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IL DOLLARO SENZA LA FED

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Restoring Integrity to America’s Financial System
Maggio 21, 2026

IL DOLLARO SENZA LA FED

Sette mesi dopo il Genius Act, larchitettura si chiude

Il 19 maggio 2026 Donald Trump ha firmato due ordini esecutivi senza conferenza stampa, senza coreografia, senza commento mediatico. 

Si chiamano Integrating Financial Technology Innovation into Regulatory Frameworks il primo, Restoring Integrity to America’s Financial System il secondo. Letti separatamente sembrano due provvedimenti tecnici.

Letti insieme, e soprattutto letti nella sequenza che parte dal Genius Act del luglio 2025, dicono qualcosa di molto più grande. Dicono che l’architettura del dollaro come l’abbiamo conosciuta per cinquantacinque anni – dal momento in cui Nixon chiuse la finestra dell’oro nel 1971 – sta entrando nella sua fase di smontaggio operativo. Non come annuncio. Come infrastruttura.

Vale la pena ricordare da dove si era partiti, perché i sette mesi che separano luglio 2025 da maggio 2026 sono stati densi. Il Genius Act aveva stabilito un principio rivoluzionario: le stablecoin regolamentate devono avere una copertura uno a uno con dollari reali o titoli del Tesoro statunitense. Niente riserva frazionaria. Niente moltiplicazione magica del denaro. Per ogni dollaro digitale emesso, un dollaro vero in deposito. Era la fine, nel suo principio costitutivo, del paradigma che le banche commerciali avevano usato dal Federal Reserve Act del 1913 per creare moneta dal nulla. Era anche, e questa era la parte che il sistema aveva impiegato qualche settimana a metabolizzare, la fine del monopolio della Federal Reserve sull’emissione monetaria. Le stablecoin non sono emesse dalla banca centrale. Sono emesse da soggetti privati regolamentati che operano sotto giurisdizione americana ma fuori dal perimetro Fed.

Cosa è successo nei sette mesi

La sequenza tra luglio 2025 e maggio 2026 va letta come un’unica architettura che si costruisce a tappe. Trump aveva istituito la Strategic Bitcoin Reserve come riserva di valore al pari dell’oro. Aveva nominato Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, sostituendo l’eredità Powell con un governatore che aveva già dichiarato pubblicamente la sua posizione: no alle valute digitali delle banche centrali per i cittadini, sì alle stablecoin regolamentate, sì al Bitcoin come riserva di valore. Erano dichiarazioni politiche mascherate da dichiarazioni tecniche. Indicavano la direzione di marcia.

Il 14 maggio 2026 la Camera dei Rappresentanti ha votato il Clarity Act, la legge organica sulla regolamentazione degli asset digitali. Era il pezzo legislativo che mancava per chiudere l’architettura: chi può emettere stablecoin sotto giurisdizione americana, con quale riserva di copertura, sotto quale autorità di vigilanza. La stessa giornata vedeva la conferma definitiva di Warsh come governatore della Fed e l’incontro di Trump con Xi Jinping a Pechino, con una delegazione americana che comprendeva diciassette amministratori delegati delle principali imprese tecnologiche e industriali statunitensi. Tre eventi nella stessa giornata. Coincidenza burocratica improbabile. Sequenza di firma molto più plausibile.

E poi il pezzo finale, il 19 maggio. I due ordini esecutivi che la stampa ha trattato come nota di servizio.

Cosa fanno davvero gli E.O. del 19 maggio 2026

Il primo ordine, quello sull’integrazione tra fintech e quadro regolatorio, fa due cose concrete. Ordina ai sei regolatori federali del sistema finanziario – dalla SEC alla CFTC, dalla FDIC al Bureau di tutela del consumatore, dall’autorità sulle unioni di credito a quella sulla circolazione monetaria – di rivedere entro novanta giorni regolamenti e procedure per facilitare l’ingresso delle fintech, comprese quelle che lavorano in asset digitali, nel sistema dei pagamenti. La seconda parte è sostanzialmente più pesante. Il provvedimento chiede formalmente al Federal Reserve Board di valutare entro centoventi giorni se e come estendere l’accesso diretto ai Reserve Bank payment accounts e ai sistemi di pagamento in tempo reale agli istituti non bancari e alle fintech che operano in asset digitali.

Tradotto: la Fed viene chiamata a esaminare se le proprie rails di settlement – quelle che oggi sono riservate esclusivamente alle banche commerciali tradizionali – possano essere aperte direttamente a soggetti privati tokenizzati. È il passaggio infrastrutturale che mancava. Il Genius Act aveva perforato il monopolio della Fed sull’emissione. Questo ordine, se la valutazione richiesta produce le risposte che il provvedimento si aspetta, perfora il monopolio della Fed anche sul settlement. La banca centrale americana cessa di essere il gatekeeper esclusivo del sistema di pagamento e diventa una delle infrastrutture disponibili, accanto a quelle dei privati che operano in tokenizzazione.

Il secondo ordine, quello sull’integrità del sistema finanziario, lavora sull’altro versante e fa qualcosa di apparentemente tecnico ma di sostanza strategica. Ordina al Tesoro di emettere entro sessanta giorni un’advisory che identifica determinati pattern di anomalia nel sistema bancario: evasione contributiva, uso di codici fiscali alternativi al posto della Social Security per aprire conti od ottenere credito, transazioni strutturate per aggirare la soglia di segnalazione, servizi monetari non registrati. Propone modifiche al Bank Secrecy Act per irrigidire la verifica dell’identità e la due diligence sulle banche. E ordina al Consumer Financial Protection Bureau di chiarire che le condizioni di status legale e di stabilità reddituale che ne derivano sono fattori legittimi nella valutazione della capacità di rimborso di un debitore.

Sotto la veste tecnica, il provvedimento fa due cose enormi. La prima è mettere fine all’anarchia che oggi regna nei database dei contribuenti americani, dove convivono identità fiscali multiple, codici alternativi, conti aperti su documenti non verificati, una sovrapposizione di archivi non interoperabili che rende impossibile sapere con precisione chi sia titolare di che cosa. La seconda è spostare la logica con cui si valuta il merito di credito: dai criteri puramente finanziari delle banche commerciali – storia creditizia, garanzie patrimoniali, rapporto debito-reddito – verso parametri demografici e sociali verificati a monte. Non è una restrizione dell’accesso al credito. È una riscrittura della funzione di valutazione, che esce dalle mani di Wall Street e dei modelli proprietari delle banche commerciali per entrare in un’architettura ancorata ai dati di cittadinanza e contribuzione.

È anche, e questo è il punto che gli osservatori distratti non vedono, la precondizione tecnica di qualsiasi futura redistribuzione di ricchezza ai cittadini. Non si può distribuire un dividendo, una quota di asset tokenizzati, un’allocazione di stablecoin del Tesoro, finché i database di chi sia cittadino verificato e contribuente regolare restano in stato di anarchia. Mettere ordine adesso, su mandato del CFPB e del Bank Secrecy Act, significa avere fra dodici o ventiquattro mesi un’infrastruttura dati sufficientemente pulita da poter veicolare flussi non bancari verso i destinatari finali.

Architettura tokenizzata, merito su base civica

Letti insieme, i due ordini disegnano una scelta architetturale precisa. Il sistema bancario americano si sta riscrivendo sostituendo la logica privatistica delle banche commerciali con un’architettura diversa su entrambi i versanti che conta. Sul versante infrastrutturale, le rails di pagamento si aprono ai soggetti tokenizzati e l’emissione si distribuisce fuori dal monopolio Fed. Sul versante valutativo, il merito di credito esce dai modelli proprietari di Wall Street e si ancora a parametri civici e contributivi verificati a monte. È una sostituzione di paradigma, non una correzione del paradigma esistente.

È anche il completamento, sul piano interno, di ciò che a livello internazionale stava avvenendo già da mesi. L’erosione del sistema SWIFT a favore delle transazioni in stablecoin. La sostituzione progressiva del petrodollaro con accordi bilaterali in yuan e in dollari digitali. L’isolamento del sistema assicurativo Lloyd’s di fronte alla concorrenza della Development Finance Corporation americana sui premi navali. La fuga di capitali dai fondi HPS di BlackRock a partire dalla primavera del 2026. Ogni transazione in stablecoin è una transazione che non passa da SWIFT, non alimenta i Lloyd’s, non sostiene il petrodollaro nella sua versione anglofrancese tradizionale. La novità del 19 maggio è che adesso lo stesso principio si applica al settlement interno americano: ogni transazione regolata su rails fintech aperte direttamente alla Fed è una transazione che non passa più dal sistema bancario commerciale come intermediario obbligato. E ogni decisione di credito ancorata a parametri civici è una decisione che non passa più dalle agenzie di rating private.

Lorizzonte di Mar-a-Lago

Il 25 aprile 2026, un mese prima dei due ordini esecutivi, Paolo Ardoino – amministratore delegato di Tether, la principale stablecoin al mondo per capitalizzazione, sede a El Salvador e quartier generale a Lugano, settimo acquirente globale di titoli del Tesoro americano – è a Mar-a-Lago. Presenta a Trump un progetto di intelligenza artificiale decentralizzata su dispositivi comuni. Telefoni, computer di consumo, nessun server centralizzato. L’algoritmo che valuta il merito di credito non gira più sui sistemi proprietari delle banche o sulle macchine delle banche centrali. Gira sui dispositivi delle persone.

L’implicazione non è tecnica. È sistemica. Se l’algoritmo che determina chi può emettere credito e a quali condizioni gira su un telefono – se non può essere spento da nessun governo e non può essere controllato da nessun sindacato dei Lloyd’s – allora la capacità di creare e distribuire valore diventa teoricamente accessibile a chiunque. È la negazione strutturale di qualsiasi monopolio valutario, incluso quello della Fed. È la negazione del sistema SWIFT, che funziona esattamente perché il monopolio valutario esiste. È la negazione, in ultima istanza, della categoria stessa di banca centrale come l’avevamo conosciuta fino a oggi: emittente del mezzo di pagamento, prestatrice di ultima istanza, gatekeeper dei sistemi di settlement. Tutte e tre queste funzioni – prese una per una – stanno venendo redistribuite altrove. Il Genius Act aveva tolto la prima. Il Clarity Act e gli ordini del 19 maggio stanno togliendo la terza. La seconda – la funzione di lender of last resort – è quella che si svuoterà per ultima, ed è il vero termometro di quanto il processo arriverà a concretizzarsi.

Si vede anche, in controluce, perché la pulizia dei database dei contribuenti sia diventata urgente. Un sistema in cui il credito si decentralizza fino al telefono richiede, come precondizione, di sapere con precisione chi sta dietro al telefono. Non per limitare l’accesso. Per renderlo possibile a chi ne ha diritto, e per veicolare in maniera ordinata i flussi che da quella decentralizzazione torneranno verso i cittadini.

La traiettoria è chiara.

Cosa sta finendo

Il sistema fiat come l’abbiamo conosciuto ha cinquantacinque anni. È nato nell’agosto del 1971 con la decisione di Nixon di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, ed è stato sostenuto per cinque decenni da una combinazione di potenza militare americana, sistema SWIFT come monopolio della messaggistica interbancaria, Lloyd’s come monopolio delle assicurazioni navali, e Fed come emittente unico del dollaro. A questi quattro pilastri se ne aggiunge un quinto, meno visibile ma altrettanto strutturale: il monopolio delle banche commerciali e delle agenzie di rating private sulla valutazione del merito di credito. Ognuno di questi cinque pilastri è oggi sotto pressione strutturale. Il monopolio Fed sull’emissione è stato perforato dal Genius Act. Il monopolio Fed sul settlement è in via di perforazione con i due ordini del 19 maggio. Il monopolio SWIFT sulle transazioni in dollari è in erosione operativa dalla primavera del 2025. Il monopolio Lloyd’s sulle assicurazioni navali è stato direttamente sfidato dalla DFC nel Golfo. Il monopolio delle banche commerciali sulla valutazione del credito viene sostituito da un’architettura ancorata ai parametri civici. La potenza militare resta, ma serve sempre meno a imporre una valuta che il mercato sostituisce per ragioni di efficienza prima che di geopolitica.

Questo non significa che il fiat finirà in un giorno. Non significa neppure che finirà. Significa che la sua egemonia strutturale, intesa come unico paradigma possibile, sta lasciando spazio a un’architettura alternativa che gli si affianca, lo erode, e potenzialmente – nel medio periodo – lo rende residuale. La stablecoin regolamentata in dollari non è la fine del dollaro. È la fine del dollaro come monopolio della Fed e delle banche commerciali. La differenza non è di sfumatura.

La direzione

Sette mesi dopo il Genius Act, l’architettura si è chiusa abbastanza da rendere visibile la direzione complessiva. Quello che si sta costruendo è un sistema finanziario in cui l’emissione è distribuita tra soggetti privati regolamentati, il settlement passa per rails che includono direttamente le fintech, la riserva di valore include il Bitcoin accanto all’oro, e la valutazione del merito di credito esce dalle banche commerciali per entrare in un’architettura ancorata a parametri civici e contributivi. È strutturalmente americano nella sua governance, anche quando ospita soggetti privati con sede in Svizzera o a El Salvador, perché la giurisdizione regolatoria resta Washington. Ed è strutturalmente predisposto a veicolare, quando il momento sarà maturo, flussi diretti verso i cittadini verificati.

La domanda che il pezzo dello scorso ottobre aveva lasciato aperta era se il nuovo ordine sarebbe stato più giusto o più stabile del precedente. Sette mesi dopo, quella domanda è ancora aperta, e si è anzi precisata. Il nuovo sistema permette teoricamente un accesso più ampio alla creazione e distribuzione di valore, ma resta da vedere se l’architettura concreta che lo realizza distribuirà quel potere o se lo riconcentrerà in altre mani. 

L’obiettivo di questo pezzo non è dare una risposta. È mostrare che la traiettoria è ormai abbastanza visibile da poter essere descritta senza ricorrere né al linguaggio della cospirazione né a quello della narrazione mainstream che continua a parlare di valuta digitale del dollaro come se fosse questione di prossimi anni e non di prossimi mesi. È questione di prossimi mesi. È anche, già adesso, questione di scelte che l’Europa dovrà fare in fretta su quale architettura sceglie di abitare.

Il dollaro senza la Fed è un’affermazione che fino al luglio del 2025 sarebbe sembrata fantapolitica. 

Oggi descrive una direzione che si può leggere nei testi degli ordini esecutivi firmati a Washington, nei verbali del Congresso, nei post di chi opera nell’infrastruttura.

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