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L’elezione di Zohran Mamdani a New York

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Zoran Mamdani
Novembre 7, 2025

L’elezione di Zohran Mamdani a New York

La storia del momento, il volto nuovo della politica americana, svolta a sinistra…. Così viene presentata l’elezione del nuovo sindaco di New York City. È la storia di Zohran Mamdani, trentaquattrenne musulmano socialista, all’apparenza pubblica, critico verso Israele e pro-palestinese, di origini indo-africane, appena eletto sindaco di New York con una vittoria definita schiacciante. Per alcuni è il nuovo eroe pronto a difendere i lavoratori schiacciati dal capitalismo finanziario. Per altri è l’ennesimo burattino nelle mani dell’immortale George Soros, o meglio, di suo figlio Alex. Ma la verità, come sempre, è molto più complessa di quanto sembri.

Una vittoria storica nella capitale del capitalismo

L’elezione di Mamdani a sindaco di New York rappresenta un fatto assolutamente rilevante non solo per la politica americana, ma per tutto l’Occidente. Le elezioni del 2025 nella Grande Mela sono state caratterizzate da un’affluenza altissima, la più alta dal 1969, elemento di rottura rispetto all’astensionismo crescente che caratterizza tutte le democrazie occidentali.

Mamdani ha conquistato oltre il 50% dei voti, infliggendo ai suoi competitori una sconfitta bruciante: quasi 10 punti sopra Cuomo, il candidato dell’establishment democratico che si era presentato come indipendente dopo la sconfitta alle primarie, e addirittura 43 punti di vantaggio rispetto al candidato repubblicano Sliwa.

Questi numeri rendono giustizia anche delle accuse rivolte a Sliwa, che era stato accusato di rischiare di portare alla vittoria Mamdani e aveva ricevuto forti pressioni per ritirarsi e dare il suo endorsement a Cuomo. I dati dimostrano che anche se lo avesse fatto non sarebbe bastato: i due sommati avrebbero raggiunto il 47% contro l’oltre 50% del neosindaco. I voti ottenuti da Mamdani equivalgono grosso modo alla somma dei voti di tutti i candidati nelle elezioni a sindaco del 2021.

Ma c’è un però, rispetto a quello che viene raccontato in questi giorni: se si vanno a confrontare le elezioni odierne dello stesso Mamdani con le presidenziali del 2024, prendendo in considerazione il solo Stato di New York, appurato come roccaforte elettorale democratica, vediamo che il dato sull’affluenza segna 2 milioni di voti contro i 3,1 milioni di voti delle presidenziali, che sappiamo essere sempre più coinvolgenti per gli elettori. In oltre, mentre Kamala Harris aveva ottenuto 2 milioni di voti mentre Donald Trump arrivava quasi al milione di voti; Mamdani ha ricevuto appena 1 milione di voti, strappando l’elezione con circa il 50% dei voti. 

Siamo sicuri che questa sia davvero una vittoria per il mondo democratico americano e non solo, così come viene sbandierato?

La questione israeliana

C’è un secondo elemento di straordinaria rilevanza: New York è la seconda maggiore città per popolazione ebraica dopo Tel Aviv. Nella metropoli israeliana vivono oltre 3 milioni di persone, mentre la popolazione ebraica di New York supera i 2,1 milioni. Mai nessun candidato è stato così critico nei confronti di Israele e così favorevole ai diritti dei palestinesi quanto Mamdani.

È diventato virale il video della campagna elettorale in cui a tutti i candidati veniva chiesto quale sarebbe stato il primo viaggio una volta eletti sindaco di New York. Tutti, come un solo uomo, hanno risposto che sarebbero andati in Israele. L’unico a dire “io invece rimarrò a New York a occuparmi dei problemi dei newyorkesi e non degli israeliani” è stato Mamdani.

Nella stessa intervista televisiva ha affermato che Israele dovrebbe essere uno stato con pari diritti per tutti e quindi non uno stato ebraico, il che inevitabilmente porta a una supremazia di una religione o di un’etnia rispetto alle altre.

L’AIPAC (la potente lobby sionista pro-Israele) ha attaccato duramente Mamdani, accusandolo di antisemitismo e addirittura di contiguità con il terrorismo islamico.

Inoltre abbiamo visto durante la campagna elettorale la partecipazione di Mamdani ad alcuni eventi pubblici con i rabbini newyorkesi che sono stati tra i primi a complimentarsi con lui per il risultato elettorale.

Il genocidio e i crimini commessi da Israele a Gaza hanno scavato un solco duraturo, particolarmente evidente nelle giovani generazioni ma ormai trasversale. Le élite sioniste sono consapevoli che non possono più finanziare, sostenere e proteggere in ogni modo quella linea politica nella narrativa pubblica. Possiamo supporre che  Mamdani sia un ennesimo gate-keeper del mondo sionista?

E questo è significativo – Mamdani è stato votato dal 43% degli ebrei di New York, che sono circa 2 milioni. Quasi la metà ha votato per lui. Molti sono ebrei antisionisti, ovviamente, ma il dato resta impressionante.

Emerge un candidato islamico a New York proprio nel momento in cui l’élite sionista ha molto da ridire su come Trump sta difendendo Israele. Trump non è visto così benevolmente dall’élite del popolo israeliano come viene percepito dalla controinformazione italiana.mAvere una controparte formata da frontman islamici e socialisti potrebbe, paradossalmente, far dormire Trump con sogni tranquilli.

La foto che dice tutto

C’è un’immagine che è diventata virale e che racchiude tutta l’ambiguità di questa vicenda. Alex Soros, figlio del magnate George ed erede spirituale della Open Society Foundation, ha pubblicato su X (ex Twitter) una foto in cui si congratula con il neo-sindaco. “Il sogno americano continua. Sono orgoglioso di essere newyorkese”, ha scritto Soros.

Ma è il dettaglio della foto che ha scatenato le interpretazioni più diverse. Mamdani posa una mano sulla spalla di Soros, evocando un gesto che nella storia recente ha assunto significati ben precisi. Lo stesso gesto di diversi presidenti degli Stati Uniti verso i loro omologhi di nazioni più piccole. Solo Raul Castro osò ribellarsi al tentativo di “presa” di Barack Obama, riaffermando così la sovranità di Cuba.

Il gesto della mano sulla spalla, apparentemente affettuoso, è considerato da molti un simbolo di ostilità e dominio. Chi arriva a toccare l’area vicino alla testa di un’altra persona è potenzialmente in grado di neutralizzarla, se dotato di adeguata preparazione tecnica. Ma nella foto è Mamdani a mettere la mano sulla spalla di Soros, non viceversa. È un dettaglio insignificante o un messaggio in codice?

Trump e Mamdani: opposti che si toccano

New York è la città natale di Donald Trump ed è anche, in una certa misura, il suo specchio. Trump è stato per moltissimo tempo non soltanto un’icona, ma una sorta di simbolo newyorkese. Ora uno dei personaggi più lontani da Trump sotto certi aspetti, ma anche non così lontano sotto altri, diventa sindaco della sua città.

La vittoria di Mamdani è, da un lato, una reazione alla presidenza di Donald Trump, percepita da molti americani come eccessivamente dirigista e autoritaria. Le dichiarazioni del presidente sul privare New York dei fondi federali in caso di vittoria di Mamdani ne sono un esempio.

Ma c’è una profonda linea di continuità tra i due. Se consideriamo la critica radicale che i popoli occidentali stanno facendo attraverso le elezioni al capitalismo neoliberista, notiamo che esiste una sorta di opposti che si toccano.

Donald Trump ha mandato in soffitta la globalizzazione e il free trade, che stavano portando a un arricchimento mai visto della Cina e di altri paesi asiatici emergenti, colpendo la crescita e la capacità di innovazione delle aziende occidentali. Trump è stato il primo e unico tra i repubblicani a mettere in discussione i dogmi della globalizzazione, dei costi comparati di Ricardo e del libero commercio. La sua vittoria rappresenta la critica delle classi abbienti, degli industriali e della classe media rispetto all’arretramento industriale causato dalla globalizzazione.

Mamdani rappresenta l’altro aspetto dello stesso fenomeno: l’impoverimento dei lavoratori. La globalizzazione neoliberista non ha solo portato alla chiusura e al trasferimento di industrie dalla classe occidentale alla Cina, all’India o al Sud del mondo, ma ha causato anche un drammatico calo nelle condizioni di vita della maggioranza dei cittadini. In una città come New York, considerando il costo delle case, degli affitti e dei servizi, una parte considerevolissima della cittadinanza è stata tagliata fuori da condizioni di vita dignitose.

C’è un dettaglio che non può sfuggire a chi conosce la politica americana. Trump, molto intelligentemente, non ha partecipato direttamente alle elezioni. E quando ha deciso di dare l’appoggio a Cuomo (l’altro candidato democratico, figlio di un ex governatore e nemico storico di Trump), lo ha fatto in un momento e in un modo molto particolare.

In una città come New York, quando Trump dice “voglio questo”, tutti i suoi avversari per riflesso condizionato dicono “no, noi vogliamo quell’altro”. È la politica che si fa con queste dinamiche, con queste logiche. Niccolò Machiavelli insegnava che il bravo principe è colui che sa controllare i suoi avversari facendo il leone (arrogante, re della giungla) ma anche facendo la volpe (astuto, calcolatore).

Trump ha saputo alternare nella campagna elettorale di New York sia il leone che la volpe per far eleggere, in una città simbolica e mediatica, un candidato che rappresenta esattamente ciò che l’America profonda detesta. Perché, ricordiamocelo: l’America non è New York. 

Gli americani che non hanno votato per Mamdani guarderanno con ancora più disprezzo la leadership politica del Partito Democratico, quel globalismo e quelle visioni metropolitane da cui la pancia profonda dell’America è istintivamente lontana.

Chi è davvero Mamdani?

Ecco il punto cruciale: fino a una settimana prima dell’elezione, Mamdani era un perfetto sconosciuto in Italia. Ma soprattutto era un perfetto signor nessuno anche negli Stati Uniti, anche a New York. Stiamo parlando di un personaggio che fino a 6 mesi fa nessuno conosceva. Il suo curriculum vitae parla chiaro: un politico senza alcuna esperienza significativa.

La madre è Mira Nair, regista molto famosa (autrice di “Salaam Bombay” e altri importanti film, candidata agli Oscar). Il padre è un professore importantissimo della Columbia University. Mamdani non è il figlio dell’immigrato, come hanno voluto dipingerlo. È un membro dell’élite, cresciuto in una famiglia non solo danarosa ma anche di altissimo livello intellettuale.

Potete immaginare chi abbia frequentato quella casa? Grandi intellettuali, grandi politici, grandi registi. La sua formazione è una formazione d’élite. Il padre, tra l’altro, è da sempre marxista. Quindi la formazione anticapitalista è autentica, ma è una formazione marxista d’élite.

La solita operazione Soros, costata alcuni milioni di dollari, ha creato una bolla mediatica che è riuscita a vincere questa elezione. Numerosi media americani hanno documentato il flusso di denaro che ha reso possibile tutto questo arrivando a coinvolgere, guardavano, Obama, che pubblicamente in campagna elettorale ha offerto i suoi servizi e le sue consulenze  come tutor al futuro sindaco.

In oltre, non dimentichiamo i trascorsi artistici del neo-sindaco Mamdani, fino a poco tempo fà rapper e ballerino. Diventano quindi inquietanti i parallelismi con un famoso comico italiano supportato dalla famiglia Sasson, o con Volodymyr Zelensky, diventato famoso prima che come presidente ucraino, come attore che suonava il piano con i genitali in prima serata sulla tv nazionale. I precedenti fanno davvero riflettere sulla direzione che ha intrapreso New York City.

Le promesse: tutto gratis per tutti

A New York si respira un clima da delirio collettivo. È stata fatta diventare una notizia clamorosa, epocale, il fatto che un sindaco democratico abbia vinto le elezioni strappando la città a un altro sindaco democratico (che peraltro aveva avuto problemi e aveva rinunciato al secondo mandato).

Il fatto che a New York vinca un democratico è una non-notizia. Ma il fatto che questo signore spunti dal nulla, abbia 34 anni e fino a 6 mesi fa non lo conosceva nessuno, trova spiegazione in quella foto con Soros.

E poi ci sono le promesse. Mamdani ha proposto tutto gratis per tutti: autobus più veloci, più puliti e gratuiti. Asili nido gratuiti. Case gratuite. Fermi gli affitti. Aumento del salario minimo a 30 dollari l’ora (che significherebbe 240 dollari al giorno, circa 5-6.000 dollari al mese anche per chi lava i piatti o pulisce gli ospedali).

Siamo nella città più iconica del capitalismo mondiale. Ed è un signore che non ha speso una parola sul degrado e sulla sicurezza, in una città dove gli amici ti dicono “stai attento ad andare in giro la sera, guardati le spalle”. C’è un clima assolutamente folle.

È più PIL per tutti, come dicevano a Napoli. È la scarpa di Achille Lauro nel dopoguerra: ti do una scarpa destra e, se mi eleggi, ti darò anche la sinistra. È populismo allo stato puro. E meno male che questo sarebbe il marxista.

Altra emergenza che Mamdani ha tracciato: la costruzione di nuove moschee. Da un lato questo signore è portavoce dei valori dell’Islam, che sono piuttosto rigidi e li conosciamo. Dall’altro, New York è la città iconica del Gay Pride. Come si risolverà questo cortocircuito? Al primo Gay Pride ci sarà da ridere. Dove si metterà il sindaco Mamdani?

Socialismo finanziario: l’ossimoro perfetto

Non si diventa sindaci a New York, dove c’è la sede di Wall Street, senza una certa acquiescenza da parte delle élite finanziarie. Più che di socialismo, stiamo parlando di socialismo finanziario: utilizzare la manipolazione del denaro a vantaggio delle solite cricche.

Poi è chiaro, si fa anche un po’ di populismo a basso costo. Ma con personaggi di questo tipo, dopo un po’ si vedrà che le promesse non saranno soddisfatte, che l’ordine pubblico sarà in difficoltà. L’operaio che lavora e ha i suoi problemi, come potrà sentirsi sicuro con un sindaco di questo tipo?

Sull’appoggio dei Soros basterebbe questo, senza neanche sapere chi è Mamdani, perché è veramente la pietra tombale. La famiglia Soros ha appoggiato tutto ciò che di negativo esiste nel mondo. Se avessimo bisogno di una conferma, basta vedere la fotografia con Alex Soros.

Il globalismo sta crollando. Gli esempi di malgoverno sono sotto gli occhi di tutti. New York governata sempre da democratici è il simbolo del degrado urbano americano. Eleggere un sindaco che promette tutto gratis mentre la città sprofonda nell’insicurezza è l’ultima, disperata carta del progressismo radical.

Trump, intanto, può stappare una bottiglia di champagne. Ha un avversario perfetto: abbastanza radicale da spaventare l’America moderata, abbastanza legato a Soros da essere tossico per l’opinione pubblica, abbastanza inesperto da commettere errori su errori.

La vera domanda non è se Mamdani sia un burattino. La vera domanda è: di chi è davvero il burattino? Di Soros che pensa di controllarlo, o di Trump che lo ha fatto eleggere sapendo che sarebbe stato il miglior regalo per i repubblicani?

Come diceva Machiavelli, la politica è l’arte dell’inganno. E in questo gioco di specchi, forse l’unico che sta ridendo è proprio colui che tutti pensano stia perdendo.

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