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Trump e il grande gioco mediorientale: come l’America ed il popolo di Gaza potrebbero uscirne vincitori?

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Trump e Netanyahu
Settembre 30, 2025

Trump e il grande gioco mediorientale: come l’America ed il popolo di Gaza potrebbero uscirne vincitori?

L’annuncio di Donald Trump su un possibile accordo di pace in Medio Oriente è stato accolto con scetticismo: manca ancora il via libera di Hamas e molti dettagli sono nebulosi. Eppure, al di là dei toni roboanti che lo contraddistinguono, il piano rappresenta una . Non solo perché promette di porre fine a decenni di guerra, ma perché segna il momento in cui gli Stati Uniti — sotto la guida di un presidente spesso accusato di essere filoisraeliano — hanno rotto gli indugi e imposto una soluzione che scontenta proprio il loro alleato storico. Una mossa che, se portata a termine, dimostrerebbe come l’America abbia finalmente scelto di liberarsi dal giogo delle lobby sioniste e di agire nel proprio interesse strategico, anche a costo di apparire caotica e contraddittoria.


Trump, l’outsider che disinnesca il conflitto dall’interno

Per anni, la politica americana in Medio Oriente è stata ostaggio di un paradosso: gli USA finanziano e proteggono Israele, ma ne pagano il prezzo in termini di isolamento internazionale, instabilità regionale e risorse sprecate in guerre infinite. Trump, con il suo stile spregiudicato e apparentemente imprevedibile, ha sfruttato questa crisi per capovolgere il tavolo. Il suo piano di pace non è solo un tentativo di mediazione, ma una manovra geopolitica per riprendere il controllo di una regione che sfuggiva da troppo tempo alle regole di Washington.

Il documento, in 20 punti, è una bomba ad orologeria per Israele:

  • Hamas deve cedere le armi e il potere, sostituito da un Consiglio per la pace presieduto dallo stesso Trump e composto da tecnici palestinesi, arabi e internazionali. Un organo che, con il supporto di figure come Tony Blair (uomo di fiducia delle petromonarchie), garantirebbe la ricostruzione di Gaza sotto il controllo di attori esterni a Tel Aviv.
  • Nessuna annessione, nessuna espulsione di massa: la Cisgiordania e Gaza verrebbero riunite sotto un’autorità palestinese riformata, con investimenti internazionali e una zona economica speciale. In pratica, la fine del sogno della “Grande Israele”.
  • Forze internazionali — inclusi paesi arabi — pattuglieranno Gaza, imponendo a Israele una presenza straniera nei territori occupati: un’umiliazione per uno Stato abituato a fare e disfare a suo piacimento.

Perché Israele ha detto sì? Perché non aveva scelta

Netanyahu ha accettato il piano solo perché non poteva permettersi di rifiutare. Dopo anni in cui ha sfruttato l’appoggio incondizionato degli USA per portare avanti la colonizzazione e la repressione dei palestinesi, si è trovato di fronte a un muro:

  • Il mondo è cambiato: Cina, Russia, India, Turchia e Brasile spingono per uno Stato palestinese. Anche l’Europa, sotto pressione dell’opinione pubblica, ha iniziato a distanziarsi.
  • L’America non è più disposta a pagare il conto: i costi economici e politici del sostegno a Israele sono diventati insostenibili. La base di Trump, soprattutto i giovani, non tollera più la complicità con quello che viene percepito come un genocidio.
  • Israele è solo: senza il sostegno degli USA, è un piccolo Stato circondato da nemici, dipendente militarmente ed economicamente da Washington.

Trump ha capito che l’egemonia americana in Medio Oriente passava per la fine del ricatto sionista. Ha così giocato d’anticipo, presentando un piano che, pur salvando la faccia a Israele, ne smantella le ambizioni espansionistiche. Una mossa da realpolitiker, non da idealista: il caos apparente nasconde una strategia precisa.


Il genio (o il bluff) di Trump: creare confusione per imporre l’ordine

Il presidente americano sa che il vero nemico della pace non è Hamas, ma la fronda oltranzista israeliana — quella di ministri come Smotrich, che hanno costruito la loro carriera sulla distruzione di ogni prospettiva palestinese. Per questo ha scelto di:

  1. Mettere Israele con le spalle al muro, costringendolo ad accettare condizioni impensabili fino a pochi mesi fa.
  2. Coinvolgere gli arabi, trasformandoli da spettatori a protagonisti della stabilizzazione della regione.
  3. Usare Hamas come leva: se l’organizzazione rifiuterà, sarà Israele a doverne pagare il prezzo diplomatico. Se accetterà, Tel Aviv dovrà rinunciare ai suoi piani di annessione.

Anche le , emerse sulla stampa, potrebbero essere funzionali a questa strategia: se il piano fallisse per colpa di estremisti israeliani o di sabotaggi esterni (come quelli della “flottiglia di Greta” e del “fronte Sorosiano”), la responsabilità ricadrà su chi ha ostacolato la pace, non su chi l’ha proposta.


E se funzionasse? Il Nobel a Trump e la fine di un’epoca

Se l’accordo dovesse reggere, il risultato sarebbe storico:

  • Israele perderebbe il suo status di Stato intoccabile, costretto a negoziare come un attore qualsiasi.
  • Gli USA recupererebbero credibilità in Medio Oriente, riavvicinandosi ai paesi arabi e ridimensionando il ruolo di potenze rivali come Cina e Russia.
  • Trump entrerebbe nella storia non come il presidente filoisraeliano, ma come colui che ha liberato l’America dal ricatto sionista, aprendo la strada a una pace che tuteli gli interessi americani, non quelli di una lobby.

Certo, i rischi sono altissimi: Hamas potrebbe tirarsi indietro, Israele potrebbe sabotare l’accordo, gli estremisti di entrambi gli schieramenti potrebbero far deragliare tutto. Ma per la prima volta, è l’America a dettare le regole, non Israele. E questo, più di ogni altro dettaglio, spiega perché il piano di Trump — pur tra le contraddizioni — potrebbe davvero cambiare la storia.


Domanda finale: Se Trump riuscisse nell’intento, sarebbe la dimostrazione che

Netanyahu alla Casa Bianca

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