
LA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA AMERICANA
250 anni dopo. Da Washington, a Lincoln, Kennedy, e infine a Trump.
San Pietroburgo, 5 giugno 2026. Sessione plenaria dello SPIEF, il Forum Economico Internazionale che la Russia tiene ogni anno come vetrina della propria proiezione verso il mondo non allineato. Centotrenta delegazioni in sala. Moderatrice, una giornalista indiana. Sul palco, Vladimir Putin. Tra il pubblico, un uomo che nessuno al Dipartimento di Stato americano dice di aver mandato.
Si chiama Rodney Mims Cook Jr. È il presidente della Commissione per le Belle Arti degli Stati Uniti, il funzionario che supervisiona il restauro dei monumenti di Washington: la grande vasca davanti al Lincoln Memorial, il monumento a Cristoforo Colombo alla Union Station, tutto ciò che l’ondata iconoclasta degli anni Biden aveva deturpato o cancellato. Non è un diplomatico. Non è un uomo dell’intelligence. È il custode della memoria nazionale americana.
Quando gli viene data la parola, Cook si alza e dice: “Presidente Putin, le porgo un caloroso saluto da parte del suo amico, il Presidente Trump”.
“Your friend.”
Putin risponde con una metafora da hockey: “Grazie per i saluti da Washington. Rimandate la шайба al Presidente Trump”. La шайба è il disco che si tira col bastone. Linguaggio confidenziale, da chi si conosce bene. Centotrenta delegazioni applaudono.
Interrogato il giorno stesso al Senato, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna delegazione ufficiale americana allo SPIEF. Cook è passato per canali che non transitano dal Foggy Bottom. Il Cremlino lo ha descritto come la prima delegazione ufficiale statunitense al forum “in anni”. Erano presenti anche Candace Owens e Steven Seagal, ma il segnale istituzionale è Cook: un funzionario federale nominato da Trump, autorizzato dall’organizzazione del forum e dal Dipartimento di Stato, eppure sconosciuto al capo della diplomazia americana.
Il messaggio è duplice. Trump manda a Putin non un negoziatore ma un restauratore di monumenti: la politica culturale interna e il riposizionamento geopolitico esterno sono la stessa operazione. E lo fa attraverso canali che aggirano la struttura diplomatica ufficiale, quella stessa struttura che per anni ha gestito l’ostilità verso Mosca come politica di default.
C’è un dettaglio di comunicazione che vale la pena annotare. Nei mesi precedenti allo SPIEF, Trump ha dedicato una serie insistita di post e meme sui social alla restaurazione fisica della capitale: i monumenti ripuliti, le fontane riaccese, l’acqua che torna a scorrere dove prima c’era incuria e degrado. Non è vanità estetica. È linguaggio simbolico, e chi segue la comunicazione di questa amministrazione lo riconosce. “Watch the water”, guarda l’acqua, era una delle frasi ricorrenti nei drop del fenomeno Q, la galassia di messaggi anonimi che tra il 2017 e il 2021 ha attraversato la base trumpiana come un codice parallelo alla comunicazione ufficiale.
Allora la frase era criptica.
Oggi ha assunto un significato visibile: l’acqua come indicatore di stato, come marker di verifica. Dove prima le fontane di Washington erano spente, ora splendono. Dove la grande vasca del Lincoln Memorial era una palude, ora è stata prosciugata e restaurata. Il prosciugamento della palude, “drain the swamp”, era lo slogan della prima campagna di Trump. Adesso è un fatto fisico, documentato in ogni meme presidenziale. L’acqua che scorre è il marcatore della discontinuità: dopo un anno di pulizie interne, ristrutturazioni degli apparati e nuove traiettorie politiche, la capitale riflette nei suoi spazi pubblici il cambiamento che l’amministrazione rivendica nelle sue strutture di potere.
Cook, l’uomo che supervisiona questa restaurazione, è lo stesso uomo che porta i saluti di Trump a Putin. Non è una coincidenza. È la stessa operazione vista da due angolazioni.
Non è un caso che nella comunicazione istituzionale e social dell’amministrazione, e dello stesso presidente, la figura di George Washington ricorra con una frequenza che trascende l’omaggio convenzionale al padre fondatore. I meme che ritraggono Trump nelle vesti di Washington, le citazioni iconografiche della guerra d’indipendenza, le immagini del generale che attraversa il Delaware riproposte in chiave contemporanea: non è nostalgia, è posizionamento. Trump sta dicendo al suo pubblico, e al mondo, che questa è la stessa guerra. È lo stesso Washington che nel Farewell Address del 1796, il discorso d’addio alla nazione, mise in guardia gli americani contro “le insidie dell’influenza straniera” come “uno dei nemici più funesti del governo repubblicano”, e contro le alleanze permanenti con le potenze europee. Stava descrivendo, con duecentotrent’anni di anticipo, esattamente il nemico che questa amministrazione sta combattendo. La prima indipendenza americana fu combattuta contro il dominio politico britannico che operava dall’esterno, con eserciti e tasse. La seconda, quella che il titolo di questo articolo nomina, si combatte contro un dominio finanziario angloeuropeo che opera dall’interno: infiltrato nelle agenzie di intelligence, nel sistema giudiziario, nell’accademia, nei media, nelle strutture stesse dello Stato federale. Washington combatteva lealisti e Tory che dalle colonie servivano la Corona. Trump smonta un apparato che dall’interno del governo serve gli stessi interessi finanziari che la Corona proteggeva duecentocinquant’anni fa.
La continuità non è retorica. È strutturale. Ed è per questo che l’uomo mandato a San Pietroburgo non è un diplomatico o un generale, ma il custode dei monumenti che quella prima indipendenza celebrano.
La parola che conta, però, è un’altra. Putin ha definito gli americani “partner” davanti a centotrenta paesi. Un uomo che pesa ogni sillaba in contesti pubblici con una precisione senza pari tra i leader contemporanei. Definire gli Stati Uniti “partner” allo SPIEF equivale a una dichiarazione di intenti che nella grammatica diplomatica russa vale più di un trattato. I trattati si possono rinnegare. Una parola pronunciata da Putin a San Pietroburgo, no.
Il tunnel della storia
Nel mezzo del forum, è comparso l’uomo che collega le parole ai fatti. Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo RDIF e negoziatore diretto di Putin con Washington, ha annunciato che il 5 giugno sarebbe stato firmato un accordo per continuare la progettazione di un tunnel sotto lo stretto di Bering, da collegare la Cukotka all’Alaska. “Il tunnel ci sarà”, ha detto a Zvezda TV. “Sarà uno dei grandi progetti infrastrutturali tra i nostri paesi.”
L’accordo è stato effettivamente firmato. Non con funzionari americani, va precisato, ma con una società di ingegneria per il proseguimento del lavoro di progettazione. Costo stimato: meno di otto miliardi di dollari. Tecnologia di riferimento: la Boring Company di Elon Musk, che si occupa esattamente di questo, scavare tunnel velocemente e a basso costo. Obiettivo dichiarato: completare la progettazione entro la fine del 2026. Dmitriev ha aggiunto che anche la Cina potrebbe unirsi al progetto.
Otto miliardi di dollari. Per un’infrastruttura che collegherebbe fisicamente il continente eurasiatico a quello americano. Per dare un ordine di grandezza: gli Stati Uniti hanno speso più di tremila miliardi nella guerra in Iraq e Afghanistan. Il rapporto tra le due cifre dice tutto quello che c’è da sapere sulle priorità del sistema che si sta smontando e di quello che sta nascendo.
Il calcolo non è solo economico. È geografico. Un tunnel sotto lo stretto di Bering, collegato alla Transiberiana da un lato e alla rete ferroviaria nordamericana dall’altro, significherebbe un treno da Lisbona a New York. Merci da Shanghai a Chicago senza una sola nave portacontainer, senza attraversare un solo collo di bottiglia marittimo. La fine di Suez, di Malacca, di Hormuz come leve di ricatto.
Non è un tunnel. È la cancellazione del vantaggio strutturale su cui la potenza marittima angloeuropea ha costruito tre secoli di dominio.
Nella stessa sessione, Putin ha dichiarato che il Nord Stream, il gasdotto che portava gas russo in Germania e che il sabotaggio del settembre 2022 aveva interrotto, può essere riparato e riattivato in ventiquattr’ore. “Basta spingere il bottone.” Dmitriev ha aggiunto che dalla Germania stanno già arrivando richieste informali per il ripristino delle forniture.
La dichiarazione è politica prima che tecnica: Putin sta dicendo all’Europa, davanti al mondo intero, che l’energia è disponibile, che il rubinetto non è stato chiuso dalla Russia, e che la soluzione è a portata di mano. È un’offerta che terrorizza Parigi e Londra non perché sia tecnicamente realizzabile in un giorno, ma perché è politicamente irresistibile per popolazioni che pagano bollette quadruplicate.
Infrastruttura energetica e infrastruttura di trasporto sono la stessa cosa: sono il sangue dell’economia reale. Bloccare l’una o l’altra è il metodo con cui si tiene un continente in ginocchio.
La genesi del progetto
L’idea di collegare l’Alaska alla Siberia non nasce con Dmitriev. Ha centotrentasei anni. E la sua storia è, a tutti gli effetti, la storia di un progetto che qualcuno non ha mai voluto far nascere.
Nel 1890, William Gilpin, primo governatore del Territorio del Colorado e uomo di Lincoln, pubblicò un libro intitolato The Cosmopolitan Railway: Compacting and Fusing Together All the World’s Continents. Era un progetto di ferrovia globale, con centro a Denver, che avrebbe collegato tutti i continenti attraverso un ponte sullo stretto di Bering. Gilpin scriveva che questa ferrovia avrebbe “forgiato un altro anello nella grande catena del progresso, unendo lentamente ma sicuramente in un’unica razza, un’unica lingua e un’unica fratellanza tutti i popoli della terra”. Linguaggio ottocentesco, visione che anticipa di un secolo la Belt and Road cinese.
Due anni dopo, nel 1892, uno studente di ingegneria all’Università di Cincinnati presentò la sua tesi di laurea: un progetto per un ponte ferroviario di ottanta chilometri attraverso lo stretto di Bering. Lo studente si chiamava Joseph Strauss. Non riuscì a costruire quel ponte. Ne costruì un altro, nel 1937: il Golden Gate Bridge di San Francisco. Nella sua carriera progettò oltre quattrocento ponti.
Quello sullo stretto di Bering non gli fu mai permesso di realizzarlo.
Il momento in cui il progetto si avvicinò di più alla realizzazione fu il 1905. Il barone francese Léon Loicq de Lobel presentò allo zar Nicola II una proposta per una ferrovia intercontinentale dal Capo Wales in Alaska al Capo Dezhnev in Siberia, collegata alla Transiberiana. Tracciato complessivo: cinquemila chilometri in territorio russo, tremila in Nord America. Concessione di novant’anni. Il New York Times titolò: “Lo Zar autorizza il sindacato americano ad avviare i lavori”. Nicola II diede l’approvazione provvisoria nel 1905, l’autorizzazione formale nell’agosto 1906.
Nel 1907 il progetto era morto. La rivoluzione russa del 1905 aveva destabilizzato l’impero. Il ministero russo ritirò il sostegno. Entro dieci anni, la Russia avrebbe attraversato altre rivoluzioni, una guerra mondiale, e la nascita dell’Unione Sovietica. Non ci fu mai più tempo, denaro, o volontà politica per il tunnel.
Ma il progetto non morì. A Potsdam, nel 1945, Stalin propose a Truman un tunnel o un ponte sullo stretto di Bering per collegare le reti ferroviarie dei due paesi. Truman rifiutò. La guerra fredda stava cominciando, e l’ultima cosa che gli architetti di quel nuovo ordine volevano era un collegamento fisico tra le due superpotenze.
Poi venne Kennedy.
Il Ponte della Pace
Nell’ottobre 2025, Dmitriev pubblicò su X un documento che descrisse come proveniente da un archivio moscovita dedicato al trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Si trattava di una proposta disegnata a mano per un progetto chiamato “Kennedy-Khrushchev World Peace Bridge”, un ponte della pace tra Unione Sovietica e Stati Uniti attraverso lo stretto di Bering. Le note manoscritte sul documento riportavano la formula: “at once”. Subito.
Il documento era contenuto in un dossier di informazioni relative a Kennedy conservato a Mosca. Dmitriev lo presentò come parte della storia lunga del progetto, citando esplicitamente il fatto che “anche ai tempi dello zar si discusse un progetto simile, fu discusso ai tempi di Stalin, fu discusso come ponte della pace tra Krusciov e Kennedy”.
Va detto con chiarezza: il documento è una dichiarazione pubblica di Dmitriev, non una fonte primaria verificata in modo indipendente. L’archivio moscovita non è stato aperto a ricercatori esterni, il documento non è stato autenticato da storici terzi. È plausibile che esista, coerente con il contesto storico, e presentato da un funzionario di alto livello in un contesto istituzionale. Ma resta, a oggi, una fonte singola.
Quello che non ha bisogno di documenti d’archivio è la cronologia.
Nel novembre del 1962, Enrico Mattei precipitò su Bascapè. Stava costruendo un modello energetico sovrano che sottraeva quote di rendita al sistema estrattivo anglofinanziario. Stava volando a Washington per incontrare Kennedy.
Nel novembre del 1963, Kennedy fu assassinato a Dallas. Stava perseguendo un programma che includeva la distensione con Mosca, il controllo sulla questione nucleare israeliana a Dimona, la riforma monetaria con l’ordine esecutivo 11110, e, se il documento di Dmitriev è autentico, la costruzione di un collegamento fisico tra i due continenti.
Un anno di distanza. Due uomini che costruivano. Lo stesso esito. Lo stesso pattern che la storia del collegamento Bering ripropone ad ogni stazione: ogni volta che qualcuno tenta di unire fisicamente ciò che la potenza marittima vuole diviso, il progetto viene interrotto. Le modalità cambiano. Il risultato no.
Adesso guardate il programma di Kennedy e mettetelo accanto a quello di Trump. La simmetria è quasi speculare.
Kennedy cercava la distensione con Mosca, il canale diretto con Krusciov che aggirasse gli apparati. Trump manda un funzionario delle Belle Arti a San Pietroburgo a portare i saluti del “suo amico” Putin, e il Segretario di Stato dice di non saperne nulla. Kennedy aveva firmato l’ordine esecutivo 11110, che autorizzava il Tesoro a emettere banconote garantite dall’argento, scavalcando il monopolio della Federal Reserve sull’emissione di moneta. Trump sta costruendo un’architettura monetaria post-Fed attraverso il GENIUS Act, il Clarity Act, la riserva strategica di Bitcoin, le stablecoin regolamentate e la nomina di Kevin Warsh alla guida della banca centrale: non un ordine esecutivo, ma un sistema intero progettato per sopravvivere a un singolo mandato. Kennedy pretendeva di ispezionare il reattore nucleare di Dimona, sfidando frontalmente la capacità atomica israeliana che nessun presidente americano aveva osato mettere in discussione. Trump sta disinnescando Israele come strumento della finanza angloeuropea attraverso il confronto aperto con Netanyahu, che in questi stessi giorni dichiara pubblicamente che “un primo ministro israeliano deve poter dire no al presidente degli Stati Uniti”. Kennedy voleva il Ponte della Pace sullo stretto di Bering. Trump ha Dmitriev che firma un accordo di progettazione per il tunnel.
Lo stesso programma. Punto per punto.
Distensione con la Russia. Sovranità monetaria. Confronto con Israele. Collegamento fisico tra i continenti. E, su tutto, lo scontro con gli apparati di sicurezza nazionale che Kennedy non riuscì a vincere e che Trump sta smontando pezzo per pezzo, dal DOJ all’FBI alla CIA, con una sistematicità che Kennedy non ebbe il tempo di costruire.
La differenza è una sola, ed è la differenza che conta.
Kennedy era solo. Non aveva un Putin dall’altra parte dello stretto. Non aveva uno Xi Jinping che garantisse la stabilità del Pacifico. Non aveva centotrenta paesi riuniti in una sala ad applaudire il progetto. Aveva un canale personale con Krusciov, fragile, esposto, privo di struttura istituzionale. Quando lo eliminarono, il canale si chiuse e il Ponte della Pace scomparve in un archivio.
Trump ha ciò che Kennedy non aveva: alleati alla stessa altezza, un’architettura economica alternativa già in costruzione, e un apparato avversario che questa volta non opera dall’ombra ma è costretto a combattere alla luce del sole. Anche contro Trump ci sono stati attentati, documentati, multipli. La differenza è che il sistema che li produce è oggi identificato, sotto inchiesta, e in fase di smontaggio. Non è più l’ombra che inghiotte. È un meccanismo esposto, che si difende con sempre meno strumenti.
Il Ponte della Pace di Kennedy fu sepolto con lui. Il tunnel di Trump e Putin ha un accordo di progettazione firmato, una tecnologia disponibile, un costo irrisorio e centotrenta paesi testimoni.
È la stessa partita con un finale diverso.
Il meccanismo
Il pattern non è una teoria. È una sequenza documentata. Gilpin 1890: il progetto resta sulla carta. Loicq de Lobel e Nicola II, 1905-1906: approvazione imperiale, poi rivoluzione e ritiro. Stalin e Truman, 1945: proposta respinta alla soglia della guerra fredda. Kennedy e Krusciov, 1963: il ponte della pace, poi l’assassinio. Dmitriev e il “Putin-Trump Tunnel”, 2025-2026: l’annuncio, l’accordo di progettazione, e una partita ancora aperta.
La costante è strutturale, non cospiratoria. Chi controlla le rotte marittime ha un interesse vitale a impedire che le rotte terrestri le rendano irrilevanti. È la stessa logica che nel 1914 fece saltare il progetto della ferrovia Berlino-Bagdad: un collegamento ferroviario che avrebbe spaccato in due l’impero britannico, separando la componente indiana da quella egiziana, rendendo inutile il controllo di Suez. I funzionari del Foreign Office dell’epoca lo scrissero in chiaro nei loro rapporti: se la ferrovia arriva a Bagdad, l’impero è finito. Servì una guerra mondiale per fermarla. Un’intera generazione di giovani europei mandata al massacro.
Il meccanismo ha una genealogia più antica dello stretto di Bering. La rivoluzione americana fu, nella sua essenza, una rivolta contro il monopolio commerciale della Compagnia delle Indie Orientali, il braccio armato privato della finanza della City di Londra che aveva saccheggiato l’India, imposto la guerra dell’oppio alla Cina, e che la corona britannica intendeva impiantare nelle colonie americane. Il primo atto della rivoluzione, il Tea Party di Boston, fu diretto esattamente contro le merci di quella compagnia. E la coalizione che permise a tredici colonie con capacità militare prossima allo zero di sconfiggere l’impero più grande del mondo includeva, al vertice, la Russia di Caterina II, che con la Lega della Neutralità Armata garantì protezione navale ai coloni contro la flotta britannica.
L’alleanza russo-americana non nasce con Trump e Putin.
Ha duecentocinquant’anni. E ogni volta che si è riaffacciata, il sistema finanziario marittimo ha trovato il modo di interromperla.
Lincoln lo dimostrò ottant’anni dopo Washington. Durante la Guerra Civile, il presidente emise i Greenback, banconote governative a corso legale che scavalcavano il sistema bancario privato per finanziare lo sforzo bellico dell’Unione. È lo stesso gesto di sovranità monetaria che Kennedy avrebbe ripetuto con l’ordine esecutivo 11110 e che Trump sta sistematizzando con l’architettura post-Fed. La reazione della City di Londra fu immediata: la finanza britannica sostenne la Confederazione, e Francia e Gran Bretagna valutarono apertamente l’intervento militare a fianco del Sud. Lo zar Alessandro II rispose esattamente come Caterina II aveva risposto ottant’anni prima: mandò la flotta del Baltico a New York e la flotta del Pacifico a San Francisco, in una proiezione di forza che rese impensabile l’intervento anglo-francese. Lincoln vinse la guerra. Cinque giorni dopo la resa confederata, fu assassinato. I Greenback furono ritirati.
Washington, Lincoln, Kennedy. Tre presidenti che sfidarono lo stesso sistema finanziario. Tutti e tre eliminati o, nel caso di Washington, messi in guardia per il resto della vita contro la vendetta europea. La linea che arriva a Trump attraversa duecentocinquant’anni di storia americana, e ad ogni stazione il copione è lo stesso: sovranità monetaria, alleanza con la Russia, ritorsione.
Lo stesso meccanismo opera in forme diverse. Quando non è un’infrastruttura fisica a dover essere bloccata, è un modello di sviluppo economico. Lo Shah d’Iran, dopo la Rivoluzione Bianca del 1963 che portava suffragio femminile, riforma agraria e programma nucleare, commise l’errore di dichiarare in un’intervista a 60 Minutes che la lobby israeliana controllava troppi media e troppe banche negli Stati Uniti. Da quel momento la sua parabola cominciò a scendere. Ruhollah Khomeini rientrò a Teheran nel febbraio 1979 da Nofle-le-Château, a venti chilometri da Parigi. Su un aereo Air France. La BBC aveva diffuso i suoi discorsi in Iran con una continuità che nessuna struttura clandestina avrebbe potuto eguagliare. Il programma nucleare fu sospeso. Lo sviluppo economico si fermò. L’Iran divenne ciò che serviva al sistema: un nemico permanente di Israele, una struttura ideologica feudale incapace di sviluppo, un’eterna fonte di instabilità regionale utile al divide et impera britannico in Medio Oriente.
Lo stesso schema si applica alla creazione dell’estremismo islamico come strumento geopolitico. Bernard Lewis, studioso del Medio Oriente e consulente dei servizi britannici, dedicò la sua carriera accademica a teorizzare lo “scontro di civiltà” e a individuare, coltivare e promuovere figure che servissero quella narrazione. Il risultato fu un Medio Oriente in cui due forze, il sionismo e l’islamismo radicale, si contendono lo stesso territorio in una guerra permanente che non deve mai finire, perché la sua funzione non è la vittoria di una parte sull’altra ma il mantenimento dell’instabilità che impedisce qualsiasi sviluppo.
Questo è il mondo che il tunnel sotto lo stretto di Bering è progettato per smontare. Non perché ottanta chilometri di galleria cambino gli equilibri militari, ma perché il collegamento fisico tra i continenti è il simbolo e lo strumento di un ordine fondato sull’economia reale anziché sulla rendita finanziaria, sullo sviluppo anziché sul saccheggio, sulla connessione anziché sulla divisione.
La traiettoria
Lo SPIEF del giugno 2026 non è un evento isolato. È una stazione di una sequenza che ha accelerato nei mesi precedenti e che punta verso una riconfigurazione dell’ordine mondiale di cui il tunnel è solo l’emblema più visibile.
La sequenza ha una logica interna. Il recupero dell’uranio iraniano e la neutralizzazione del programma nucleare di Teheran eliminano il pretesto che ha tenuto il Medio Oriente in stato di guerra permanente per quarant’anni. La stabilizzazione della regione passa per il disinnesco simultaneo di Israele come strumento della finanza angloeuropea e dell’Iran come sua immagine speculare: due strutture create per combattersi all’infinito, entrambe in via di ristrutturazione forzata.
L’offerta di sviluppo economico che Trump fa all’Iran, la stessa che Mossadegh inseguiva nel 1951 e che gli costò il colpo di stato, è il segnale che il ciclo può chiudersi: non con la vittoria di una parte, ma con la fine del gioco che le teneva entrambe prigioniere.
Sul fronte interno americano, la pulizia delle ramificazioni del deep state dentro l’amministrazione e la società procede su più assi: il fronte giudiziario con la ristrutturazione del DOJ e dell’FBI, il fronte dell’intelligence con la sostituzione alla DNI, il fronte della disclosure con l’apertura progressiva dei dossier storicamente protetti, da Epstein a MK Ultra a JFK. Ogni fascicolo che esce sposta il perimetro di ciò che si può dire pubblicamente, e dunque sposta chi può ancora difendere posizioni costruite sul silenzio precedente. L’istituzionalizzazione di questo processo, la sua trasformazione da iniziativa presidenziale a meccanismo strutturale che sopravviva a un singolo mandato, è la vera partita interna.
La traiettoria di queste indagini punta verso il nodo che le tiene insieme: gli otto anni della presidenza Obama, in cui l’apparato di sicurezza nazionale fu trasformato da strumento dello Stato a strumento di parte, e l’infiltrazione della finanza angloeuropea nelle istituzioni americane raggiunse la sua espressione più compiuta.
Il punto di arrivo dichiarato è un mondo multipolare. Non l’uso retorico del termine che si sente ripetere nei convegni, ma una struttura concreta in cui cinque leader, di cui tre guide, Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, ridefiniscono le regole del commercio, dell’energia e della finanza fuori dal controllo dell’asse angloeuropeo che le ha dettate per tre secoli.
Putin ha usato la parola “partner” per descrivere gli americani. Dmitriev ha firmato un accordo di progettazione per un tunnel che Lincoln, Nicola II, Stalin e Kennedy hanno tentato invano di costruire. Il Segretario di Stato americano ha dichiarato di non saperne nulla. A Downing Street, quattro leader europei discutevano di come fermare la marea.
Nel 1905, il New York Times scrisse che il tunnel sotto lo stretto di Bering era “pratico quanto un piano per colonizzare la faccia nascosta della luna”.
Sessant’anni dopo, l’uomo che voleva costruire il Ponte della Pace fu assassinato.
Sessant’anni dopo ancora, il disco è tornato al centro del campo.
Centotrenta paesi hanno visto il tiro.
A Downing Street, erano in quattro…. UK, Francia, Germania ed Ucraina.
Q, Trump e la guerra silenziosa per il mondo
di Enrico Magnani
Quello che hai appena letto è un dettaglio. Un frammento osservato da vicino, con la precisione che il singolo evento richiede. Ma ogni frammento appartiene a un’architettura più grande, e quell’architettura ha bisogno di lenti che nessun singolo articolo può costruire da solo.
Questo libro è quelle lenti. La prima analisi in lingua italiana del corpus Q condotta su fonti primarie, con rigore documentale e tre livelli epistemici dichiarati, fuori dalla lente deformante di un’etichetta, «QAnon», costruita apposta per chiudere la discussione prima che iniziasse.
La conclusione spetta al lettore.
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