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La guerra che non è quella che sembra

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Marzo 28, 2026

La guerra che non è quella che sembra

Iran, Bibi Files e il cambio di regia che nessuno racconta

Mosca e Pechino tacciono. Questa è la notizia.

Non è un dettaglio secondario che la Russia — alleata storica dell’Iran, firmataria di accordi militari con Teheran, costruttrice del reattore di Bushehr — e la Cina — che da anni acquista petrolio iraniano scontato e finanzia corridoi commerciali con l’Iran — abbiano scelto di restare in silenzio mentre le forze americane e israeliane colpivano sistematicamente i vertici dei Pasdaran. Non è neutralità. Non è impotenza. È consenso operativo. E se lo si capisce, tutta la narrazione venduta in questi trenta giorni — la guerra incontrollabile, il rischio di escalation nucleare, il Medio Oriente sull’orlo del baratro — smette di reggere come spiegazione e comincia a funzionare come cortina fumogena.

Chi studia le crisi dal lato dell’intelligence economica non legge la prima pagina. Guarda chi tace quando potrebbe parlare. E in questo caso, le assenze parlano più forte di qualsiasi comunicato.

L’uomo che non doveva sopravvivere

Mohammad Bagher Ghalibaf non è un nome noto al grande pubblico italiano. È un generale di carriera, ex comandante delle forze aeree dei Pasdaran, ex sindaco di Teheran per oltre un decennio, attuale presidente del Parlamento iraniano. Due anni dopo l’assassinio del generale Qasem Soleimani — eliminato da un drone americano nel gennaio 2020 — Ghalibaf fu eletto al Parlamento dichiarando esplicitamente di voler “continuare il cammino di Soleimani”. Era una formula politica. Ma il cammino che Soleimani aveva tracciato, nei suoi aspetti meno narrati, era anche quello di un equilibrio regionale — non solo di scontro frontale con l’Occidente.

Soleimani è stato ucciso da un’amministrazione americana. Kushner era in quell’amministrazione e costruiva la normalizzazione tra paesi arabi e Israele. Oggi gli emissari di Ghalibaf trattano con Jared Kushner in Pakistan e in Egitto. Questo paradosso vale come sintesi dell’intera partita: quello che sembrava uno scontro di civiltà è, nei fatti, una transazione politica tra le fazioni pragmatiche di sistemi che si combattono in pubblico e negoziano in privato.

Quello che emerge dalle fonti disponibili — e qui la fonte è Axios, che ha confermato il ruolo di Ghalibaf nonostante le smentite pubbliche su X — è che il presidente del Parlamento iraniano è diventato il volto della diplomazia ombra. Le smentite servono esattamente allo scopo che ci si aspetta: mandare un segnale ai radicali rimasti nel suo entourage per non essere marchiato come traditore prima di aver completato la transizione. È una partita di sopravvivenza politica giocata su più livelli simultaneamente. E Ghalibaf la sta giocando con la precisione di chi conosce ogni corridoio del sistema che vuole trasformare.

La geometria della mediazione

La Cina ha offerto a Ghalibaf una via d’uscita concreta: un corridoio sicuro nello stretto di Hormuz per le petroliere che commerciano in yuan. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha avuto un colloquio decisivo con la controparte iraniana — i cinesi parlano per mezzo delle azioni più che delle parole, e l’offerta era sostanziale. Per l’Iran significherebbe riprendere le esportazioni bypassando simultaneamente il dollaro e le sanzioni, generando ossigeno finanziario immediato per stabilizzare il fronte interno. Ghalibaf potrebbe presentare la riapertura dello stretto non come resa agli americani, ma come favore al partner cinese. La narrativa conta. La sopravvivenza politica dipende dalla narrativa.

La Russia gioca una partita parallela e complementare. Fornisce dati satellitari e di intelligence sulle posizioni americane — ma, dettaglio cruciale, questi dati passano attraverso Ghalibaf e i suoi, non attraverso la gerarchia dei Pasdaran. Il risultato è un rafforzamento progressivo della sua autorità rispetto ai radicali. Putin ha blindato la centrale di Bushehr: un segnale che non ammette interpretazioni ambigue. L’Iran verrà trasformato. Non distrutto. La condizione implicita è che la guida sia affidabile. Vale a dire: Ghalibaf.

Pakistan ed Egitto fungono da zona franca neutrale per i colloqui tra gli emissari di Ghalibaf e quelli americani — Steve Whitehoff e Jared Kushner. La scelta non è geografica. È politica: in questi paesi i generali iraniani possono negoziare senza essere visti come traditori dai Pasdaran messianici ancora in campo.

Trump ha esteso l’ultimatum al 9 aprile, data legata al calendario agricolo — i fertilizzanti che transitano da Hormuz, la semina che non aspetta le convenienze diplomatiche. Non è una scadenza simbolica. È una leva concreta, perché un Iran che non riaprisse lo stretto entro quella data si troverebbe a gestire una crisi alimentare che coinvolge miliardi di persone ben oltre i suoi confini. Il calcolo è cinico. Ma è logicamente coerente.

L’alibi che Trump ha costruito per Ghalibaf è altrettanto rivelatore. Minacciando le centrali elettriche dal 27 marzo, ha messo il presidente del Parlamento nella posizione di poter dire ai generali rimasti: non ci arrendiamo, stiamo salvando l’economia del paese. Non è una resa. È una necessità strutturale. Chi non vede la regia in questo schema sta guardando la scacchiera dal lato sbagliato.

I Bibi Files e il testimone scomodo

Il 28 marzo Tucker Carlson ha pubblicato il Bibi Files: un documentario costruito su circa mille ore di interrogatori riservati di Benjamin Netanyahu, materiale che sarebbe stato estratto dagli archivi classificati israeliani attraverso canali ancora non identificati. Che il documento circoli, e che abbia spinto i servizi militari israeliani — secondo alcune fonti — a emettere una condanna a morte nei confronti di Carlson, indica che il contenuto è considerato esistenzialmente pericoloso da chi vi è esposto.

Il dato più rilevante che emerge non è un’accusa anonima. È la testimonianza diretta di Ami Ayalon, ex direttore dello Shin Bet — il servizio di sicurezza interna israeliano, il più vicino alle dinamiche politiche del potere. Ayalon afferma nel documentario che Netanyahu ha chiesto al Qatar di inviare miliardi di dollari in valigette agli estremisti di Gaza, con lo scopo esplicito di sabotare ogni prospettiva di accordo di pace. La dichiarazione di Miriam Adelson — miliardaria organicamente legata all’ecosistema Netanyahu — catturata negli interrogatori recita: “Se questo video viene pubblicato, sono morta.” Non è l’espressione di chi ha qualcosa di trascurabile da nascondere.

Distinguo con precisione: è documentato che il documentario esiste ed è stato pubblicato da Carlson. È documentata la figura di Ami Ayalon e il suo ruolo. Il contenuto specifico degli interrogatori, non avendo potuto visionare il materiale nella sua interezza, va trattato come plausibile ma non ancora verificato in modo indipendente. La distinzione è necessaria. E tuttavia la domanda che il documentario solleva ha un peso che prescinde dai dettagli: se un ex direttore dello Shin Bet — non un analista di parte, non un commentatore ostile, ma il capo di uno dei servizi di intelligence più rigorosi al mondo — afferma che Netanyahu ha deliberatamente finanziato Hamas via Qatar per impedire la pace, allora trent’anni di narrazione sul conflitto israelo-palestinese vanno riletti con un’ipotesi strutturalmente diversa.

Netanyahu ha dichiarato pubblicamente, in questi giorni, che non spetterà agli Stati Uniti decidere la fine della guerra. Sarà Israele a decidere. La frase va letta in parallelo con quello che emerge dai file: un sistema di potere che si è ritenuto a lungo autorizzato a dettare l’agenda regionale indipendentemente da Washington. Esattamente quello che Trump sta smontando, pezzo per pezzo.

La banca, il filo, Macron

Il 28 febbraio — lo stesso giorno in cui iniziavano le operazioni militari — la sede parigina della banca Edmond de Rothschild è stata perquisita nell’ambito di un’indagine del Parquet National Financier, la procura finanziaria francese che si occupa dei reati economici più complessi. L’obiettivo è Fabrice Aydan, diplomatico francese il cui nome compare nei documenti Epstein. Il Corriere del Ticino e l’AFP hanno riportato la notizia. In Italia, il silenzio è stato pressoché totale.

Non è un episodio isolato. Si inserisce in una catena documentata: Jack Lang dimissionato dall’Institut du Monde Arabe a febbraio 2026 con indagine PNF per riciclaggio aggravato; Peter Mandelson rimosso dalla posizione di ambasciatore britannico a Washington e arrestato dalla polizia britannica. Ogni volta che un nodo della rete Epstein viene toccato in Europa, emerge la stessa struttura: connessioni con il sistema bancario anglofrancese, accesso privilegiato a processi diplomatici riservati, e un archivio che vale come leva di controllo finché resta segreto. Non vale più.

La perquisizione di una banca che porta il nome Rothschild non è l’atto finale di questa storia. È il segnale che il perimetro dell’indagine si sta allargando verso il cuore del sistema finanziario che ha gestito, tra gli altri strumenti, l’archivio Epstein come meccanismo di coercizione politica. Macron, già in acque difficilissime sul piano interno, si trova con una voragine aperta ai suoi piedi. Non è un caso che abbia telefonato direttamente al presidente iraniano in questi giorni. Quando i tuoi margini di manovra si restringono, cerchi interlocutori alternativi. Anche questo è documentato.

Il collasso che non si racconta

C’è una dimensione del conflitto che la narrazione mainstream oscura sistematicamente: lo stato reale delle forze armate israeliane. I comandanti militari di Israele hanno dichiarato pubblicamente — e la fonte è la stampa israeliana, non certo ostile all’establishment — che il paese è al collasso su troppi fronti con troppo pochi uomini. Dai magazzini vengono estratti sistemi d’arma che hanno cinquanta o sessant’anni. La coscrizione obbligatoria incontra una resistenza crescente: chi può emigra, chi rimane lo fa sotto costrizione.

È plausibile — e coerente con i dati disponibili — che Trump abbia lasciato che Israele colpisse i vertici dei Pasdaran non per sostenere un’agenda israeliana, ma perché quella campagna serviva all’obiettivo americano di rendere praticabile la transizione post-teocratica in Iran. Il risultato è un Israele militarmente esausto, che ha alienato una quota crescente dell’opinione pubblica mondiale, e che si trova ora nella posizione di dover negoziare invece di dettare condizioni. Un alleato più mansueto. Un alleato, per la prima volta, gestibile.

Netanyahu voleva una guerra totale con l’Iran abbastanza grande da trascinare gli Stati Uniti in un impegno senza via d’uscita. Trump ha lasciato che Israele colpisse. Ma ha anche lasciato che l’Iran rispondesse. Il perimetro è rimasto sotto controllo. Il risultato è un Israele che ha bruciato la sua credibilità militare in cambio di obiettivi che qualcun altro ha scelto per lui.

Chi assicura il mondo

Chi vuole capire perché questa guerra stia avvenendo esattamente adesso deve smettere di guardare la cartina del Medio Oriente e cominciare a guardare i bilanci delle compagnie assicurative di Londra e le riserve valutarie di Pechino. Sono quelli i veri campi di battaglia.

La condizione che l’Iran ha dichiarato per il transito delle navi attraverso Hormuz è che le transazioni siano effettuate in yuan digitale. Non è una dichiarazione ideologica. È un cambio di infrastruttura valutaria in tempo reale. Ogni nave che transita in yuan è una pietra estratta dall’edificio del petrodollaro, una riduzione del volume delle transazioni che passa attraverso SWIFT, un’erosione dei premi assicurativi che i Lloyd’s di Londra riscuotono sul traffico globale. I Lloyd’s non sono un’assicurazione nel senso convenzionale: sono un mercato di syndicate che decidono autonomamente cosa assicurare e a quale prezzo. Quando dichiarano una rotta ad alto rischio, il premio può moltiplicarsi per centinaia. Quella differenza si trasferisce sul prezzo del carico, poi sul prodotto finito, poi sulle bollette. Chi specula sulla crisi di Hormuz non rischia il proprio patrimonio. Rischia il nostro.

Con lo scoppio delle ostilità, il dollaro si è apprezzato significativamente sull’euro. Un paradosso apparente: il prezzo dell’oro saliva in dollari — ma in euro scendeva. Per chi deteneva oro attraverso ETF e ETC europei, la guerra produceva una perdita contabile immediata. Il meccanismo è più rivelatore dell’asset stesso: questi fondi non detengono oro fisico. Detengono carta. E quando i mercati azionari hanno iniziato a cedere, le posizioni in futures aurei sono state liquidate d’urgenza per fare cassa — in alcune stime decine di tonnellate in una notte sola. La differenza tra chi possiede oro e chi possiede un documento che dice di possederlo non è mai stata così visibile.

Tra gli operatori finanziari a Londra circola, senza conferma verificabile, la voce che l’oro fisico custodito nelle caveau della Federal Reserve di Manhattan non sia più interamente lì. Fonte anonima, provenienza non identificabile: va trattata come tale. Ma il fatto stesso che questa voce circoli — e che chi la diffonde sappia che non verrà smentita con dati pubblici, perché la Fed non pubblica inventari verificabili — dice qualcosa sull’ecosistema di fiducia in cui questa crisi si svolge. Segui il denaro, diceva Falcone. Aggiungerei: e poi segui dove non riesci a seguirlo più.

Vale la pena ricordare che il progetto del canale Ben Gurion — una via d’acqua alternativa a Suez, più profonda, progettata attraverso il territorio israeliano — sarebbe rimasta sotto lo stesso controllo. Israele controlla le due sponde del canale di Suez attraverso la propria influenza sull’Egitto. Un secondo canale in territorio israeliano avrebbe replicato la struttura di dipendenza senza modificarla. La vera alternativa è la via terrestre: India, Iran, Azerbaijan, Turchia, Italia. Nessuna assicurazione londinese obbligatoria. Nessun obolo per il passaggio. È questa la rotta che fa paura.

BlackRock ha già attivato il gating sul fondo HPS dopo richieste di disinvestimento superiori a 1,2 miliardi di dollari. La DFC americana offre copertura assicurativa navale nel Golfo a prezzi di mercato reale — per la prima volta in tre secoli, concorrenza diretta ai Lloyd’s. Il prossimo governatore della Fed, Kevin Walsh, ha già chiarito la direzione: no alle valute digitali delle banche centrali, sì alle stable coin regolamentate, sì al Bitcoin come riserva di valore. Non sono dichiarazioni tecniche. Sono dichiarazioni politiche. E il sistema che le subisce lo sa benissimo.

La finestra di novembre

C’è una scadenza interna all’amministrazione Trump che i commentatori europei ignorano sistematicamente, preferendo leggere ogni mossa come improvvisazione o delirio: le elezioni di midterm, a novembre. Le aspettative della base MAGA sono enormi. E tra oggi e novembre può succedere di tutto — in un senso o nell’altro.

Ma il punto non è la scadenza elettorale in sé. È quello che quella scadenza rivela sull’architettura dell’agenda in corso. Un’amministrazione che si avvicina alle midterm non archivia i fascicoli più esplosivi e aspetta tempi migliori. Li usa. E il tavolo è molto più affollato di quanto la narrazione sulla guerra in Iran faccia sembrare.

Sul tavolo ci sono, simultaneamente: la riapertura del Russia Gate — non per riabilitare Trump, ma per stabilire chi aveva orchestrato quella costruzione e con quali strumenti istituzionali; il contenzioso aperto sulle elezioni del 2020, mai realmente chiuso sul piano giuridico e politico; la dedollarizzazione e i nuovi paradigmi finanziari, di cui la crisi di Hormuz è solo l’acceleratore più recente; le indagini sulle frodi finanziarie interne al sistema bancario e previdenziale americano, che procedono in silenzio sotto il livello del rumore mediatico; i file Epstein, la cui apertura parziale ha già innescato arresti e indagini in Europa e che non si sono esauriti; e — al limite estremo dello spettro — quello che negli ambienti più radicali dell’ecosistema MAGA viene chiamato “disclosure”: la liberazione di informazioni classificate su programmi di ricerca avanzata che le agenzie americane custodiscono da decenni.

Ognuna di queste partite è una carta. Alcune possono essere giocate, altre tenute come leva di pressione. Alcune potrebbero esplodere contro chi le ha in mano. L’errore di analisi è credere che la guerra in Iran esaurisca l’agenda — o che sia la partita principale. È uno dei tavoli. La finestra è stretta. E in una finestra stretta, il ritmo delle mosse accelera.

Il conglomerato finanziario che da oltre un secolo e mezzo gestisce le grandi transizioni di potere attraverso la City di Londra, i mercati assicurativi e il controllo delle rotte commerciali non è un’entità che si smonta con un decreto presidenziale. Si smonta erodendone le infrastrutture: il SWIFT, i Lloyd’s, il petrodollaro, l’archivio di ricatti che teneva in posizione i decisori europei. Trump sta operando su tutti questi livelli simultaneamente. La domanda che nessuno riesce ancora a rispondere è se stia smontando il sistema o semplicemente cambiandone i beneficiari.

L’Italia, Mattei, Moro e il bivio che si ripete

La delegazione italiana che ha negoziato forniture di petrolio con l’Iran fuori dal perimetro europeo, l’accordo ENI sui giacimenti venezuelani, il giacimento libico da 28 miliardi di metri cubi: non sono episodi separati. Sono segnali che il governo italiano sta cercando di operare in uno spazio che per decenni è stato interdetto — quello dell’autonomia energetica dalla catena di controllo anglofrancese. La posizione geografica italiana come terminale naturale del corridoio eurasiatico non è fantasia geopolitica. È la ragione per cui questo spazio è sempre stato interdetto.

Enrico Mattei fu eliminato nel 1962, subito dopo aver negoziato accordi con l’URSS e con i paesi produttori al di fuori del sistema delle sette sorelle. La ricostruzione giudiziaria ha confermato l’esplosivo nel relitto del suo aereo. Aldo Moro fu sequestrato e assassinato nel 1978 mentre costruiva un’apertura politica che avrebbe spostato l’Italia fuori dall’orbita in cui era stata collocata dopo Yalta. Le sue lettere dalla prigione restano uno dei documenti più scomodi della storia repubblicana. Due figure, due decenni diversi, un meccanismo identico: l’eliminazione di chi stava costruendo un’Italia troppo autonoma per i gusti di chi controllava i rubinetti.

Il pattern si ripete. La domanda è se chi governa oggi ha la consapevolezza storica per riconoscerlo — e, soprattutto, se ha la struttura di protezione necessaria per sopravvivere al tentativo di interromperlo.

Ma l’analisi onesta impone di tenere aperta anche la domanda scomoda. Chi prende il posto del vecchio sistema non è necessariamente migliore del vecchio sistema. World Liberty Financial — la holding Trump — emette una stable coin che genera circa un miliardo di dollari l’anno, il settantacinque per cento dei quali va direttamente alla famiglia. Peter Thiel — il fondatore di Palantir, l’uomo a cui Epstein scriveva nel 2014 analizzando il caos del Medio Oriente come strategia brillantemente eseguita — ha in cassaforte i dati di intelligence di tutti i paesi NATO. Il meccanismo del controllo sopravvive ai cambi di guardia finché non viene chiamato con il suo nome, indipendentemente da chi lo esercita.

Documentato, plausibile, ipotesi

È documentato: la mediazione di Ghalibaf attraverso emissari in Pakistan ed Egitto (Axios); l’offerta cinese del corridoio yuan a Hormuz (dichiarazioni di Wang Yi); la protezione russa di Bushehr (dichiarazioni del Cremlino); la perquisizione della banca Edmond de Rothschild a Parigi nell’ambito dell’indagine Epstein (AFP, Parquet National Financier); la pubblicazione del documentario Bibi Files da parte di Tucker Carlson; la testimonianza di Ami Ayalon sul finanziamento di Hamas via Qatar; il collasso militare israeliano dichiarato dai propri comandanti sulla stampa israeliana; la fuga di capitali dal fondo HPS di BlackRock; l’apprezzamento del dollaro sull’euro con effetto deflattivo sull’oro espresso in valuta europea; le liquidazioni forzate di posizioni in ETF e ETC aurei durante la crisi.

È plausibile: che la campagna contro i Pasdaran sia stata concordata tra Washington, Mosca e Pechino come condizione per la transizione iraniana; che Ghalibaf si stia posizionando come l’Atatürk iraniano — colui che trasforma la resa tattica in vittoria politica; che la perquisizione Rothschild sia il primo atto di un’azione più ampia contro il sistema bancario anglofrancese connesso alla rete Epstein; che l’amministrazione Trump stia usando la finestra pre-midterm per accelerare su tutti i fascicoli aperti — Epstein, Russia Gate, 2020, dedollarizzazione — in una strategia di pressione cumulativa che la cronaca quotidiana non riesce a leggere nel suo insieme.

Rimane ipotesi o voce non verificabile: la connessione causale diretta tra i finanziamenti Epstein e le specifiche scelte diplomatiche degli anni Novanta, inclusi gli accordi di Oslo; il contenuto integrale degli interrogatori Netanyahu, che non ho potuto verificare in modo indipendente; la voce circolante tra operatori finanziari a Londra secondo cui l’oro fisico non sia più interamente custodito nelle caveau della Federal Reserve di Manhattan — informazione anonima, non confermabile, ma il cui stesso circolare è un segnale da registrare.

Vent’anni dopo l’assassinio di Soleimani, il generale che disse di voler continuare il suo cammino sta trattando con l’uomo che aveva costruito la normalizzazione tra i paesi arabi e Israele. Ghalibaf e Kushner. Nella stessa stanza, in Pakistan o in Egitto, in questo momento.

Se questa non è la fine di un’epoca, le assomiglia in modo perturbante.

La domanda non è se il cambiamento stia avvenendo. È chi ne scriverà le regole. E se le regole nuove somiglieranno abbastanza a quelle vecchie da rendere il cambiamento, alla fine, irrilevante.

Fonti principali: Axios; AFP; Corriere del Ticino; Tucker Carlson Network (Bibi Files, marzo 2026); Parquet National Financier; dichiarazioni pubbliche di Wang Yi, Ami Ayalon, comandanti militari israeliani; World Liberty Financial filings; BlackRock HPS fund reports; EIA World Oil Transit Chokepoints H1 2025.

Le analisi contenute in questo articolo distinguono tra elementi documentati, ipotesi plausibili supportate da pattern storici verificabili, e speculazioni ancora prive di conferma definitiva. Il lettore è invitato a mantenere questa distinzione.

Stretto di Hormuz

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