sotto i regimi di Chávez e Maduro. Detenuto negli Stati Uniti, Carvajal aveva scelto quel momento per rompere il silenzio. E quello che raccontava era un quadro che andava molto oltre la corruzione.

Maduro DEA

Secondo le sue rivelazioni, il governo venezuelano si era trasformato in un’organizzazione criminale nota come “Cartello del Sole”. La strategia era stata suggerita dal regime cubano a Chávez a metà degli anni Duemila: utilizzare le droghe come armi contro gli Stati Uniti. Non incidenti di corruzione, non trafficanti indipendenti, ma politiche deliberate coordinate dal regime con l’aiuto delle FARC, dell’ELN, di operativi cubani e persino di Hezbollah.

Le carceri venezuelane erano state svuotate sistematicamente. Chávez aveva ordinato il reclutamento di leader criminali dentro e fuori dalle prigioni per “difendere la rivoluzione” in cambio dell’impunità. Maduro aveva ampliato la strategia esportando criminalità e caos all’estero. Quando la politica di frontiere aperte dell’amministrazione Biden era diventata di dominio pubblico, avevano colto l’opportunità per inviare questi operativi negli Stati Uniti. La banda criminale Tren de Aragua non era un fenomeno spontaneo. Era una proiezione armata del regime sul suolo americano.

Poi c’era Smartmatic. La tecnologia elettorale nata come strumento del regime venezuelano per mantenersi al potere. Carvajal affermava con certezza che il sistema poteva essere alterato e che era stato successivamente esportato all’estero, compresi gli Stati Uniti. Nel discorso alla nazione del 16 luglio 2026, Trump ha citato documenti CIA sullo stesso meccanismo, dando eco istituzionale a quella lettera. Il riferimento implicito a Smartmatic e Dominion, i due nomi che dal 2020 abitano il confine tra ipotesi e contenzioso giudiziario, trovava finalmente un ancoraggio presidenziale.

Il Venezuela non era solo un regime autoritario. Era un terminale: narcotraffico, esportazione di criminalità, interferenze elettorali, immigrazione come arma geopolitica. Tutto collegato. Tutto funzionale a un sistema più ampio.

L’operazione

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno “catturato” Maduro con un’operazione militare e lo hanno portato a New York per processarlo con accuse di narcoterrorismo. La moglie Cilia Flores è stata arrestata con lui. Il processo è fissato per il 1° giugno 2027.

La scelta più significativa non è stata la cattura. È stata la transizione.

Trump non ha scelto María Corina Machado, la leader dell’opposizione che aveva vinto il Nobel per la Pace (e che lo aveva dedicato a lui). Ha scelto Delcy Rodríguez, la vicepresidente di Maduro. La persona che conosceva i gangli del sistema dall’interno. 

Il Segretario di Stato Rubio è stato esplicito: “Tutto l’apparato di politica estera pensa che tutto sia Libia, tutto sia Iraq, tutto sia Afghanistan. Questo non è il Medio Oriente, e la nostra missione qui è molto diversa.”

La missione era diversa perché il modello era diverso. Niente regime change integrale, niente vuoto di potere, niente caos. Rodríguez ha resistito inizialmente, ha condannato l’operazione, ha dichiarato che il Venezuela avrebbe difeso il suo petrolio. Tre settimane dopo firmava la legge sulla sovranità energetica. Trump la chiamava al telefono. A febbraio Washington la riconosceva formalmente come presidente incaricata. A luglio Rodríguez firmava la prima revisione organica della normativa sugli idrocarburi dal 1943, ponendo fine al monopolio di PDVSA sull’intera filiera.

I numeri sono documentati. Produzione petrolifera da 800.000 barili al giorno a gennaio a 1,1 milioni a giugno. Ricavi da esportazioni di petrolio a 5,5 miliardi di dollari nel primo trimestre 2026, più 21 per cento sull’anno precedente. Almeno 670 prigionieri politici liberati. Partiti politici tornati all’attività pubblica. Canali televisivi che coprono le attività dell’opposizione. La crescita, anche con il terremoto che ha tagliato le previsioni dall’8 al 5,8 per cento, continua.

Il pezzo del puzzle

Ma Maduro non è solo un dittatore catturato. È un pezzo del puzzle che, una volta rimosso dal tavolo, sblocca filoni in direzioni diverse.

Trump was right on Venezuela

Primo filone: la Spagna. Carvajal Barrios è stato estradato dalla Spagna dopo aver patteggiato a giugno 2025 le accuse di narcoterrorismo. È posizionato come testimone chiave nel processo contro Maduro. Ma la connessione spagnola non si ferma alla sua estradizione. Il filone Delcygate, le relazioni documentate tra Zapatero, Sánchez, la stessa Delcy Rodríguez, il ruolo dell’uomo d’affari Víctor de Aldama, i cartelli della droga che attraversavano la rotta Caracas-Madrid: tutto questo è materiale giudiziario già in movimento nei tribunali spagnoli.

Secondo filone: le elezioni americane del 2020. Smartmatic nasce in Venezuela. I documenti CIA citati da Trump nel discorso alla nazione del 16 luglio descrivono un progetto sviluppato in Venezuela per alterare digitalmente i totali dei voti in modo non rilevabile. La lettera di Carvajal, che avevo tradotto e pubblicato a dicembre, descriveva lo stesso meccanismo. 

Ora un ex direttore dell’intelligence militare venezuelana è in carcere negli Stati Uniti, pronto a testimoniare. La convergenza tra le sue dichiarazioni e i documenti declassificati non è casuale.

Terzo filone: l’immigrazione come arma. Le carceri svuotate, il Tren de Aragua esportato negli Stati Uniti, i milioni di irregolari fatti entrare sotto l’amministrazione Biden. Il meccanismo era studiato per essere invisibile: cinque milioni di persone, dieci milioni, in scaglioni successivi nell’arco di anni, cambiano la demografia di un paese, cambiano la base elettorale dei partiti, e nessuno se ne accorge, soprattutto se i media cooperano al silenzio.

Elon Musk on Ceuta

Quello che fino a ieri era sommerso e taciuto, oggi viene mostrato ai popoli europei nel modo più brutale. La crisi di Ceuta lo ha reso visibile in presa diretta.

Il meccanismo è documentato. Il 20 luglio Sánchez visita Algeri per concludere accordi commerciali con l’Algeria, una mossa che non è piaciuta a Mohammed VI del Marocco. La risposta è arrivata in occasione del Giorno del Trono, il 50° anniversario del re: amnistia a 1.788 condannati dai tribunali marocchini, svuotamento delle carceri, ritiro delle truppe marocchine dalla frontiera con Ceuta. I servizi segreti spagnoli avevano avvertito il governo che si preparava un’operazione massiccia. Sánchez non ha predisposto alcun dispositivo di sicurezza. L’enclave era presidiata da 60 soldati. E la legge spagnola, dettaglio non secondario, impedisce di dichiarare lo stato d’emergenza per questioni migratorie. Le leggi giuste arrivano sempre al momento giusto.

Non è la prima volta: nel 2021 lo stesso meccanismo aveva scaricato 10.000 persone su Ceuta dopo che la Spagna aveva concesso asilo a Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario. Ma questa volta il contesto è diverso. Poche settimane prima dell’invasione, Netanyahu aveva dichiarato pubblicamente che chiunque si fosse schierato contro Israele avrebbe pagato “un prezzo immediato”, con riferimento esplicito al governo spagnolo. Il figlio Yair aveva pubblicato sui social la mappa di Ceuta con l’invito ai musulmani a “riprendersi questa terra”. Gli account israeliani avevano diffuso un meme con la cartina della Spagna divisa a metà e la scritta “due popoli, due stati”: la formula palestinese rovesciata sul mittente. Il Marocco, dal 2020, aderisce agli Accordi di Abramo, ha riconosciuto Israele, acquista tecnologia militare israeliana. È un paese alleato, nel senso tecnico del termine.

Che tutto questo configuri una regia diretta è ipotesi. Che la sequenza minaccia pubblica, provocazione social, operazione sul terreno formi un pattern coerente è dato osservabile. E lo stretto di Gibilterra si aggiunge a Hormuz e a Bab el-Mandeb nella lista dei colli di bottiglia dove il controllo dei flussi, umani e commerciali, è oggetto di una ridefinizione in corso.

Il primo ministro spagnolo, quello che si presentava come il resistente controcorrente e l’antisionista coraggioso, si è ritrovato a capo di un paese indifeso. E se la Spagna è indifesa, l’Europa è indifesa. Meloni ha risposto sospendendo i trattati di Schengen verso la Spagna. Il paradosso è che le connessioni documentate tra Sánchez, Zapatero, Maduro e i cartelli della droga sulla rotta Caracas-Madrid erano già emerse in sede giudiziaria. L’immigrazione forzata non è un fenomeno naturale. È una leva geopolitica. Il cerchio si chiude: il Venezuela ne era uno dei centri di coordinamento.

Tre filoni, un solo terminale. Il pattern che emerge dalla cattura di Maduro non è la cronaca di un regime change. È l’esposizione di un nodo che collegava narcotraffico, manipolazione elettorale e immigrazione forzata in un sistema integrato. Rimuovere quel nodo ha sbloccato processi in tre continenti.

Ma la bonifica non passa solo per la rimozione dei nodi operativi. Passa anche per una guerra sulla narrativa dove la verità nuda e cruda viene mostrata al pubblico. 

Ceuta ne è l’esempio più recente: sessantamila uomini in età militare scaricati su un’enclave europea, in diretta, con le telecamere di mezzo mondo puntate. Il meccanismo che per decenni era stato gestito nell’ombra, reso invisibile da governi compiacenti e media cooperanti, oggi viene esposto alla luce del giorno. Chi lo vede non può più fingere di non sapere.

Il Venezuela non è l’unico caso, ma è il più compiuto. E il modello che lo sorregge ha un precedente che nessuno, in Italia, si è ancora preso la briga di ricordare.

Il modello che avevamo inventato noi

Quello che Trump sta facendo con il Venezuela, quello che Bessent, Navarro e Vance stanno teorizzando sulla reindustrializzazione americana, quello che persino Jake Sullivan (l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, l’uomo dei Clinton) propone adesso su Foreign Affairs con il suo “Strategic Investment Fund”, tutto questo ha un precedente. Ed è italiano.

Si chiamava IRI. Istituto per la Ricostruzione Industriale. Nasce il 23 gennaio 1933, su progetto di Alberto Beneduce, per salvare le tre grandi banche italiane travolte dalla crisi del ’29. Lo Stato acquisisce le partecipazioni azionarie delle banche fallimentari e si ritrova proprietario di interi settori: siderurgia, cantieristica navale, telefonia, elettricità, meccanica, chimica, banche. Quello che doveva essere un intervento temporaneo diventa permanente. Nel dopoguerra, invece di essere smantellato, viene confermato e potenziato. Nel 1980 il gruppo conta circa mille società e oltre 500.000 dipendenti. Nel 1993 è ancora il settimo conglomerato al mondo per fatturato.

Non era comunismo. Era lo Stato che partecipava all’economia reale, proteggeva la capacità produttiva del paese, investiva dove il privato non arrivava, formava competenze e creava domanda interna. È esattamente la logica del “Sistema Americano” di Alexander Hamilton: credito pubblico, protezione delle manifatture nascenti, istituzioni che canalizzano capitale verso obiettivi di lungo termine. Hamilton nel 1791 parlava di “essentials of national supply”. L’IRI li realizzò concretamente in Italia. E produsse il miracolo economico.

Dietro l’IRI c’era un gruppo di uomini di cui solo adesso vediamo tutta la grandezza. Ezio Vanoni, ministro delle Finanze nei governi De Gasperi, fu il pilastro strategico delle Partecipazioni Statali e il principale sponsor politico di Enrico Mattei. Senza Vanoni, Mattei non avrebbe ottenuto né la creazione dell’ENI nel 1953 né il sostegno per costruire quello che divenne uno strumento di indipendenza energetica mondiale. Aldo Moro apparteneva alla stessa famiglia politica: quella corrente della DC che vedeva nelle Partecipazioni Statali non uno statalismo fine a sé stesso, ma uno strumento di sovranità economica e di bene comune, in continuità con la Dottrina Sociale della Chiesa.

La Populorum Progressio di Paolo VI, scritta nel 1967 specificamente per l’America Latina e il Medio Oriente (gli stessi scenari che oggi si stanno ridisegnando), distingue con una chiarezza che toglie il fiato. L’industrializzazione e l’organizzazione del lavoro produttivo sono beni da valorizzare. Il “sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali”, è da condannare. Pio XI lo aveva già definito: “imperialismo internazionale del denaro”. Vanoni e Mattei avevano già praticato esattamente quella linea. E per un momento avevano vinto.

Poi venne il Britannia. Il 2 giugno 1992, sul panfilo reale britannico, Mario Draghi illustrò il programma delle privatizzazioni italiane a un gruppo di banchieri della City. L’accordo Andreatta-Van Miert con la Commissione europea impose la liquidazione. L’IRI fu trasformato in società per azioni nel ’92, messo in liquidazione nel 2000. Lo Stato incassò 56.000 miliardi di lire e perse il controllo di banche, telecomunicazioni, autostrade, siderurgia, Alitalia. Quello che era stato costruito con decenni di lavoro, creatività e sacrificio, fino alla morte (Mattei a Bascapè nel 1962, Moro in via Caetani nel 1978), fu svenduto.

La riscoperta

Oggi ascoltiamo Scott Bessent, Segretario al Tesoro di Trump, che dice: “Abbiamo riscoperto a grande costo ciò che Hamilton ci insegnò: che ogni nazione dovrebbe sforzarsi di possedere in sé stessa tutti gli essenziali dell’approvvigionamento nazionale. La nazione che non può produrre ciò di cui ha bisogno non è veramente sicura. La nazione che dipende dai suoi avversari per input critici non è veramente sovrana.”

Peter Navarro scrive: “Prima che ci fosse America First, c’era Henry Clay e il Sistema Americano. Clay raccolse il testimone di Hamilton e abbracciò i dazi per costruire industria, la finanza per alimentare la crescita e le infrastrutture per legare un continente in un’unica unità economica.”

E persino Jake Sullivan, il factotum dei Clinton, l’uomo che è stato consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, propone su Foreign Affairs del 29 luglio 2026 un fondo di investimento strategico federale, citando Hamilton parola per parola. “Sin dalla sua fondazione, gli Stati Uniti hanno trattato la finanza come strumento di sovranità”, scrive. Quando l’uomo dei Clinton riscopre Hamilton, qualcosa nel mondo è cambiato davvero.

Trump ha firmato un ordine esecutivo per un fondo sovrano americano già nel febbraio 2025. L’amministrazione ha preso partecipazioni dirette in Intel, in MP Materials per le terre rare, in Lithium Americas. Dal lato russo, Kirill Dmitriev propone pacchetti di co-investimento USA-Russia da 12-14 trilioni di dollari. Da prospettive diverse, la stessa idea: lo Stato non può restare spettatore di fronte a concorrenti che usano capitale pubblico e controllo industriale come leve strategiche.

Tutti stanno riscoprendo quello che noi avevamo inventato quasi un secolo fa. E che ci siamo fatti strappare.

Il messaggio nascosto

Newsweek dedica nove pagine alla ripresa venezuelana. Ma la copertina racconta un’altra storia. L’illustrazione mostra Trump a gambe divaricate sopra il Venezuela, pistola di benzina in mano, trivelle ai piedi. La posa è identica, volutamente identica, a un cartoon del 1892 pubblicato sulla rivista satirica britannica Punch: “The Rhodes Colossus”. Cecil Rhodes, agente dei Rothschild, campione dell’imperialismo coloniale, raffigurato come un colosso che calpestava l’Africa da Città del Capo al Cairo con il filo del telegrafo in mano. Giornalisti come Stephen Gibbs del Times lo hanno riconosciuto immediatamente su X.

Il testo dice: Trump aveva ragione. L’immagine dice: Trump è il nuovo imperialista coloniale.

Ma il parallelo si smonta da solo. Rhodes estraeva ricchezza dall’Africa per portarla a Londra. Il modello che sta emergendo in Venezuela fa l’opposto. La riforma degli idrocarburi dal 1943, il tetto alle royalties, l’arbitrato indipendente: sono strumenti che Enrico Mattei avrebbe riconosciuto. Infrastrutture in cambio di accesso, non saccheggio in cambio di sottomissione. Il 75 per cento dei venezuelani, secondo un sondaggio AtlasIntel per Bloomberg condotto dopo i terremoti, dichiara di fidarsi degli Stati Uniti per gestire la crisi e la ricostruzione.

Cecil Rhodes nel suo testamento istituì le borse di studio di Oxford con lo scopo dichiarato di formare un’élite che preservasse l’unità dell’Impero britannico e la superiorità della “razza” anglosassone. Bill Clinton è un Rhodes Scholar. Susan Rice è un Rhodes Scholar. Pete Buttigieg è un Rhodes Scholar. Gli eredi culturali di Rhodes sono i nemici più feroci di Trump. Non i suoi alleati.

Chi vuole raccontarvi che Trump è il nuovo Cecil Rhodes conta sul fatto che non conosciate la storia. Né quella di Rhodes, né quella dell’IRI, né quella di Mattei.

La ricetta che abbiamo ancora in tasca

Il nuovo mondo di sovranità economica che sta emergendo, fatto di tariffe, fondi strategici, partecipazione pubblica e priorità alla manifattura, dovrà necessariamente studiare quella storia. Non per nostalgia. L’IRI è un precedente funzionante di ricostruzione industriale che ha trasformato un paese devastato in una potenza manifatturiera. In pochi anni. Il miracolo economico non fu un miracolo. Fu il risultato di un modello.

ENI è già in Venezuela con accordi firmati. L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo che possiede sia il precedente storico sia la posizione geografica per diventare hub energetico del Mediterraneo. La finestra si è aperta. Il pattern storico italiano dice che ogni volta che qualcuno ha provato a cogliere una finestra simile, il sistema ha risposto: Mattei a Bascapè, Moro in via Caetani, Craxi in esilio a Hammamet. La domanda è se questa volta la struttura di protezione internazionale sia abbastanza solida da permettere all’Italia di passare.

La ricetta ce l’abbiamo ancora in tasca. Il mondo intero la sta riscoprendo.


Q, Trump e la guerra silenziosa per il mondo
di Enrico Magnani

Quello che hai appena letto è un dettaglio. Un frammento osservato da vicino, con la precisione che il singolo evento richiede. Ma ogni frammento appartiene a un’architettura più grande, e quell’architettura ha bisogno di lenti che nessun singolo articolo può costruire da solo.

Questo libro è quelle lenti. La prima analisi in lingua italiana del corpus Q condotta su fonti primarie, con rigore documentale e tre livelli epistemici dichiarati, fuori dalla lente deformante di un’etichetta, «QAnon», costruita apposta per chiudere la discussione prima che iniziasse.

La conclusione spetta al lettore.

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