SEMINARIO CERCHIO FIRENZE 77 con PAOLO FRANCESCHETTI 12/13/14 SETTEMBRE

I DUE RE

Home - Geopolitica - I DUE RE
Two Kings
Maggio 2, 2026

I DUE RE

La mattina del 29 aprile, prima ancora che la delegazione britannica atterrasse a Washington, il profilo social della Casa Bianca aveva già pubblicato qualcosa. L’immagine di Paul Revere — il patriota americano che nella notte del 18 aprile 1775 galoppò ad avvertire le milizie coloniali che l’esercito britannico stava avanzando — con la didascalia: “Gli inglesi stanno arrivando.” Era comico. Era anche, per chi voleva leggerlo in modo meno superficiale, esatto.

Uno è stato incoronato. L’altro no. Ma quando re Carlo III è atterrato a Washington, il protocollo — quello vero, non quello delle bandiere e delle guardie d’onore — era già scritto nei rapporti di forza che precedevano la visita di settimane.

Chiamarla “visita di stato” è tecnicamente corretto. Chiamarla “resa dei conti” sarebbe eccessivo. “Ricognizione” è probabilmente il termine più onesto, e lo si intuisce dalla quantità di cose che sono state dette fuori dal comunicato congiunto, più che da quelle dentro.

C’erano due uomini a Washington. Uno governa la nazione che controlla le rotte petrolifere del Golfo, che impone dazi a piacimento, che ha appena scollegato l’architettura multilaterale del dopoguerra dal suo supporto logistico americano. L’altro governa una monarchia che — per ammissione del suo stesso Parlamento — è diventata quello che i diplomatici chiamano con eleganza una “potenza media”: uno stato che esercita influenza nel mondo nella misura in cui l’ordine postbellico che ne amplifica il peso continua a funzionare.

E quell’ordine, in questo momento, scricchiola in modo piuttosto udibile.

Due modelli di sovranità

La parola “re” ha una storia. Nelle sue radici latine e germaniche, rex designa chi comanda le risorse, chi controlla il territorio fisico, chi può costringere. È sovranità hard: quella che si misura in truppe, barili, sanzioni, dazi. L’altra sovranità — quella che si misura in norma, legittimità, reputazione, influenza sulle élite altrui — è qualcosa di più recente, e di più fragile. Funziona finché il campo da gioco rimane quello condiviso. Smette di funzionare quando qualcuno decide di cambiare campo.

Trump non ha cambiato le regole del gioco. Ha smesso di riconoscere le regole come vincolanti. La differenza è sottile ma devastante per chi ha costruito la propria forza proprio su quelle regole.

Il rapporto pubblicato la settimana scorsa dal Comitato per le Relazioni Internazionali e la Difesa della Camera dei Lord — presieduto da Lord Robertson, già Segretario Generale della NATO — contiene un’ammissione che in altri momenti sarebbe apparsa inimmaginabile in un documento parlamentare britannico. La Gran Bretagna è una potenza media. Sopravvive come attore globale nella misura in cui l’architettura multilaterale del dopoguerra continua a funzionare. E quella architettura — la formula è di Lord MacDonald — non funziona senza gli Stati Uniti. Senza gli Stati Uniti non esiste applicazione effettiva. E senza applicazione effettiva non esiste ordine.

È la fine di settant’anni di narrazione sulla “special relationship” come simbiosi tra pari. Quello era sempre stato, con ogni evidenza, un rapporto tra chi genera forza e chi la amplifica attraverso il sistema di norme che ha contribuito a costruire. Due ruoli distinti. Due re distinti, per restare alla metafora.

Il 1956 e ciò che è cambiato dopo

L’ultima volta che questi due modelli di sovranità si sono confrontati apertamente è stato nel 1956. La crisi di Suez: Francia e Gran Bretagna si muovono militarmente per riprendere il controllo del canale. Eisenhower dice loro di fermarsi e minaccia di far crollare la sterlina. Si fermano. È il momento in cui la Gran Bretagna scopre di non avere più potere coercitivo autonomo sul piano internazionale.

Da quel momento in poi, la strategia britannica ha puntato tutto sul soft power: la capacità di influenzare chi il potere coercitivo ce l’ha davvero. La monarchia, con la sua neutralità di facciata, i suoi rituali secolarizzati, le sue reti di contatti trasversali, è diventata il principale strumento di questa influenza. Non è retorica: Susan Page, nel libro uscito contestualmente alla visita — con una sincronia editoriale che vale la pena segnalare — documenta come la regina Elisabetta ricevesse briefing quotidiani classificati, briefing settimanali di sicurezza nazionale top-secret, fosse inserita nei piani di emergenza per la guerra nucleare. E come utilizzasse questa rete di informazioni per gestire, nel corso di settant’anni, la successione dei presidenti americani.

Ha funzionato — quasi sempre. L’unica eccezione significativa, per ammissione dello stesso libro, è Donald Trump.

Atlantico, 1941

C’è un precedente storico ancora più lontano che vale la pena richiamare, perché illumina la struttura di ciò che si sta sgretolando. Nel 1941, su una nave nell’Atlantico Nord, Franklin Roosevelt pose a Winston Churchill una condizione: l’ingresso americano nella Seconda guerra mondiale era subordinato alla fine del sistema coloniale dell’Impero dopo la guerra. Roosevelt — secondo il resoconto del figlio Elliott — fu esplicito: qualunque sistema che estrae materie prime da un paese senza restituire nulla alla sua popolazione appartiene ai metodi del diciottesimo secolo, non del ventesimo.

Churchill stallò. Il risultato fu un compromesso: l’ordine postbellico di Bretton Woods, del FMI, della Banca Mondiale, delle istituzioni multilaterali — formalmente inclusivo, nella pratica plasmato in misura significativa dagli interessi angloamericani, con la City di Londra che continuava a operare come centro nevralgico della finanza globale. La questione coloniale fu rinviata, non risolta.

Quello che Trump sta smontando — con i dazi, con il disengagement dalla NATO come meccanismo automatico di garanzia, con il ritiro dalle istituzioni multilaterali — è in qualche misura completare ciò che Roosevelt aveva cominciato a chiedere nel 1941 e non aveva ottenuto. Non per le stesse ragioni, non con la stessa visione, non necessariamente con i medesimi effetti. Ma la struttura del gesto è analoga: ritirare la legittimazione americana all’architettura che ha amplificato il peso britannico nel dopoguerra.

Il controllo del rischio

Per capire cosa c’è davvero in gioco occorre spostarsi dal piano diplomatico a quello finanziario. La City di Londra — quel miglio quadrato al centro della capitale britannica, tecnicamente extraterritoriale, sede di tutte le grandi banche internazionali e delle loro filiali più strategiche — non ha mai esercitato il suo potere principalmente attraverso eserciti o trattati. Lo ha esercitato attraverso il controllo del rischio.

Lloyd’s of London ne è il meccanismo più antico e più preciso. Da tre secoli e mezzo, chiunque voglia far navigare una nave commerciale deve assicurarla. E chi controlla il mercato assicurativo marittimo controlla, di fatto, chi può muoversi sui mari e a quale prezzo. Non è coercizione militare: è qualcosa di più efficiente. Non richiede truppe. Richiede solo di essere l’unico soggetto in grado di prezzare il rischio. Quando Lloyd’s decide che una rotta è troppo pericolosa — o quando fissa i premi a livelli astronomici — non impedisce formalmente a nessuno di navigare. Semplicemente, chi lo fa senza copertura perde la nave, e nessun armatore al mondo si assume quel rischio. Il risultato pratico è identico a un blocco navale, senza che nessuna fregata debba muoversi.

All’avvio del conflitto con l’Iran, Lloyd’s ha interrotto la copertura per il naviglio connesso a quella rotta. La risposta americana, secondo fonti vicine all’amministrazione, è stata la creazione di una contro-assicurazione garantita direttamente dalla Marina degli Stati Uniti, con una dotazione iniziale nell’ordine di decine di miliardi di dollari. Non un’assicurazione privata alternativa: un’assicurazione sovrana, con la flotta militare americana come garante di ultima istanza. Se i dettagli sono confermati, è una mossa che attacca Lloyd’s esattamente sul piano su cui Lloyd’s ha costruito il suo dominio per tre secoli e mezzo. Non sul piano militare. Non su quello diplomatico. Sul piano del controllo del rischio marittimo.

C’è un precedente che aiuta a calibrare la portata di questo schema. Il 30 novembre 1989 — quarantuno giorni dopo la caduta del Muro di Berlino — Alfred Herrhausen, presidente della Deutsche Bank, fu assassinato dalla Banda Baader-Meinhof a Bad Homburg. Aveva già preparato il testo di un discorso che avrebbe dovuto tenere a New York davanti al Fondo Monetario Internazionale: un piano per investimenti massicci in infrastrutture nell’Europa dell’Est post-comunista, con proposta di ristrutturazione del debito per i paesi in difficoltà. Il discorso non fu mai tenuto. Nei mesi successivi, la Deutsche Bank spostò il baricentro delle sue operazioni su Londra, e la linea dei derivati sconfisse quella degli investimenti produttivi nel voto degli azionisti. Il pattern — un progetto alternativo al modello finanziario dominante, eliminato nel momento esatto in cui sarebbe diventato eseguibile — è documentato. Le implicazioni restano nel campo dell’interpretazione.

Dieci anni dopo, nel 1999, Richard Grasso, presidente del New York Stock Exchange, fu fotografato in Colombia mentre si abbracciava con Raul Reyes, comandante delle FARC. Reyes lo ringraziava — testualmente, secondo i resoconti dell’epoca — per i depositi. L’episodio fu ampiamente documentato dalla stampa americana. Non è una storia di complotti: è una storia di come i circuiti del riciclaggio finanziario abbiano una sede riconoscibile, e di come quella sede sia storicamente connessa agli stessi nodi che gestiscono il debito sovrano, le assicurazioni marittime, i future sul petrolio. Il prezzo del petrolio viene fissato a Londra — non perché il petrolio passi per Londra, ma perché i contratti futures che ne determinano il valore vengono scambiati lì. È un meccanismo che consente di estrarre una rendita dal commercio di una materia prima senza toccarla fisicamente.

Bee

La visita e il suo doppio registro

C’è la visita ufficiale — cene di gala, guardie d’onore, discorso al Congresso — e c’è tutto quello che accadeva in parallelo, su un registro completamente diverso. I due piani non si sono mai toccati esplicitamente. Si sono parlati di traverso, tutto il giorno.

Il post di Paul Revere era il primo segnale. Poi è arrivato il post in cui Trump rivendicava di essere il 15° cugino di Carlo e dichiarava di aver sempre desiderato vivere a Buckingham Palace. Poi quello in cui il re camminava in mezzo ai soldati americani in uniforme — non giubbe rosse, precisava la didascalia, con l’ovvia implicazione. Una sequenza costruita con la precisione tipica di un team social che sa esattamente cosa sta facendo e a chi si rivolge. Non improvvisazione. Strategia di incorniciamento comunicato a milioni di persone mentre il protocollo si svolgeva nelle stanze ufficiali.

Gli alveari della Casa Bianca hanno prodotto la scena più stratificata. Nell’antica tradizione britannica e scozzese — osservata fedelmente dalla famiglia reale — quando cambia il padrone di casa bisogna informare le api. Se non lo fai, l’alveare ti abbandona. Trump ha accompagnato Carlo agli alveari. Ma quello che la scena conteneva era più di un gesto protocollare rovesciato.

Carlo III è apicoltore praticante da decenni: alveari a Highgrove, Clarence House, Sandringham. Le api non sono un elemento di arredamento simbolico nella sua biografia — sono una pratica continuativa. E la stessa persona che ha trascorso la vita con gli alveari ha promosso, nel 2021 ancora come Principe di Galles, l’Astra Carta: un documento per la governance responsabile dello spazio costruito esplicitamente come eco nominale della Magna Carta. “Astra” (stelle) più “Carta” (documento): la stessa operazione estensiva del framework normativo anglosassone che dalla Magna Carta del 1215 tenta di arrivare fino allo spazio. Il Regno Unito ha firmato gli Artemis Accords — il trattato americano che governa le risorse lunari — tra i primissimi. Il 31 marzo 2026, vigilia del lancio di Artemis II, Carlo ha inviato una lettera personale all’astronauta Hansen.

Al Congresso, pochi giorni dopo, ha fatto la battuta: “ho controllato i documenti, la luna fa già parte del Commonwealth.” I documenti a cui si riferiva esistono davvero. Si chiamano Astra Carta e Artemis Accords. Non era umorismo. Era la descrizione in tempo reale della stessa operazione che dalla Magna Carta porta allo spazio, con il suo nome nell’intestazione.

Poi, nel corso della visita agli alveari, un’ape è atterrata sulla mano di Trump. Lui l’ha tenuta, visibilmente a suo agio, mentre chi stava intorno mostrava nervosismo. La Casa Bianca ha postato un’immagine di Trump in tenuta da apicoltore con un riferimento al film ‘The Beekeeper’ di Jason Statham — storia di un ex operatore di intelligence che smonta dall’interno le reti di corruzione che controllano il sistema finanziario. Che il team social della Casa Bianca scelga di associare quell’immagine alla visita del re britannico non è casuale. È una scelta editoriale precisa.

Carlo ha parlato al Congresso. Ha citato la Magna Carta, ha difeso la NATO come “essenziale”, ha evocato l’Ucraina e ha ribadito il valore dell’AUKUS — l’alleanza militare tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti per la costruzione di sottomarini nucleari, che Trump aveva di fatto accantonato. E ha sostenuto che i Padri Fondatori americani “portarono con sé la grande eredità dell’Illuminismo britannico” e che la Dichiarazione dei Diritti del 1791 ha le sue radici nella Magna Carta del 1215. È una tesi storicamente legittima ma selettiva: la Rivoluzione americana fu anche — e soprattutto per i suoi protagonisti — una rottura con quella tradizione, non la sua continuazione. Farla raccontare al Congresso americano, nel 250° anniversario dell’indipendenza, da un re britannico, produce un effetto che il protocollo avrebbe potuto evitare ma non ha evitato.

I democratici si sono alzati in piedi, entusiasti. I repubblicani più lenti, più freddi. Trump ha guardato. Poi ha commentato, con il tono dell’uomo che ha già ottenuto quello che voleva: “Voglio congratularmi con Carlo per il discorso fantastico. Ai democratici è piaciuto più di qualsiasi cosa io abbia mai fatto.” Operazione di incorniciamento completata senza bisogno di aggiungere altro.

La campana dell’HMS Trump

Il momento più denso è arrivato alla fine, nella forma di un dono. Carlo ha consegnato a Trump come regalo personale la campana originale dell’HMS Trump — un sottomarino britannico classe T varato nel 1944, il cui distintivo di bordo raffigurava un asso di picche. Il nome non è un’invenzione recente: le navi della classe T portavano nomi con la T iniziale, e “Trump” compare nei registri della Royal Navy decenni prima che diventasse un cognome politicamente rilevante. Il sottomarino ha servito nel Pacifico con il 4° Squadrone Sottomarini australiano.

Tre elementi sovrapposti meritano attenzione. Primo: Carlo consegna a Trump un oggetto proveniente dalla marina militare britannica — quella stessa marina che per due secoli ha definito la proiezione imperiale del Regno Unito e che oggi conta una frazione di quello che era. Secondo: la nave si chiamava Trump, e il suo emblema era l’asso di picche — la briscola più alta del mazzo, la carta che in inglese si chiama appunto “trump”, il termine che designa la carta che batte tutte le altre. Terzo: Carlo lo ha definito “dono personale”, con la specifica formula protocollare che distingue un regalo istituzionale da uno tra persone.

Che il Foreign Office abbia scelto deliberatamente quella campana, o che qualcuno nel protocollo abbia individuato la coincidenza onomastica e abbia deciso di farne uso, non è verificabile. Quello che è verificabile è il risultato: il re britannico ha consegnato al presidente americano la campana di una nave da guerra della Royal Navy che porta il suo nome e che ha come emblema la carta più alta del mazzo. Lo ha fatto davanti alle telecamere, definendolo un gesto personale.

A volte il protocollo dice più dei comunicati.

Il giorno dopo

Il giorno successivo alla visita, Trump ha preso il telefono e ha chiamato Putin. La telefonata è durata un’ora e quaranta minuti. Secondo la lettura TASS, Putin ha dichiarato la disponibilità a un cessate il fuoco nel giorno della Vittoria — il 9 maggio — e Trump ha sostenuto attivamente l’iniziativa, definendo quella data una “vittoria congiunta sul nazismo.” Sempre secondo TASS, entrambi hanno espresso valutazioni convergenti sul regime di Kiev come soggetto che prolunga il conflitto con il sostegno dei leader europei.

È il tipo di fatto che i media registrano come notizia e dimenticano come segnale. Mentre il soft power britannico cercava di consolidare qualcosa nella capitale americana, l’hard power americano stava già lavorando su un altro piano. Il 14 maggio Trump è atteso a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Il 16-17 maggio Putin sarà a Pechino per il suo incontro con Xi. Tre appuntamenti ravvicinati tra le tre potenze che il rapporto della Camera dei Lord cita come il problema fondamentale dell’ordine postbellico britannico.

Carlo ha chiesto al Congresso di salvare la NATO e di continuare a sostenere l’Ucraina. Trump il giorno dopo ha parlato con Putin per quasi due ore su come chiudere quella guerra. La risposta non è arrivata in forma di comunicato. È arrivata in forma di agenda.

Nel frattempo, chi cerca di costruire un’alternativa all’architettura che si sta smontando lo fa con gli strumenti disponibili. Mark Carney — ex governatore della Bank of England e della Bank of Canada, ora primo ministro canadese, capo di governo di uno stato il cui capo di stato formale è il re britannico — ha annunciato che l’ufficio finanziario della NATO avrà sede in Canada. Nel 2019, a Jackson Hole, Carney aveva proposto pubblicamente una valuta di riserva alternativa al dollaro per sostituire il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale. I contorni del piano B sono riconoscibili, anche se ancora privi della forza di enforcement che solo Washington può fornire.

L’Italia e il costo delle parentesi di sovranità

Vale una nota laterale, per chi legge dall’Italia. Nel 1985, a Sigonella, Bettino Craxi rifiutò di consegnare agli americani i dirottatori dell’Achille Lauro che i paracadutisti americani avevano circondato. Fu un momento di sovranità reale, raro, documentato. Craxi guadagnò popolarità in patria e perse Washington in modo definitivo. Quello che seguì — il crollo politico, l’esilio, la morte a Hammamet — è storia ancora controversa nei dettagli, ma strutturalmente analoga a ogni caso in cui uno stato di media grandezza ha osato uscire dal perimetro che il sistema tollera.

Prima ancora, Enrico Mattei stava correndo dalla Sicilia a Milano per imbarcarsi su un aereo verso Washington, dove aveva un appuntamento con Kennedy. Il piano riguardava un ruolo autonomo dell’Italia nel Mediterraneo e nell’Africa del Nord — un modello energetico che sottraeva il petrolio africano al duopolio angloamericano e ridistribuiva i proventi ai paesi produttori. L’aereo cadde su Bescapè. La ricostruzione giudiziaria ufficiale ha stabilito che si trattò di sabotaggio. Mattei e Kennedy non si incontrarono mai.

Non sono paralleli diretti con la visita di Carlo III. Sono qualcosa di più sottile: la dimostrazione che il sistema del dopoguerra ha una logica di enforcement propria, raramente dichiarata, mai scritta in nessun trattato. E che quella logica sta cambiando — non necessariamente in direzioni più benevole, solo in direzioni diverse.

La domanda che rimane

Il rapporto della Camera dei Lord ammette che il sistema del dopoguerra non sopravvive senza la partecipazione americana. Non dice cosa prende il suo posto. È una lacuna che non sembra casuale: chi l’ha costruito non ha ancora una risposta, e chi lo sta smontando non ne offre una che vada oltre l’interesse immediato.

I due re si sono incontrati a Washington, hanno fatto le fotografie, hanno bevuto il tè. Uno governa con il protocollo e con tre secoli di reti assicurative, diplomatiche, finanziarie costruite sul controllo invisibile dei flussi globali — e con un’Astra Carta che porta il suo nome nell’intestazione del trattato lunare. L’altro governa con i dazi, con una contro-assicurazione navale, con un team social che sa come funziona la comunicazione simbolica, e con un’agenda che il giorno dopo si sposta su Mosca e poi su Pechino. Il primo dipende dal secondo per esistere come attore rilevante. Il secondo dipende dal primo — per quanto tempo ancora, è la domanda che nessun comunicato congiunto si avventura a formulare.

C’erano due re a Washington. La campana dell’HMS Trump è ora alla Casa Bianca. L’asso di picche è tornato a casa.

Trump Royal

 

 

Share:

Leave A Comment

Search

Categorie

Come trovarci

Contattami o seguimi sui mie canali
Contattami