
Kennedy e Trump: una alleanza che attraversa le generazioni
La relazione tra Donald Trump e la famiglia Kennedy rappresenta uno dei fili conduttori più significativi per comprendere la natura profonda dell’attuale amministrazione americana e la continuità di una battaglia che attraversa decenni di storia statunitense. Trump è l’espressione di un sentimento che non è mai finito, che non è mai stato sopito negli Stati Uniti, e questo sentimento ha radici profonde che risalgono proprio alla presidenza di John Fitzgerald Kennedy e al suo retaggio familiare.
John John Kennedy: l’amico perduto
Il legame tra Trump e i Kennedy non è una costruzione politica recente o opportunistica, ma affonda le sue radici in un’amicizia personale profonda che risale a decenni fa. Il figlio di John Fitzgerald Kennedy, John Fitzgerald Kennedy Jr., conosciuto affettuosamente come John John, era molto più di un semplice conoscente di Trump: era un vero amico.
John John era quel bambino che fece il celebre e straziante saluto militare al feretro del padre a Dallas, un’immagine che rimane scolpita nella memoria collettiva americana come simbolo di un’innocenza perduta e di una promessa tradita. Ma quel bambino era cresciuto, ed era destinato a raccogliere l’eredità paterna. Il suo destino sembrava scritto: diventare presidente degli Stati Uniti.
Già esisteva una campagna preparata meticolosamente per portarlo a essere eletto senatore dello Stato di New York, che rappresentava il trampolino ideale, l’angolo perfetto per proiettarsi verso la Casa Bianca. E in questo percorso, al suo fianco, c’era Donald Trump.
Esistono varie fotografie che li ritraggono insieme, due giovani di belle speranze, due uomini che rappresentavano due facce diverse dell’America ma condividevano una visione comune. Trump praticamente stava avanzando John John, non era solo lui naturalmente a sostenerlo, ma erano amici veri, e Trump vedeva di buon occhio Kennedy. Trump ha sempre visto di buon occhio i Kennedy, ha sempre nutrito rispetto e ammirazione per quella famiglia e per quello che rappresentava.
La morte tragica di John John in un incidente aereo nel 1999 spezzò non solo un’amicizia personale, ma anche un progetto politico che avrebbe potuto cambiare il corso della storia americana. Trump perse un amico, l’America perse un potenziale leader che avrebbe potuto continuare la battaglia iniziata da suo padre.
Robert Kennedy Jr: il testimone raccolto
Oggi, decenni dopo quella tragedia, il cerchio si chiude in un modo che pochi avrebbero potuto prevedere. Robert Francis Kennedy Jr., nipote di John F. Kennedy e figlio di Robert F. Kennedy, entrambi assassinati nel perseguire una visione di America diversa, fa parte dello staff e del governo di Trump. Non è una coincidenza, non è una manovra politica cinica: è la continuazione naturale di un’alleanza che ha radici profonde nella storia e negli ideali condivisi.
Ma come è potuto accadere che un Kennedy, simbolo vivente della tradizione democratica americana, si sia alleato con un presidente repubblicano? La risposta rivela molto sullo stato attuale della politica americana e sul tradimento dei valori originari.
Il tradimento del partito democratico
Quando Trump scelse di candidarsi come repubblicano, fu una scelta essenzialmente pratica, dettata dalla realtà più che dall’ideologia. I democratici ormai erano impazziti, erano stati completamente presi sotto controllo da forze che nulla avevano a che fare con i valori originari del partito. Erano stati talmente sovvertiti che un Kennedy, Robert Kennedy Jr., viene visto dai democratici contemporanei come il diavolo incarnato.
Questo rappresenta un punto di degradazione incredibile e rivelatore. Un Kennedy, il cui cognome è sinonimo della storia stessa del partito democratico, un uomo che porta nel sangue l’eredità di due presidenti assassinati, viene trattato come un traditore, un nemico, un pericolo dal partito che dovrebbe considerarlo un principe ereditario. Questo paradosso spiega tutto quello che c’è da sapere sulla trasformazione del partito democratico in qualcosa di completamente diverso da quello che era ai tempi di JFK.
La scelta repubblicana di Trump, anche se in quel partito aveva e ha tanti nemici, rappresenta il fatto che lui rappresenta qualcosa di differente da tutto questo, dall’uniparty, da quel partito unico mascherato da bipartitismo che in realtà serve gli stessi identici interessi oligarchici, che siano nascosti sotto l’etichetta democratica o repubblicana.
La strategia che confonde: il metodo Trump
Trump a volte confonde, fa cose che fanno esclamare: ma come, ha fatto esattamente l’opposto di quello che aveva promesso, ma allora è vero che è un delinquente come dice il Corriere della Sera e tutta la stampa mainstream? Questo continuo zigzagare fa passare attraverso stadi continui di isteria collettiva, poi rassicurazione momentanea, poi di nuovo isteria.
Ma è necessario sfuggire da queste montagne russe emotive e vedere all’osso della questione. Bisogna guardare oltre le tattiche di superficie, oltre le mosse che sembrano contraddittorie, oltre il rumore mediatico, per comprendere la sostanza profonda dell’azione trumpiana e del suo legame con l’eredità Kennedy.
I due pilastri fondamentali: lavoro e pace
Qual era il punto centrale della campagna di Trump? Perché ha vinto? La risposta è chiara, diretta e si ricollega direttamente a quello che rappresentava John F. Kennedy: bisogna ritornare ad avere un’economia negli Stati Uniti. Non si può semplicemente importare tutto dall’estero, distruggendo sistematicamente l’apparato produttivo nazionale, che è la cosa più importante che avevano gli Stati Uniti, la base stessa della loro grandezza.
La vera rivoluzione americana
La rivoluzione americana non fu il momento romantico delle bandiere al vento e delle cannonate eroiche. Fu qualcosa di molto più profondo e duraturo: fu il momento storico in cui si stabilì un’economia americana veramente indipendente e una finanza altrettanto indipendente, ma una finanza concepita come serva, non come padrona, al servizio di quella economia produttiva.
Questo è un punto cruciale che viene sistematicamente oscurato dalla narrazione storica dominante: a quel punto, quando l’economia produttiva divenne la base e la finanza il suo strumento, gli Stati Uniti diventarono veramente ricchi. E non diventarono ricchi grazie allo schiavismo, come la propaganda revisionista contemporanea vuole far credere per distruggere il mito fondativo americano.
Al contrario, gli schiavi li usavano pochi, una minoranza. Una società schiavistica non è mai stata e non sarà mai ricca. La vera ricchezza viene da una popolazione più educata, dove non hai masse di poveri, gente incapace di leggere e scrivere, che puoi sfruttare al massimo credendo che questo ti renderà ricco.
A parte il fatto che lo schiavismo è moralmente reprensibile e disgustoso, anche da un punto di vista freddamente economico è completamente sbagliato, ti rende povero come società. Sì, esiste un gruppetto ristretto di proprietari di piantagioni che fa i balli eleganti nella villa padronale, ma in realtà tutta quell’economia nel suo complesso è poverissima, fragile, vulnerabile. Qualsiasi altro paese con un’economia reale e una popolazione educata ti può attaccare e vincere facilmente, perché tu non sei in grado di sostenere una vera economia diversificata e robusta.
Lavoro dignitoso: la base della libertà
Il primo punto del programma Trump-Kennedy è quindi cristallino: bisogna ritornare ad avere posti di lavoro ben pagati per tutti, soprattutto per i più poveri, per chi sta in fondo alla scala sociale. I risultati elettorali dimostrano inequivocabilmente la forza dirompente di questo messaggio: Trump come repubblicano ha ottenuto più voti dalla comunità afroamericana di qualsiasi altro presidente repubblicano nella storia, e ne prende sempre di più a ogni elezione.
Il motivo è semplice e umano: con un posto di lavoro dignitoso ottieni dignità personale, puoi costruire e mantenere una famiglia, puoi permetterti una casa, puoi pianificare un futuro. Non servono programmi assistenziali paternalistici che ti tengono in uno stato di dipendenza permanente: serve un lavoro vero che ti rende indipendente e libero.
Pace: basta con le guerre infinite
L’altro punto fondamentale, che collega direttamente Trump a JFK, è: basta con le guerre senza fine. Anche se Trump non usa esattamente queste parole, il concetto è chiarissimo: gli Stati Uniti sono diventati un gigante militare scemo manovrato al servizio di altre forze oscure, che li fanno combattere guerre in ogni angolo del mondo al loro servizio, non nell’interesse del popolo americano.
E di quali forze si sta parlando? Naturalmente si sta parlando dell’impero britannico, sia nella sua versione originale storica sia nella sua seconda incarnazione contemporanea. Esiste un documentario illuminante che si chiama La tela di ragno: il secondo impero britannico, che descrive accuratamente la formazione di questo nuovo impero britannico che non si limita geograficamente alla Gran Bretagna, ma è basato su una rete globale di finanza predatoria, sfruttamento sistemaico, crimine organizzato e controllo mediatico.
Quindi questi due pilastri, lavoro e pace, costituiscono il programma. Come viene ironicamente notato, sembra il programma del partito comunista italiano nel dopoguerra. Eppure non c’è nulla di comunista in questo: sono semplicemente i bisogni fondamentali, elementari di ogni popolo che vuole vivere in dignità e libertà.
Lo Stato vero contro lo stato profondo
Trump ha costruito pazientemente nel tempo un gruppo molto vasto di specialisti, di persone competenti e dedicate che lo seguono e lo sostengono in America. Perché la realtà è che esistono due Stati in America: c’è lo stato profondo, il deep state, quella rete occulta di burocrati non eletti, agenti dell’intelligence, banchieri e lobbisti che realmente detengono il potere e lo esercitano nell’ombra.
Ma c’è anche lo stato vero e proprio, lo Stato con la S maiuscola, e in esso c’è ancora gente che si identifica con i valori fondativi della nazione, che vuole combattere per essi, che vuole avere veramente uno Stato indipendente al servizio della gente, della popolazione, non delle oligarchie finanziarie.
E si vede chiaramente che Trump e la sua amministrazione ritornano sempre su questi punti fondamentali, su questi principi non negoziabili.
L’attacco frontale al sistema finanziario
La Federal Reserve: il nemico numero uno
Recentemente, prima di andare a Davos per affrontare il gotha dell’élite globalista, Trump ha sparato a zero, lanciando alcune fucilate micidiali contro i pilastri del sistema. Una delle più importanti era diretta contro la Federal Reserve.
La Federal Reserve sarebbe nominalmente la banca centrale americana, ma in realtà non è americana per niente. È la banca centrale delle banche centrali che operano in territorio americano e contro gli interessi degli americani. Questo è un punto fondamentale da comprendere: la Federal Reserve è una cosa completamente privata, non ha assolutamente niente di pubblico o governativo nel vero senso della parola.
Trump, che come presidente può almeno avere una voce in capitolo anche se limitata, ha cominciato ad attaccare personalmente, direttamente, in tutte le salse possibili il capo della Federal Reserve, Jerome Powell, dicendogli senza mezzi termini: te ne devi andare, tu stai distruggendo l’economia americana, tu non stai lavorando per gli Stati Uniti e per il popolo americano.
E molti altri attorno a Trump hanno reso esplicito quello che Trump stesso implica: tu Powell stai lavorando per la City di Londra, il centro finanziario di Londra, e stai lavorando per Wall Street.
Wall Street: una colonia della City di Londra
Wall Street, che si trova fisicamente in America, questa via famosa a New York City, prende il nome dal fatto che era il limite dell’antica New York, o meglio dell’antica New Amsterdam quando era ancora colonia olandese. C’era letteralmente un muro, quindi Wall Street significa la strada del muro, ed è da sempre famosa in tutto il mondo come il centro finanziario americano per eccellenza.
Ma la verità nascosta è che Wall Street è semplicemente un’estroflessione, una propaggine, una colonia della City di Londra. Questo è tutto un unico apparato integrato, e c’è una lotta tremenda, titanica in corso per riprendersi il controllo anche della finanza, per riportarla sotto controllo democratico.
La finanza: serva o padrona?
Perché la finanza è importante, è uno strumento cruciale della società moderna. La finanza è la lupa dantesca, quella che dopo il pasto ha più fame che pria. Se la lasci prendere il sopravvento e decide che lei deve succhiare tutto il sangue all’economia reale, diventa un vampiro che distrugge tutto.
Ma se la riporti al suo ruolo proprio, come damigella, come ancella al servizio dell’economia reale produttiva, allora è importantissima, essenziale, benefica. Quindi c’è una battaglia cruciale anche su questo fronte, e addirittura anche all’interno degli stessi circoli finanziari si risente questa influenza, questa domanda: va bene, ma noi dovremmo fare i finanzieri in questo modo, per questo scopo, al servizio della società produttiva, non come parassiti che la distruggono.
La guerra all’usura: le carte di credito
L’altra fucilata importante che Trump ha sparato è stata contro il sistema delle carte di credito. Questo può sembrare un dettaglio tecnico, ma in realtà è lo stesso identico tasto fondamentale: l’usura.
La situazione americana è particolare e diversa da quella europea. Negli Stati Uniti la gente, a differenza dell’Italia dove generalmente si usano carte bancarie che prelevano dai soldi già depositati in banca, usa massicciamente le carte di credito. Il risparmio personale praticamente non esiste, non va di moda, e si vive costantemente a credito.
E il meccanismo usuraio scatta inesorabile quando non si riesce a pagare in tempo: gli interessi schizzano al venti, trenta, persino trentotto percento. Trump ha dichiarato senza mezzi termini: questo non è tollerabile, è usura pura e semplice. E allora ho deciso che adesso il massimo di interesse consentito sarà il dieci percento.
Questa è una mossa estremamente pericolosa da fare dal punto di vista politico, perché significa andare a toccare direttamente questi enormi interessi economici, questi signori delle carte di credito, di questo mondo finanziario che non è esagerato definire demoniaco. Perché quella è veramente, letteralmente usura: se si pretende da un poveretto, da una povera famiglia che magari non ha fatto in tempo a pagare per un’emergenza o una malattia, il quaranta percento di interesse, ogni volta che questa famiglia sgarra anche solo di un giorno, alla fine gli si ruba la casa con il pignoramento, gli si ruba tutto quello che ha, gli si distrugge completamente la famiglia.
Questo non può essere tollerato in una società civile. Questa è un’altra misura che è stata incassata molto male dai poteri finanziari, perché colpisce direttamente i loro profitti usurai.
La speculazione edilizia e l’American Dream
Poi Trump ha attaccato frontalmente tutta la speculazione edilizia, e lui se ne intende perfettamente perché per decenni ha fatto esattamente quello: costruiva palazzi, era uno speculatore immobiliare lui stesso. E proprio per questo conosce tutti i trucchi, tutti i meccanismi, tutte le distorsioni del sistema dall’interno.
Trump ha dichiarato: adesso è diventato impossibile che una famiglia normale non possa permettersi una single house, una casa singola unifamiliare, che è l’essenza stessa del cosiddetto American Dream. La casetta circondata da un giardinetto piccolo anche se minuscolo, con il suo recinto di legno bianco, dove si fanno i barbecue nel weekend, dove i bambini possono giocare in sicurezza.
È impossibile, è inaccettabile che una famiglia normale non possa avere una casa propria, dove può crescere i figli, dove può costruire un futuro, dove può mettere radici. Quindi adesso interverrò direttamente per la costruzione di case di qualità ma a basso costo, accessibili.
Il mercato giusto, non il mercato libero
Ma questa è pura eresia per i liberisti dogmatici, per i teorici del libero mercato assoluto: ma come, ma allora il libero mercato? Ma allora la mano invisibile? Ma allora la concorrenza perfetta? La risposta di Trump è stata rivoluzionaria nella sua semplicità: hanno sempre usato ossessivamente questo slogan del free market, il mercato libero, sì va bene, sembra bello sulla carta, suona bene nei discorsi accademici.
Ma noi non vogliamo il free market, vogliamo il fair market. Non il mercato libero, ma il mercato giusto. Questa distinzione è fondamentale e cambia tutto.
Si parla di costruire case popolari ma singole, non casermoni alienanti, e questo programma tra l’altro distrugge non solo tutto l’apparato degli speculatori edilizi, di quelli che costruiscono le case e poi le fanno in un certo modo calcolato per guadagnarci il massimo possibile usando il materiale più scadente e le tecniche più economiche, ma ancora di più colpisce il livello superiore della catena, cioè quelli che speculano finanziariamente sull’edilizia.
E qui si arriva al punto cruciale della questione: ma che c’entra la City di Londra che sta fisicamente a Londra con le case che vengono costruite in America? C’entra, eccome se c’entra. E come? Perché a quel livello, al livello della grande speculazione finanziaria immobiliare, i soldi dove vanno a finire? Vanno a queste grandi banche internazionali, a questi grandi istituti finanziari globalisti che hanno sede a Londra, Zurigo, New York.
Quindi Trump con queste mosse sta colpendo al cuore questi interessi, tutto e per tutto, sta attaccando la piovra nei suoi tentacoli principali.
Lo scontro di Davos: le maschere cadono
Quando Trump è andato fisicamente a Davos, nel cuore del potere globalista, nella riunione annuale del World Economic Forum dove si riunisce l’élite autoproclamata che vuole governare il mondo, c’è stato un vero e proprio dramma pubblico, una cosa teatrale e drammatizzata che però ha reso evidente, visibile anche agli occhi dei più distratti, quello che già stava succedendo sotto la superficie.
La proposta di Mark Carney: la falsa alternativa
Il primo ministro canadese Mark Carney ha fatto un discorso che sembrava ragionevole, moderato, persino nobile: senza fare esplicitamente il nome di Trump, ma con il riferimento ovvio per tutti, ha detto che adesso basta, noi paesi piccoli o medi come il Canada, che vogliamo essere indipendenti da questa oppressione americana, da questo imperialismo statunitense, ci dobbiamo mettere insieme e creare una grande coalizione alternativa con l’Europa, cioè con Bruxelles, con l’Unione Europea burocratica.
E poi dobbiamo fare accordi strategici, per esempio con la Cina, per creare un contrappeso, per difenderci da questa oppressione, da questa dittatura trumpiana che vuole imporci le sue regole.
Il sistema precedente è finito, ha dichiarato solennemente Carney, siamo entrati in una nuova epoca storica dove dobbiamo scegliere da che parte stare.
Von der Leyen: lo stesso copione
Se si ha il coraggio di guardare, anche se non è un’esperienza gradevole, il discorso che Ursula von der Leyen ha fatto a Oslo si scopre che ha detto praticamente, quasi letteralmente, le stesse identiche cose di Carney. Non è una coincidenza: è un copione coordinato.
Dobbiamo unirci, dobbiamo creare un’Europa completamente centralizzata, basta una volta per tutte con gli stati nazionali, con le sovranità nazionali, se ne parla da tanto tempo ma adesso non possiamo più aspettare, il momento è adesso. Dobbiamo costruire un’Europa in cui mettiamo insieme tutte le nostre risorse, tutto il risparmio privato.
E qui bisogna che in Italia si drizzino le antenne e si stia molto attenti: quando questi personaggi parlano di prendere il risparmio di tutti e metterlo insieme in un fondo comune europeo, stanno parlando del risparmio che hanno gli italiani, che gli italiani hanno accumulato con sacrificio in generazioni. E vogliono metterlo insieme in un calderone europeo controllato dalla burocrazia di Bruxelles.
E così ci rifaremo un’economia forte, magari costruiremo anche centrali nucleari dopo anni di follia ideologica verde ed ecologista. Ma perché questo improvviso cambiamento di rotta sul nucleare? Perché la cosa veramente importante, l’obiettivo finale, è la difesa militare: prepararci a una guerra più grande e decisiva con la Russia, probabilmente entro il 2030 o giù di lì.
Questo era, in estrema sintesi, il discorso della von der Leyen, questo è stato in sostanza il discorso di Carney, e questo è stato lo scontro drammatico inscenato con Trump a Davos.
Il vero significato dello scontro: non è quello che sembra
Ma chi rappresentava veramente questo scontro? Qual era il vero significato di questa contrapposizione teatrale? Era davvero lo scontro di Trump che rappresenta gli interessi del territorio degli Stati Uniti contro Carney che rappresenta il patriottico Canada e la von der Leyen che rappresenta l’Europa unita?
La risposta è assolutamente no. Tutti quanti abbiamo questo senso patriottico spontaneo per il nostro continente, per l’Europa, per la sua cultura, per la sua storia. Ma in questo caso sono tutte scemenze, sono cortine di fumo per nascondere la vera natura del conflitto.
Chi è veramente Mark Carney: anatomia di un funzionario imperiale
Mark Carney è il classico, perfetto esempio di funzionario imperiale, e qui imperiale va inteso nel senso preciso di impero coloniale, non come metafora.
Carney è nato in Canada, ma cosa è veramente il Canada dal punto di vista costituzionale? Il Canada non ha una vera Costituzione indipendente, il Canada non ha un presidente eletto, ha un primo ministro, d’accordo, ma quando questo primo ministro presta giuramento, a chi giura fedeltà? Al re d’Inghilterra, perché il Canada fa parte del Commonwealth britannico, è sostanzialmente, di fatto e anche giuridicamente, una colonia o al massimo un dominion, non una nazione pienamente indipendente e sovrana.
E ancora di più, de jure, per legge formale lo è. Esiste addirittura un personaggio costituzionale che sta gerarchicamente tra il primo ministro canadese e la corona britannica, che si chiama Governor General, soprintendente o governatore generale. Quando c’è qualche dissidio politico veramente forte su questioni costituzionali fondamentali, si va da lui, e lui può dare o negare il permesso di agire, e la sua decisione prevale, non quella del Parlamento eletto.
La carriera di Carney: da Ottawa a Londra all’ONU
La carriera professionale di Mark Carney è straordinariamente simile a quella di Mario Draghi, per fare un esempio che gli italiani conoscono bene. Sono personaggi sostanzialmente apolidi, senza vera lealtà nazionale, che vengono sistematicamente presi, selezionati, formati da questo impero coloniale finanziario e vengono piazzati strategicamente nelle posizioni chiave.
Carney dopo i suoi studi e le prime esperienze è diventato il governatore della Banca del Canada, la banca centrale nazionale del Canada, che però sarebbe comunque sempre parte integrante dell’apparato britannico, non è mai stata veramente indipendente. Poi, e questo è estremamente significativo, è diventato nientemeno che il governatore della Bank of England, della banca d’Inghilterra, il cuore pulsante del sistema finanziario imperiale britannico.
Successivamente è stato nominato inviato speciale dell’ONU per l’azione climatica e la finanza, quindi il capo delle Nazioni Unite per quanto riguarda tutta la questione del green, della transizione ecologica, del riscaldamento globale, delle emissioni di CO2.
Ha avuto sistematicamente tutti i compiti istituzionali più importanti e delicati, ma sempre, invariabilmente, focalizzati su un unico punto centrale: banche, flussi finanziari internazionali, flussi di capitali finanziari, movimenti di denaro su scala globale. Questa è la sua vera specialità, la sua competenza unica, il suo ruolo nel sistema.
La realtà economica del Canada: una colonia economica
Infatti il Canada, che sulla carta geografica sembra questo paese enorme, vastissimo, ricco di risorse, in realtà dal punto di vista economico sostanziale il settantasei percento di tutto quello che produce va direttamente agli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti decidessero di dire stop, di chiudere il confine commerciale, il Canada sarebbe finito economicamente nel giro di settimane.
Perché l’idea di sviluppare un Canada con un’economia reale diversificata, potentissima, autosufficiente, non interessa minimamente, anzi è attivamente osteggiata da quelli che veramente comandano in Canada, cioè l’élite finanziaria legata a Londra. Ma questa idea interessa moltissimo alla popolazione canadese normale, alla gente comune che lavora e produce.
E infatti, ed è questo l’aspetto più interessante e rivelatore, adesso è in atto un vero e proprio processo di disgregazione territoriale del Canada, spinto dal basso, dalla popolazione.
La rivolta dell’Alberta: il Texas canadese
Uno degli stati canadesi più importanti, l’Alberta, che geograficamente sta in mezzo al Canada, viene comunemente considerato e chiamato il Texas del Canada. E il paragone non è casuale: la gente dell’Alberta ha quotidianamente a che fare con lavori produttivi diretti, concreti, reali: agricoltura intensiva, estrazione di materie prime, petrolio, gas, meccanica, industria manifatturiera.
Questa popolazione produttiva è in rotta di collisione aperta da sempre, da decenni, con Ottawa, la capitale burocratica, e con Toronto, il centro bancario e finanziario, quindi con tutto quello che rappresenta Mark Carney e il suo sistema.
La premier dell’Alberta, che si chiama Danielle Smith, è andata personalmente da Trump, ha attraversato il confine e ha chiesto direttamente a Trump di aiutare la sua provincia, perché il popolo dell’Alberta, attraverso i suoi rappresentanti eletti, vuole staccarsi da questa cosa orrenda che è il Canada controllato da Ottawa e Toronto, e vuole unirsi agli Stati Uniti, diventare uno stato americano.
E questo movimento separatista non è nato ieri: prima ancora che Trump tornasse alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, questa premier coraggiosa era andata a Mar-a-Lago, la residenza di Trump in Florida, a trattare segretamente, a negoziare contro gli interessi del governo centrale canadese che teoricamente dovrebbe rappresentare anche lei.
Adesso c’è un grande, crescente movimento di indipendenza, di secessione in tutte queste regioni periferiche del Canada. Il popolo che Carney e i suoi simili dovrebbero controllare e tenere sottomesso già gli sta scappando, già si sta liberando.
La rivolta eroica dei camionisti: precedenti recenti
E non è la prima volta che questa popolazione si ribella. Questi albertani, questi canadesi delle province produttive, sono esattamente gli stessi che organizzarono quella che va ricordata come l’eroica rivolta dei camionisti durante la pandemia di Covid.
I camionisti, che rappresentano l’ossatura dell’economia reale, del trasporto delle merci, durante le restrizioni Covid sempre più assurde e oppressive si opposero con determinazione. Presero i loro enormi truck, i loro camion, e andarono direttamente di fronte agli edifici governativi più importanti, al Parlamento, bloccarono completamente il traffico nel centro di Ottawa, si accamparono lì con i loro mezzi, si organizzarono con fornellini da campo, si facevano le uova in tegamino, il caffè, e resistettero lì per settimane, sfidando il governo.
A quel tempo il primo ministro era Justin Trudeau, e Mark Carney era il suo principale consigliere economico, il cervello finanziario del governo. E la risposta che Trudeau e Carney diedero a questa protesta pacifica fu draconiana, fu da stato di polizia: Trudeau letteralmente rubò, confiscò illegalmente i conti bancari dei camionisti.
I camionisti stavano semplicemente scioperando, stavano protestando pacificamente contro quelle misure sanitarie del Covid che erano palesemente assurde, sproporzionate, dannose. E come risposta gli presero, gli sequestrarono i soldi che avevano legittimamente depositato in banca, i loro risparmi, conti correnti congelati, famiglie lasciate senza soldi per comprare da mangiare.
Questo è il vero volto di Carney e del sistema che rappresenta.
Conclusione: l’eredità Kennedy vive in Trump
Quindi l’abisso, la distanza siderale, la differenza di prospettive e di interessi che esiste tra il governo burocratico finanziario, i banchieri globalisti e la stragrande maggioranza della popolazione è semplicemente enorme, incolmabile.
Questo ambizioso programma di decostruzione sistematica della NATO nella sua forma attuale, dell’Unione Europea burocratica e antidemocratica, dell’ONU che è diventato uno strumento di controllo globalista, perché con iniziative come il Board of Peace anche l’ONU sta traballando pericolosamente, dell’OMS con l’azione diretta e determinata di Robert Kennedy Junior che ne sta smascherando la corruzione e i conflitti di interesse con Big Pharma.
Tutte queste azioni concrete messe in campo quotidianamente dall’amministrazione Trump non sono affatto estemporanee, non sono improvvisazioni, non sono colpi di testa. Vengono da lontano, da molto lontano, sono l’espressione di sentimenti profondi che non sono mai stati veramente sopiti nel popolo americano, che hanno resistito sottotraccia attraverso decenni di oppressione e manipolazione.
E proprio per questo, proprio per questa continuità storica profonda, hanno una relazione diretta, organica, vitale con John Fitzgerald Kennedy, con tutto quello che ha rappresentato, con il Memoriale di Kennedy che ancora oggi attira milioni di visitatori che vanno a rendere omaggio a un sogno tradito.
Trump e i Kennedy, da John John a Robert Jr., rappresentano la stessa identica battaglia fondamentale: quella di un’America che produce beni reali, che lavora con dignità, che vive in pace con le altre nazioni, contro un impero finanziario parassitario che succhia ricchezza dalle economie reali, che provoca guerre infinite per i propri profitti e che distrugge sistematicamente le economie produttive per sostituirle con la speculazione finanziaria.
È la battaglia ancestrale dello Stato democratico al servizio del popolo contro lo stato profondo, il deep state al servizio dell’oligarchia finanziaria globale senza patria e senza scrupoli.
È, in definitiva, la continuazione di una lotta che non è mai veramente finita dopo Dallas 1963, perché il sentimento profondo di libertà, di indipendenza, di dignità del lavoro del popolo americano non è mai stato veramente sopito, non è mai stato completamente sconfitto, ha solo aspettato il momento giusto per riemergere con forza.
E quel momento è adesso.





