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L’AGENDA DMITRIEV: COSA ASPETTA ALL’EUROPA?

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Kirill Dmitriev
Agosto 14, 2026

L’AGENDA DMITRIEV: COSA ASPETTA ALL’EUROPA?

Sette punti e un finale. Pubblicati su X da un uomo che non twitta di getto, non parla per abitudine, non commenta per passatempo. Kirill Dmitriev, capo del Fondo Diretto di Investimento Russo, negoziatore personale di Vladimir Putin al tavolo con Washington, ha pubblicato un’agenda, un crono-programma, nella primavera del 2026 che nessun media europeo ha ripreso.

Eccola, nel suo significato: la crisi iraniana ha dimostrato la debolezza enorme e le vulnerabilità strategiche di NATO, Regno Unito e Unione Europea, e la loro profonda frattura con gli Stati Uniti.

Zero riprese dai quotidiani europei. Zero dai telegiornali.

Non parla di Teheran. Non parla di Israele. Non parla di missili o centrifughe. Punta il dito su Londra, Bruxelles e il quartier generale della NATO. Non è un commento. È una mappa. E quella mappa viene dall’uomo seduto dall’altra parte del tavolo con Washington.

Lo tsunami sull'Europa - L'agenda Dmitriev

Le sette onde dello tsunami della crisi europea. Un calendario. Mese per mese, settore per settore, conseguenza dopo conseguenza. Non una previsione. Un termometro.

E il fatto che lo abbia reso pubblico significa che a Mosca quella sequenza non è considerata ipotetica. È considerata operativa.

Siamo ad agosto 2026. Il calendario ha cinque mesi. È il momento di verificare se il termometro funziona.

La convergenza tra la strategia di Trump e di Putin per costringere alla resa le élite europee appare sempre più evidente.

Il calendario

La sequenza pubblicata da Dmitriev scandisce le fasi così. A maggio: carenze di carburante per aerei, olio, gas e fertilizzanti. Tra giugno e agosto: rincari alimentari e blocco industriale. Tra settembre e dicembre: crisi economica, sociale e politica. Orizzonte del riassetto: 2027.

Il fatto che Dmitriev scelga di pubblicarlo su X, dove chiunque può leggerlo, chiunque può verificarlo e chiunque può smentirlo, dice qualcosa di preciso.

Dice che a Mosca quella sequenza è considerata sufficientemente solida da poterla esporre, e non a caso proprio durante gli incontri dello stesso Dmitriev con gli uomini di Trump. Nessuna personalità così esposta espone un calendario dettagliato se non è ragionevolmente sicuro che i dati gli daranno ragione.

Calendar Trump

Maggio: i fertilizzanti

Lo Stretto di Hormuz controlla circa un terzo della produzione mondiale di urea, il concime azotato di sintesi prodotto a partire dal gas naturale. L’Italia, che dipende quasi interamente dalle importazioni e possiede un solo grande impianto di produzione (un’azienda norvegese in provincia di Ravenna), è strutturalmente esposta. Non è un’emergenza temporanea. È una fragilità che la crisi ha semplicemente reso visibile.

I numeri sono verificabili. I rincari sui fertilizzanti azotati in Italia hanno toccato il 40-60% rispetto al 2024, con l’urea passata da 55 a circa 75 euro al quintale. Il diesel agricolo è cresciuto del 46% rispetto a fine febbraio. La FAO, attraverso il direttore generale Qu Dongyu intervenuto alla Riunione Ministeriale MED9++ co-presieduta dall’Italia e dalla Croazia, ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese agricole inferiori e contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027.

Federalimentare, alla conferenza “The New Food Order” al Tuttofood di Milano a maggio, ha messo nero su bianco: attraverso Hormuz transita circa la metà dei fertilizzanti che nutrono il pianeta. La Cina, che nel 2025 aveva contribuito a coprire il deficit globale esportando quasi cinque milioni di tonnellate, ha reintrodotto forti restrizioni alle esportazioni nel 2026.

La fase maggio del calendario Dmitriev non è una previsione. È un fatto compiuto.

Giugno-agosto: l’energia e l’elio

Il prezzo del gas sul TTF di Amsterdam ha registrato un aumento stabile di oltre il 50%, toccando punte di quasi 62 euro al megawattora, il dato più alto dall’inizio del 2023. Il Brent è salito del 27% nella prima settimana di crisi per poi attestarsi intorno ai 103 dollari al barile a marzo. A maggio, il costo industriale del gasolio restava del 59,5% superiore alla media di febbraio.

L’estate ha portato il conto alla pompa. Dopo la fine della tregua tra Iran e Stati Uniti e il nuovo blocco dello stretto, i prezzi dei carburanti italiani sono saliti di circa 12 centesimi al litro in dieci giorni. Confesercenti ha stimato una spesa aggiuntiva di circa 700 milioni di euro per famiglie e piccole imprese nei soli mesi di luglio e agosto. Il presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha definito la crisi di Hormuz “la più grande crisi energetica della storia”.

Non della storia recente. Della storia.

Ma il vettore che il mainstream non ha letto è un altro. L’elio. Un gas nobile, il più leggero dopo l’idrogeno, con il punto di ebollizione più basso di qualsiasi elemento conosciuto. Indispensabile per raffreddare i sistemi EUV nella fabbricazione dei semiconduttori, per rilevare perdite microscopiche nei wafer di silicio, per la ricerca scientifica e la diagnostica medica. Lo Stretto di Hormuz controllava circa un terzo della fornitura mondiale, quasi tutta proveniente dall’impianto di Ras Laffan in Qatar.

La chiusura dello stretto ha bloccato circa trecento container specializzati di elio nella regione del Golfo. L’elio liquido evapora continuamente, anche nei contenitori più avanzati: non è un difetto progettuale, è una proprietà termodinamica. Quei container non rappresentano consegne ritardate. Rappresentano carico che si dissolve ogni giorno che resta fermo. La perdita completa del prodotto avviene in cinque-sette settimane.

Dmitriev winter

I prezzi spot dell’elio sono raddoppiati. I prezzi della DRAM sono aumentati bruscamente. I produttori di PC aziendali hanno trasferito aumenti del 15-20% ai clienti. Samsung e SK Hynix, i due principali produttori di memorie della Corea del Sud, paese che importava quasi i due terzi del proprio elio industriale dal Qatar, prevedono carenze fino al 2027.

L’elio collega Hormuz ai semiconduttori. I semiconduttori collegano la crisi energetica alla crisi tecnologica. È la catena che la narrazione convenzionale, concentrata sul prezzo della benzina, non riesce a vedere.

Il blocco industriale

La Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2026, avvertendo che un protrarsi delle turbolenze nello Stretto di Hormuz potrebbe bloccare del tutto la ripresa europea. Le previsioni di primavera indicano per l’Italia un PIL dello 0,5%, in ribasso rispetto allo 0,8% stimato a novembre. L’inflazione italiana è schizzata al 3,2%. La Commissione ha messo in guardia dal rischio che la carenza di prodotti petroliferi raffinati, fertilizzanti e altri input industriali si propaghi lungo le catene di approvvigionamento globali, facendo salire i costi alimentari e manifatturieri in tutta Europa.

L’Istituto per la Competitività di Roma ha definito la crisi di Hormuz “il più grande shock energetico dalla crisi petrolifera degli anni Settanta e la più grande interruzione nella storia del mercato petrolifero globale”. Confartigianato ha documentato segnali di rallentamento diffusi: PIL, manifattura, export, costruzioni e servizi. Nel frattempo, i disavanzi pubblici nell’Unione Europea si ampliano, con i governi costretti a spendere di più per proteggere le famiglie dal rincaro delle bollette e contemporaneamente aumentare le spese per la difesa.

La fase giugno-agosto del calendario Dmitriev è in corso. Non è una previsione. È una fotografia.

Settembre-dicembre: il ritardo che si esaurisce

Oxford Economics e Deutsche Bank prevedono che l’inflazione alimentare nella zona euro salirà intorno al 3% nel 2027, dall’1,6% di giugno 2026. La logica è strutturale: i costi di energia e fertilizzanti si trasmettono ai prezzi alimentari con un ritardo che può arrivare a sei-nove mesi. Prima l’energia colpisce i fertilizzanti, poi i fertilizzanti colpiscono le rese, poi le rese inferiori alzano i prezzi al consumo.

A questo si aggiunge l’effetto dei fenomeni meteorologici estremi dell’estate 2026 sui raccolti europei, che secondo Oxford Economics potrebbe aggiungere fino a un punto percentuale all’inflazione alimentare del prossimo anno.

È la dinamica che la FAO ha descritto con precisione: un ritardo di poche settimane nella fornitura di fertilizzanti costringe gli agricoltori a ridurre le dosi o a rinunciare alla concimazione. Gli impatti non si limitano ai prezzi presenti, ma si trasmettono ai raccolti futuri, determinando una contrazione delle forniture alimentari nella seconda metà del 2026 e nel 2027.

La fase settembre-dicembre del calendario Dmitriev non è ancora arrivata. Ma il suo meccanismo è già in moto. Il ritardo strutturale tra costi di produzione e prezzi al consumo è documentato. Quando quel ritardo si esaurisce, il prezzo arriva allo scaffale. E quando il prezzo arriva allo scaffale, arriva nelle case.

La crisi economica diventa crisi sociale. La crisi sociale diventa crisi politica.

I tre cerchi

L’Europa non è uniforme. Per leggere utilmente l’impatto dello strangolamento di Hormuz serve distinguere tre cerchi concentrici di esposizione.

Il primo cerchio è l’Inghilterra, bersaglio primario di questa pressione. I motivi sono storici e strutturali: i Lloyd’s che assicurano il traffico marittimo mondiale, SWIFT che autorizza le transazioni internazionali, il petrodollaro che funziona perché il Brent si quota a Londra, la City che incassa un pedaggio su ogni passaggio. Smontare il sistema finanziario anglofrancese significa smontare i pilastri su cui Londra ha costruito la propria rilevanza economica per tre secoli. Il Regno Unito ha già ceduto su un punto che pochi mesi fa sarebbe stato impensabile: ha emesso una licenza temporanea per l’importazione di diesel e jet fuel di origine russa, per stabilizzare un mercato che non riusciva più a tenere. Londra che torna al diesel russo per sopravvivere, dopo aver tagliato le forniture russe nel 2022. Il segnale non ha bisogno di commento.

Oil up Dmitriev

Il secondo cerchio è il nucleo dell’Unione Europea: Spagna, Francia, Germania. Hanno trainato l’integrazione comunitaria e pagano in proporzione al loro peso industriale. L’Europa era il continente più dipendente dalle forniture di cherosene che transitavano dallo Stretto, con circa il 40% del proprio fabbisogno di jet fuel. La capacità di raffinazione europea è in costante calo, la guerra in Ucraina aveva già ridotto l’offerta di prodotti medio-distillati, e la crisi di Hormuz ha aggiunto un secondo shock a un sistema che non aveva ancora assorbito il primo.

Il terzo cerchio è l’Italia, con un’esposizione diretta a Hormuz limitata sul petrolio, qualcosa di più sul gas, ma comunque marginale rispetto alla speculazione sui prezzi che attraversa i mercati. La produzione nazionale di gas copre poco più del 4%. L’Italia soffre, ma soffre per contagio più che per dipendenza diretta.

Ed è esattamente questo il margine di manovra che permetterebbe una posizione autonoma. Se ci fosse classe dirigente per coglierla.

L’Europa che si rompe

La fotografia politica dell’Europa nel 2026 è quella di un continente le cui classi dirigenti si stanno decomponendo davanti ai propri elettorati.

Il Regno Unito ha avuto sette primi ministri in dieci anni. Andy Burnham, sindaco di Manchester, è stato nominato primo ministro a luglio dopo un’incoronazione alla conferenza laburista. Non era nemmeno alla Camera dei Comuni: un deputato è stato fatto dimettere per aprirgli un seggio. I suoi annunci, una riduzione della bolletta elettrica di 45 sterline l’anno per sei mesi (netto reale circa 25), agevolazioni fiscali per i pub, biglietti del trasporto pubblico da 3 a 2 sterline, sono la misura di una classe dirigente che non ha più strumenti strutturali e offre cerotti. Reform UK è al 34% nelle elezioni locali. Nigel Farage è stato indagato, dimesso, ricandidato. Il Guardian ha pubblicato l’indirizzo della figlia.

L’instabilità britannica non è più episodica. È strutturale.

Dimissioni Starmer

La Francia è al quarto governo di minoranza sotto Macron. Barnier, Bayrou, Lecornu, tutti caduti sotto la pressione incrociata di destra e sinistra. L’Assemblea Nazionale è frammentata al punto da non poter approvare un bilancio senza crisi. Le presidenziali del 2027 si avvicinano con un Macron paralizzato. In Germania, l’AfD ha conquistato la maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt, rompendo una barriera psicologica. Merz governa in minoranza, screditato. In Spagna, Sanchez governa in minoranza con indagini penali che toccano la sua famiglia.

Ogni paese europeo ha la sua versione della stessa crisi: governi deboli, classi dirigenti che hanno perso credibilità, elettorati che si spostano verso chi promette di rompere il sistema.

Il calendario Dmitriev non crea questa instabilità. La accelera.

Ogni aumento del prezzo del pane, della benzina, della bolletta, è un chiodo nella bara della credibilità di chi governa senza poter governare.

Il perché dello strangolamento

La domanda che nessun analista europeo sembra porsi è la più semplice. Perché?

La risposta non è nascosta. Lo stesso Dmitriev l’ha articolata in più occasioni, con una trasparenza che colpisce per la sua franchezza. La pressione economica sull’Europa non è un effetto collaterale della crisi iraniana. È lo strumento attraverso cui le classi dirigenti europee, quelle che nella lettura del Cremlino rappresentano le strutture profonde del potere transatlantico, vengono costrette alla propria esposizione e al conseguente crollo.

Non è un’interpretazione costruita dall’esterno. È Dmitriev stesso a dichiararlo. Il 21 giugno 2026, commentando su X le dimissioni di Keir Starmer, ha scritto: “Ce l’abbiamo fatta. Le dimissioni di Starmer ci uniscono tutti.” Non “è successo.” Non “era prevedibile.” Ce l’abbiamo fatta. Prima persona plurale. Rivendicazione di un risultato condiviso. L’inviato di Putin al tavolo con Washington che celebra la caduta del primo ministro britannico come una vittoria comune con Trump.

Mesi prima, nell’ottobre 2025, un utente aveva scritto sotto un suo post: “Because Trump and Putin have a common plan to expose the European puppets.” Dmitriev non ha corretto “common plan.” Non ha corretto “puppets.” Ha risposto: “It ends well 🤝.” Non è una reazione emotiva. È la validazione pubblica di una cornice che include esplicitamente: piano comune, esposizione, pupazzi europei.

Trump - Putin plan

Il registro di Dmitriev su X va oltre la comunicazione diplomatica convenzionale. A partire dall’estate 2026, il suo account ha adottato con crescente frequenza il lessico del movimento Q: il 14 luglio ha postato “WWG1WGA” (Where We Go One, We Go All), l’acronimo che identifica la comunità Q a livello globale. Lo stesso giorno, l’account ufficiale del Department of War CTO americano postava “Are you trusting the plan, patriot?” con l’immagine “Trust the Plan.” Non è coincidenza lessicale. È segnalazione sincronizzata con vocabolario condiviso tra l’inviato del Cremlino e un account istituzionale americano.

La logica è lineare. Se i governi europei sono incapaci di proteggere i propri cittadini dalla crisi, i cittadini li sostituiranno. Se non possono essere sostituiti attraverso il voto, il sistema politico che li protegge perderà legittimità fino a non poter più reggere.

Lo strangolamento economico è il catalizzatore che forza il processo. Non è ideologia. È meccanica.

L’obiettivo dichiarato, nella cornice russa ma anche nella convergenza di interessi con Washington e Pechino, è permettere alle nazioni europee di ritrovare la propria sovranità con nuove classi dirigenti. Classi dirigenti non infiltrate, non compromesse, non ricattabili. Nazioni libere e sovrane che possano partecipare a un assetto multipolare senza essere strumenti di un’architettura finanziaria che non le rappresenta e che opera contro i loro interessi.

È la stessa logica che Trump applica dall’interno agli Stati Uniti: la pulizia delle ramificazioni di quello che la sua amministrazione chiama esplicitamente deep state, la bonifica degli apparati, la disclosure come meccanismo di esposizione. I file che escono, da Epstein alle quaranta scatole CIA di Hermann III, dall’ammissione di Brennan sulla “legione di operativi” alla sequenza giudiziaria che risale la catena da Morens a Fauci, hanno tutti la stessa funzione: spostare il perimetro di ciò che si può dire pubblicamente, e quindi spostare chi può ancora difendere posizioni costruite sul silenzio precedente.

In Europa lo strumento non è la disclosure giudiziaria. È la pressione economica. Ma l’obiettivo è lo stesso: esporre chi gestisce il sistema per conto di chi non è stato eletto, e creare le condizioni perché gli elettorati europei possano scegliere classi dirigenti che rispondano ai propri cittadini anziché a Bruxelles, alla BCE o alla City di Londra.

L’architettura che si smonta

Lo strangolamento economico dell’Europa non opera in isolamento. È un fronte di una guerra più larga che si combatte simultaneamente su almeno cinque pilastri.

I Lloyd’s, sistema assicurativo che per tre secoli ha controllato il traffico marittimo mondiale, sono sotto concorrenza diretta per la prima volta nella storia: la DFC americana offre copertura assicurativa navale nel Golfo a prezzi di mercato reale. SWIFT, il sistema di messaggistica interbancaria attraverso cui transitano le autorizzazioni a tutte le transazioni commerciali internazionali, viene aggirato ogni volta che una nave paga il transito in yuan o in stablecoin anziché in dollari. Il petrodollaro, architettura di potere costruita sulla quotazione del Brent a Londra e sull’esclusiva in dollari per il commercio del greggio, si dissolve dal basso: l’Arabia Saudita ha interrotto l’esclusiva, l’Iran non vende in dollari dal 2012, il Giappone ha cominciato ad acquistare greggio iraniano in yuan digitale.

Il Giappone. Alleato americano storico, paese che ospita basi militari americane, che non compie mosse di politica estera senza coordinamento con Washington. Quando Tokyo compra petrolio in yuan, il messaggio al sistema è inequivocabile: non è ideologia, è sopravvivenza. E la sopravvivenza viene prima della fedeltà al sistema valutario.

Nel frattempo, la rete di controllo dell’asse anglofrancese scricchiola su più fronti simultanei. La sede parigina di Edmond de Rothschild è stata perquisita il 28 febbraio, lo stesso giorno in cui iniziavano le operazioni militari in Iran. Peter Mandelson, architetto della New Labour britannica, è stato arrestato. Jack Lang, ex ministro della cultura francese, è sotto indagine per riciclaggio aggravato. In Italia, l’Operazione GICO ha portato a ventisei arresti tra generali e dirigenti, con perquisizioni al Ministero della Difesa, a RFI, a Terna, al Polo Strategico Nazionale. Il Rothschild Group ha ceduto la propria quota nell’Economist. Il gruppo Gedi, Repubblica e La Stampa, è stato venduto dalla famiglia Elkann-Agnelli.

Sono fatti che i giornali riportano come cronaca giudiziaria separata. Ma condividono una caratteristica strutturale: riguardano tutti quella zona grigia in cui il potere finanziario privato e il potere pubblico si sovrappongono. Il fatto che vengano toccati quasi contemporaneamente, in Francia, in Gran Bretagna e in Italia, suggerisce non una serie di indagini indipendenti ma un’operazione di smontaggio che procede su più tavoli.

L’Italia nel cerchio esterno

Putin, alla domanda su chi sceglierebbe come mediatore di un futuro tavolo europeo, ha fatto un solo nome: Gerhard Schröder. L’ex cancelliere tedesco, capo del Nord Stream, simbolo politico della stagione di energia russa a basso costo per la Germania. Non è gesto sentimentale. È un’apertura strutturale a una rinegoziazione dell’asse energetico europeo, e taglia le gambe a chi prova a posizionarsi come interlocutore credibile del Cremlino senza avere nulla da offrire.

Per l’Italia, il segnale è doppio. Da un lato, l’esposizione diretta a Hormuz è limitata: il danno è più indiretto, legato alla speculazione sui prezzi e alla dipendenza dalla filiera importata. Dall’altro, la posizione geografica, la storia energetica e la tradizione di rapporti bilaterali con i paesi produttori (Mattei, ENI, l’accordo sui giacimenti venezuelani, il giacimento libico da ventotto miliardi di metri cubi) collocano l’Italia in una posizione che potrebbe essere di vantaggio straordinario, se qualcuno decidesse di occuparla.

Nessuno la sta occupando.

Il governo italiano non ha adottato alcuna misura strutturale sulla crisi energetica. Non ha sfidato la BCE, non ha messo in discussione l’euro come strumento di compressione salariale e produttiva, non ha aperto un fronte serio sull’autonomia energetica. Ha mantenuto l’Italia dentro ogni vincolo di bilancio, ogni meccanismo di sorveglianza, ogni architettura di condizionalità che trasforma i governi nazionali in esecutori di decisioni prese altrove. I dazi americani del 25% su auto e camion europei, l’ultimatum di Trump a Ursula von der Leyen, il commento di Dmitriev che lo ha definito un colpo mortale a un’industria europea già in rovina: sono tutti segnali che l’Italia potrebbe leggere come finestre, se avesse una classe dirigente capace di guardare fuori.

L’orizzonte del 2027

L’orizzonte del calendario Dmitriev è il 2027. Non è una data a caso. È l’anno delle presidenziali francesi, con Macron che non può ricandidarsi e un panorama politico dove Marine Le Pen o un candidato di rottura è lo scenario più probabile. È l’anno in cui la pressione economica avrà completato il suo ciclo di trasmissione dai costi di produzione ai prezzi al consumo. È l’anno in cui le forniture alimentari ridotte dalla crisi dei fertilizzanti si tradurranno in scaffali più vuoti o più cari. È l’anno in cui la carenza di semiconduttori, innescata dalla crisi dell’elio, si sarà propagata lungo le catene elettroniche globali con conseguenze che il consumatore finale vedrà nel prezzo di ogni dispositivo che acquista.

È anche l’anno in cui, secondo la cornice che questa analisi traccia, la pressione convergente di Washington, Mosca e Pechino sull’architettura finanziaria anglofrancese dovrebbe produrre risultati visibili. Non la fine del sistema. Ma la sua trasformazione irreversibile.

La convergenza strutturale di interessi tra i tre vertici del triangolo è documentata. 

USA Russia Cina
USA Russia Cina

La sequenza dei summit lo dimostra: Anchorage nell’agosto 2025, Ginevra nel febbraio 2026, Miami a marzo, Pechino a maggio, Manila a luglio, Washington a settembre, Shenzhen a novembre, il Doral a dicembre. Quattro incontri Trump-Xi in un anno.

Non è un’agenda di crisi. È un’architettura. Se sia un piano coordinato con un regista o una convergenza di interessi che produce effetti analoghi senza coordinamento esplicito è la domanda che ogni analista serio deve porsi senza pretendere di avere la risposta.

Quello che è documentato è sufficiente. L’Europa viene stritolata su tre assi simultanei: l’energia, il cibo, la tecnologia. Le sue classi dirigenti non hanno strumenti per rispondere, perché gli strumenti che avevano (il sistema finanziario della City, il controllo delle rotte, il monopolio valutario) sono gli stessi che vengono smontati. Non possono difendere i propri cittadini perché non hanno mai governato per i propri cittadini: hanno governato per un sistema di cui erano beneficiari e custodi.

E quel sistema sta cedendo.

Abbiamo vinto noi!

Il calendario Dmitriev ha cinque mesi. Le prime due fasi sono confermate dai dati. La terza è in costruzione, con un meccanismo documentato e un ritardo strutturale che sta per esaurirsi.

L’Italia siede nel cerchio più esterno della pressione. Ha l’esposizione più bassa. Ha una storia energetica che le darebbe credenziali per negoziare autonomamente. Ha una posizione geografica che la colloca al crocevia di ogni rotta alternativa a Suez.

Dmitriev, quando un utente gli ha scritto che Trump e Putin condividono “a common plan to expose the European puppets”, ha risposto con una stretta di mano: “It ends well.” 

Non è profezia. È l’agenda di chi sa come finisce.

WWG1WGA - Plan


Q, Trump e la guerra silenziosa per il mondo
di Enrico Magnani

Quello che hai appena letto è un dettaglio. Un frammento osservato da vicino, con la precisione che il singolo evento richiede. Ma ogni frammento appartiene a un’architettura più grande, e quell’architettura ha bisogno di lenti che nessun singolo articolo può costruire da solo.

Questo libro è quelle lenti. La prima analisi in lingua italiana del corpus Q condotta su fonti primarie, con rigore documentale e tre livelli epistemici dichiarati, fuori dalla lente deformante di un’etichetta, «QAnon», costruita apposta per chiudere la discussione prima che iniziasse.

La conclusione spetta al lettore.

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