
LA BATTAGLIA PER IL CONGRESSO AMERICANO E LE ELEZIONI DI MIDTERM
“Dov’è Mitch?” È la domanda che si fa anche Anna Paulina Luna, deputata repubblicana della Florida, campo MAGA, pubblicata su X il 7 agosto 2026, con il tag dell’account ufficiale del Senato repubblicano.
Il giorno prima, l’ufficio di Mitch McConnell aveva annunciato le sue dimissioni dalla struttura di riabilitazione. Avrebbe proseguito la convalescenza a casa. Avrebbe lavorato da remoto. Tre giorni dopo quel tweet, il 10 agosto, il Senato degli Stati Uniti è andato in pausa estiva.
McConnell non è stato visto in pubblico dall’11 giugno. A oggi, 1° settembre, sono ottantadue giorni.
Una parlamentare in carica che chiede al proprio partito dove sia uno dei suoi senatori più importanti, nel momento in cui il Senato stava per chiudere i battenti con mezza agenda legislativa ferma. Lo stesso giorno, CNBC rilancia la notizia che McConnell lavorerà da casa. Nei commenti, la comunità MAGA risponde con una vignetta: McConnell con gli occhiali da sole, sorretto da due assistenti che dichiarano “He’s just resting his eyes!” e “The vote still counts!”
Il riferimento è a un film del 1989 in cui due impiegati portano in giro il cadavere del loro capo per fingere che sia ancora vivo. Il fatto che questa sia diventata la metafora dominante per raccontare la condizione di un senatore degli Stati Uniti dice qualcosa sulla distanza fra la narrazione istituzionale e la percezione pubblica.
L’UOMO CHE NESSUNO VEDE
La cronologia va ricostruita con precisione, perché è la cronologia stessa a costituire l’argomento.
11 giugno 2026. Ultima apparizione pubblica di McConnell. Da quel giorno, il senatore che ha guidato i repubblicani al Senato più a lungo di chiunque altro nella storia americana scompare dalla scena.
14 giugno. Il suo ufficio comunica il ricovero in ospedale. Nessun dettaglio sulla diagnosi. Nessuna spiegazione. Silenzio.
1° luglio. NBC News pubblica l’audio dello scanner della polizia di Washington relativo all’intervento al domicilio di McConnell il giorno del ricovero. I paramedici riferiscono un “arresto cardiaco.” La rianimazione cardiopolmonare è stata eseguita sul posto prima del trasporto in ambulanza.
12 luglio. Dopo ventotto giorni di silenzio, McConnell rilascia una dichiarazione scritta. Dice di essere caduto. Dice di essere stato “brevemente privo di sensi.” Dice che i suoi medici hanno confermato l’assenza di infarto, ictus, tumori o emorragie.
Allega una foto in cui tiene in mano la sezione sportiva del Washington Post del 12 luglio. Accanto a lui, la moglie Elaine Chao.
L’audio dice “arresto cardiaco.” La dichiarazione dice “nessun infarto.” Entrambi sono documenti pubblici. La discrepanza fra i due è il dato.
Il 27 luglio, seconda dichiarazione: ancora in riabilitazione intensiva, impossibilitato a partecipare al Fancy Farm picnic in Kentucky. Il 6 agosto, terza dichiarazione: dimesso dalla struttura, proseguirà a casa. Regime intensivo di terapia fisica. Il 7 agosto, una deputata del suo stesso partito chiede dov’è. Il 10 agosto, il Senato chiude.
Nel gergo dell’intelligence, quando si vuole dimostrare che un ostaggio o un prigioniero è ancora vivo, si usa una procedura nota come “proof of life”: il soggetto viene fotografato con un giornale che riporta la data corrente. La foto del 12 luglio, con il Washington Post in mano, replica esattamente quella procedura. Non è il linguaggio della politica ordinaria. È il linguaggio di chi sa che la propria esistenza è messa in dubbio.
IL PILASTRO CHE CADE
Lo stesso 12 luglio in cui McConnell rompe il silenzio, il Senato registra un’altra assenza. Definitiva, questa volta.
Lindsey Graham, senatore della Carolina del Sud dal 2003, muore nella notte del 12 luglio per dissecazione aortica dovuta a malattia cardiovascolare aterosclerotica. Ha 71 anni. È rientrato da poche ore dal suo decimo viaggio in Ucraina. Per trent’anni, Graham è stato la voce più forte al Congresso per l’interventismo militare americano: il sostegno incondizionato a Israele, le sanzioni alla Russia, l’allargamento della NATO, la guerra con l’Iran.
La reazione di Trump merita di essere letta con attenzione. Su Truth Social lo descrive come “one of the greatest people and Senators I have ever known” e nel messaggio successivo scrive: “In honor of Senator Lindsey Graham, a big supporter, the U.S. Senate should pass the Clarity Act.” Su Fox News ricorda come Graham fosse stato “totally against me” nel 2016. Su NBC, alla domanda sull’impatto della morte, risponde: “This is a big blow to the SAVE America Act, let me tell you.”
Non un duro colpo per la nazione. Non per il Senato. Per una legge specifica.
Trump converte il lutto in capitale politico con la naturalezza di chi non distingue fra i due registri. Il tributo è istituzionale e la strumentalizzazione è simultanea. Al discorso funebre, in diretta televisiva, recita la parte istituzionale, poi rompe il registro: racconta l’attacco feroce che Graham gli sferrò nel 2016 (“Se prendiamo questo qui come candidato, è la fine del partito repubblicano”) e la vendetta del numero di telefono privato pubblicato davanti alle telecamere. È il Trump più puro: la verità come arma, servita in un contesto in cui la convenzione sociale la vieta.
Il governatore della Carolina del Sud, il repubblicano Henry McMaster, nomina la sorella di Graham, Darline, come senatrice ad interim. Trump la invita a Mar-a-Lago e la benedice come candidata alle primarie. Il 25 agosto, Darline Graham vince il ballottaggio contro il deputato Ralph Norman con il 52,4% contro il 47,6%. Sarà la candidata repubblicana a novembre. “I asked Darline, for the Good of our Nation, to run,” aveva scritto Trump. “There would be nobody better to honor the legacy of her beloved brother.” Non una figura politica autonoma. Un terminale. E il terminale ha vinto.
L’ARITMETICA DEL SENATO
I numeri vanno guardati da vicino. Prima della morte di Graham, i repubblicani controllavano il Senato con 53 seggi contro 47. Un margine che sembra confortevole finché non si conta chi vota e chi no.
Con Graham morto e McConnell assente, i senatori repubblicani effettivamente votanti scendono a 51. Su qualsiasi votazione in cui anche solo due repubblicani rompono la disciplina di partito, la maggioranza salta. E i repubblicani che rompono ci sono.
Sulla guerra con l’Iran, quattro senatori repubblicani hanno votato con i democratici per la risoluzione sui poteri di guerra: Bill Cassidy della Louisiana, Susan Collins del Maine, Rand Paul del Kentucky e Lisa Murkowski dell’Alaska. Il 24 giugno, la risoluzione è passata 50 a 48. Non è vincolante, ma il segnale è chiaro: il Senato repubblicano non è monolitico sulla guerra, e ogni assenza sposta il bilancio. In un voto successivo, il 23 luglio, la risoluzione è stata bloccata 47 a 49, ma McConnell e Katie Britt erano entrambi assenti. Paul e Murkowski pure.
Ogni seggio conta. Ogni assenza pesa. E il Senato ha due buchi.
Graham presiedeva il Senate Budget Committee, l’organo che prepara la risoluzione di bilancio necessaria per il processo di riconciliazione, lo strumento con cui i repubblicani possono far passare legislazione fiscale con una maggioranza semplice di 51 voti invece dei 60 normalmente richiesti. La sua morte lascia il comitato in parità fino alla nomina di un sostituto. Il candidato più probabile è il senatore Ron Johnson del Wisconsin.
LE LEGGI CHE NON PASSANO
Il Digital Asset Market Clarity Act è la legge che definirebbe il quadro regolatorio per l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti, classificando gli asset digitali come securities o commodities e stabilendo chi li regola. Non è una legge tecnica. È la legge che decide se le banche commerciali restano gli unici intermediari per la circolazione del denaro o se diventano uno fra tanti. La Camera l’ha approvato nel luglio 2025 con 294 voti contro 134. Il Senate Banking Committee l’ha fatto avanzare a maggio 2026 con 15 a 9. Per il voto in aula servono sessanta senatori favorevoli, il che richiede un numero significativo di democratici.
Il leader della maggioranza John Thune aveva fissato il 7 agosto come deadline per il voto prima della pausa estiva. Il voto non c’è stato. Il Senato è andato in pausa il 10 agosto senza che il Clarity Act arrivasse in aula. Se non viene ripreso alla ripresa dei lavori, la legge muore con la fine della legislatura e il processo ricomincia da zero nella prossima.
Non è l’unica legislazione bloccata. Il SAVE America Act, la legge sull’integrità elettorale a cui Trump lega pubblicamente l’eredità di Graham, è fermo. Il pacchetto di riconciliazione di bilancio che l’amministrazione voleva far passare prima delle midterm è fermo. Il supplemento di bilancio per la difesa è fermo. L’assenza di Graham dal Budget Committee e quella di McConnell dall’aula non sono le uniche cause. Ma sono le più visibili.
LA GUERRA CHE CAMBIA I CONTI
Se il fronte interno è l’aritmetica del Senato, il fronte esterno è la guerra con l’Iran, incastonata nella situazione geopolitica mondiale. E i due si alimentano a vicenda.
Il Congresso non ha mai autorizzato questa guerra. Lo ha detto con voti ripetuti, simbolici ma crescenti. La Camera ha approvato due volte la risoluzione per il ritiro delle forze. Il Senato l’ha approvata una volta. Graham, quando era in vita, in favor di dei giornalisti, era il più forte sostenitore dell’azione militare al Congresso, in realtà il senatore che passava il suo tempo tra Tel Aviv e Kyiv cercando di limitare e correggere l’operato e la traiettoria dell’amministrazione Trump, lo stesso Graham che al vertice NATO di Ankara, pochi giorni prima di morire, aveva ottenuto dalla Casa Bianca il via libera a un pacchetto di sanzioni più dure contro la Russia.
La sua voce al Congresso non c’è più.
I senatori repubblicani che rompono sul war powers (Cassidy, Collins, Paul, Murkowski) sono gli stessi che rendono ogni votazione un esercizio di equilibrismo. Il senatore Jim Justice della West Virginia ha detto: “There’s got to be an off-ramp.” Paul ha dichiarato: “By any objective measure we’re worse off than we were before the war.”
E queste sono voci repubblicane, non democratiche. Graham era il muro che conteneva il dissenso interno sulla guerra.
Quel muro non c’è più.
IL CONTO ALLA ROVESCIA
Mancano sessantatré giorni alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026. Trentacinque seggi del Senato sono in gioco, di cui ventitré in mano repubblicana. I democratici devono conquistarne quattro netti per riprendere il controllo della camera alta.
La lettura mainstream è netta. I modelli previsionali danno ai democratici l’85% di probabilità di conquistare la maggioranza alla Camera e il 55% al Senato. L’approvazione di Trump è al 37-38%, il peggior dato del suo secondo mandato, con un net approval di meno venti punti secondo Silver Bulletin. Sono numeri che storicamente producono ondate elettorali contro il partito del presidente. La guerra con l’Iran, l’inflazione da tariffe, la stanchezza del ciclo politico: tutti i fattori strutturali dei modelli puntano nella stessa direzione.
Ma i modelli misurano quello che i sondaggi catturano. E i sondaggi abbiamo imparato, sono usati come arma cognitiva e narrativa per influenzare gli esiti elettorali.
Vale la pena ricordare un precedente. Nel 2016, i modelli davano a Trump probabilità marginali di vittoria: la media delle previsioni lo collocava sotto il 30%.
Vinse. Nel 2020, i sondaggi sovrastimarono il vantaggio di Biden in quasi tutti gli stati chiave, alcuni di oltre cinque punti. I modelli predittivi basati su quei sondaggi non hanno sbagliato una volta: hanno sbagliato sistematicamente, nella stessa direzione, per due cicli consecutivi. I sondaggi convenzionali sottostimano strutturalmente il voto per Trump? Chi costruisce previsioni su quei dati costruisce su un terreno che ha già ceduto due volte.
Se usciamo dalla dimensione dei sondaggi e guardiamo il dato reale e fattuale, il quadro cambia.
Nell’intero ciclo delle primarie del 2026, i candidati con l’endorsement di Trump hanno prevalso sistematicamente su quelli sostenuti da lobby tradizionali come AIPAC, dentro il suo stesso partito.
Non è solo consenso: è capacità di determinare chi si presenta alle elezioni. La vittoria di Darline Graham in Carolina del Sud, con il 52,4% al ballottaggio del 25 agosto, ne è la conferma più recente: una candidata senza esperienza politica che batte un deputato di lungo corso sulla sola forza dell’endorsement presidenziale. Trump non sta subendo le midterm: le sta impostando.
C’è poi un dato che il dibattito elettorale ignora sistematicamente: la dimensione reale del consenso per Trump, misurata non dai sondaggi ma dai voti.
Nel 2024, Trump ha ottenuto 77,3 milioni di voti: il secondo totale più alto nella storia presidenziale americana, dietro solo agli 81,3 milioni attribuiti a Biden nel 2020, gli stessi che il movimento di Trump contesta sul piano dell’integrità elettorale. Attraverso tutti i cicli, Trump detiene il record assoluto di voti cumulativi per un candidato presidenziale americano, superando Obama.
La partecipazione repubblicana alle primarie nel 2026 è in aumento in termini assoluti in quattordici stati su venti rispetto al 2022, con il Texas che registra 2,1 milioni di schede GOP, il dato più alto dal 2016.
Non è il profilo elettorale di un presidente in declino.
C’è infine un fattore che nessun modello quantifica: l’impatto cumulativo degli eventi che si stanno svolgendo sulla percezione dell’opinione pubblica americana.
Le declassificazioni, il processo Fauci, i file Epstein, il collasso di credibilità delle istituzioni che questo stesso articolo documenta: sono scosse che attraversano il sistema politico americano in una direzione che i sondaggi convenzionali, costruiti su categorie tradizionali (economia, approvazione, generic ballot), non sono attrezzati per misurare. Chi guarda solo i numeri vede un’ondata democratica. Chi guarda il terreno vede un paese in cui il messaggio anti-establishment che Trump incarna da dieci anni sta trovando conferme strutturali in tempo reale.
IL PATTERN
La scomparsa di McConnell non è un caso isolato. È l’ultimo episodio di un pattern che attraversa la politica americana da almeno cinque anni: l’apparato istituzionale che mantiene in vita il personaggio pubblico dopo che la persona ha smesso di funzionare.
Joe Biden, i cui episodi di “disorientamento pubblico” avevano generato anni di meme sulla sua capacità cognitiva, è rimasto in carica fino a quando la pressione interna del suo stesso partito non lo ha costretto al ritiro nell’estate 2024. Dianne Feinstein, la cui presenza fantasmatica al Senato era diventata simbolo dell’incapacità delle istituzioni di gestire il passaggio generazionale, è morta in carica nel settembre 2023 dopo mesi in cui la sua assistente votava al posto suo. McConnell si colloca nello stesso arco, in una forma più estrema: non un presidente visibilmente in difficoltà davanti alle telecamere, ma un senatore che le telecamere non lo vedono affatto.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Un sistema che preferisce l’illusione della continuità alla trasparenza sulla discontinuità. Una classe dirigente che non riesce a lasciare andare il potere, e un apparato che la copre perché il seggio, il voto, la maggioranza contano più della verità.
Quando questo meccanismo si rompe, non si rompe per decisione istituzionale. Si rompe perché la distanza fra la narrazione e la realtà diventa così ampia che il pubblico smette di credere.
“Weekend at Mitchie’s” è il momento in cui la distanza è diventata satira.
THE BEST IS YET TO COME
Il Senato degli Stati Uniti è in pausa. Un senatore è morto. Un altro non si vede da quasi tre mesi. Una guerra non autorizzata procede senza mandato congressuale. La legge che ridisegnerebbe l’architettura finanziaria del dollaro digitale è ferma. Il processo di riconciliazione di bilancio è fermo.
La narrazione mainstream dice che Trump sarà punito alle midterm. È la stessa narrazione che nel 2016 dava per certa la vittoria di Hillary Clinton, che nel 2020 sovrastimava Biden di cinque punti, che per dieci anni ha raccontato un presidente sempre sul punto di crollare e sempre, alla resa dei conti, ancora in piedi.
I sondaggi non sono strumenti neutrali di misurazione: sono parte di un’architettura narrativa che produce l’aspettativa del risultato prima che il risultato arrivi. Quando quella macchina narrativa sbaglia sistematicamente, nella stessa direzione, su un unico soggetto, per tre cicli elettorali consecutivi, la domanda non è più se i sondaggi siano imprecisi. La domanda è a cosa servono, e chi servono.
In Carolina del Sud, il 25 agosto, la candidata scelta personalmente da Trump ha vinto. In Kentucky, il seggio di McConnell, se si rende vacante, non verrà assegnato dal governatore democratico Beshear: una legge statale del 2024 impone un’elezione speciale, e in un campo in cui Trump controlla la selezione dei candidati, quel seggio resta nella sua orbita. Attraverso l’intero ciclo delle primarie, Trump ha dimostrato una capacità di determinare chi si presenta alle elezioni che non ha precedenti nella politica americana recente.

Non è un presidente che subisce le midterm. È un presidente che le costruisce.
La mia lettura, che diverge consapevolmente dalla narrazione dominante, è che Trump smentirà i sondaggi ancora una volta. Conquisterà il Congresso e otterrà l’agibilità politica per gli ultimi due anni di mandato, quelli dell’esecuzione. Non perché i numeri siano dalla sua parte oggi, ma perché gli eventi in corso, quelli che questo articolo documenta, stanno ridisegnando il campo in tempo reale.
Il presidente più votato nella storia americana, se si esclude il contestato risultato Biden 2020, non è un presidente in declino. È un presidente il cui consenso reale è sistematicamente invisibile agli strumenti che pretendono di misurarlo.
Dov’è Mitch?
Q, Trump e la guerra silenziosa per il mondo
di Enrico Magnani
Quello che hai appena letto è un dettaglio. Un frammento osservato da vicino, con la precisione che il singolo evento richiede. Ma ogni frammento appartiene a un’architettura più grande, e quell’architettura ha bisogno di lenti che nessun singolo articolo può costruire da solo.
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