
UN MASTINO ALLA GUIDA DELL’INTELLIGENCE
Il mastino Bill Pulte alla guida dell’Intelligence Americana, la logica degli avvicendamenti e la demolizione controllata del vecchio sistema, attualmente in atto.
“Nobody needs to tell me how important 702 is.” Nessuno deve dirmi quanto sia importante la 702. A pronunciare la frase, il 5 giugno 2026, è il senatore Mark Warner, vicepresidente della commissione intelligence del Senato americano, l’uomo che per anni ha costruito il consenso bipartisan sulla sorveglianza senza mandato. La frase prosegue con un “ma” che vale più del resto: “ma non posso chiedere ai democratici di riautorizzare un programma di sorveglianza quando chi lo supervisiona ha la storia di weaponizzare le informazioni riservate del governo contro i nemici politici del presidente.”
Warner stava parlando di Bill Pulte.
Due giorni prima, il 3 giugno, il presidente Trump aveva annunciato su Truth Social la nomina di Pulte come direttore ad interim dell’intelligence nazionale, in sostituzione di Tulsi Gabbard, dimissionaria per una rara malattia del marito. La reazione bipartisan è stata immediata e trasversale: un ex capo stazione CIA ha detto a CNBC che la scelta è “emblematica del fatto che Trump non ha alcun rispetto né bisogno del ruolo di DNI.”
Il leader della maggioranza Thune è rimasto gelido. Il presidente della commissione intelligence Cotton ha evitato la domanda.
Poi Warner ha fatto la mossa che nessuno si aspettava. Ha portato i democratici a votare contro l’estensione della Sezione 702 della FISA, l’autorità di intercettazione senza mandato che il Senato stesso definisce il programma più importante per la sicurezza nazionale americana. Lo ha fatto sapendo che i repubblicani non hanno i numeri per riautorizzarla da soli.
Lo ha fatto, in sostanza, minacciando di spegnere la macchina di sorveglianza piuttosto che lasciarla nelle mani di un estraneo.
Chi segue queste pagine riconosce la traiettoria. Ne “L’alba del nuovo mondo” avevamo osservato la settimana di Pechino come una sequenza compressa di firme convergenti: Sarmat, Warsh, Clarity Act, Xi-Trump, Putin. Ne “L’uranio iraniano” avevamo seguito il filo che connette il grand jury di Fort Pierce, il dossier nucleare e la forensic isotopica come possibile strumento di documentazione storica di un’epoca ed eventualmente un nuovo.
Bill Pulte è il pezzo che connette quei due articoli.
Lo schema si ripete
L’avvicendamento Gabbard-Pulte alla DNI replica con precisione lo schema che l’amministrazione Trump ha già eseguito al Dipartimento di Giustizia con la transizione Bondi-Blanche. Ma non è nemmeno la prima volta alla DNI: nel febbraio 2020, durante il primo mandato, Trump nominò Rick Grenell come acting DNI senza passare per il Senato, provocando le stesse reazioni bipartisan. Grenell servì da apripista per la conferma successiva di John Ratcliffe come direttore permanente.
Tre volte sullo stesso schema non è più un metodo. È una dottrina.
In entrambi i casi, la prima figura è quella che può superare lo sbarramento congressuale. Pam Bondi è stata confermata dal Senato come attorney general. Tulsi Gabbard è stata confermata come direttore dell’intelligence nazionale con cinquantasei voti a favore e quarantatré contrari, tre democratici a suo favore. Sono profili accettabili per l’establishment, anche se con riserve: Bondi è una procuratrice di carriera con radici nel partito, Gabbard è un’ex deputata democratica con esperienza militare e credenziali bipartisan.
Entrambe hanno esaurito una funzione specifica. Bondi ha aperto il Weaponization Working Group (il gruppo di lavoro sulla strumentalizzazione politica del governo), ha avviato il fascicolo Epstein quanto bastava per rendere impossibile chiuderlo, ha emesso la direttiva per il grand jury di Fort Pierce. Gabbard ha ristrutturato l’ODNI con un taglio del quaranta per cento del personale (la cosiddetta “ODNI 2.0”), ha declassificato i documenti sul Russiagate, ha tenuto la conferenza stampa del 23 luglio 2025 che ha messo il nome di Obama al centro dell’accusa, ha eseguito personalmente l’operazione al centro elettorale di Fulton County, ha trasmesso il referral penale al DOJ.
Ma la ristrutturazione di Gabbard non è stata solo un taglio. È stata una centralizzazione. Il National Intelligence Council si riunisce ora nella sede dell’ODNI per discutere la pianificazione strategica a lungo termine della comunità dell’intelligence. Il Presidential Daily Briefing, il documento più riservato del governo americano, è stato spostato fisicamente presso la sede dell’ODNI e si tiene di persona, non più via documento. L’ODNI è diventata più compatta, più focalizzata, con un canale diretto verso il presidente. Chi ha festeggiato le dimissioni di Gabbard non ha capito la sequenza: lei ha costruito l’arma, Pulte la impugna.
Poi, in entrambi i casi, la prima figura esce. Bondi con un comunicato presidenziale che la definisce “grande patriota” e le annuncia un nuovo incarico. Gabbard con le dimissioni per ragioni familiari. E in entrambi i casi, al suo posto non arriva il vice naturale. Al DOJ, non subentra il deputy attorney general: arriva Todd Blanche, l’avvocato personale di Trump, come acting. All’ODNI, non subentra il principal deputy Aaron Lukas, già annunciato dallo stesso Trump dodici giorni prima: arriva Bill Pulte, il direttore dell’agenzia federale dei mutui, nominato ad interim senza vaglio del Senato.
Lo schema ha una logica precisa. Il Senato conferma chi può confermare. Poi il presidente installa chi vuole davvero, senza chiedere il permesso. E il meccanismo dell’“acting” gli garantisce duecentodieci giorni di operatività senza che il Congresso possa intervenire.
Per chi legge questo pattern come caos istituzionale, la domanda è: perché si ripete?
Una volta è un incidente. Due volte è un metodo. Tre volte è una dottrina.
E il metodo racconta qualcosa che la narrazione politica americana non ama ammettere: che il presidente degli Stati Uniti non ha l’appoggio dell’establishment di Washington, indipendentemente dal fatto che sia democratico o repubblicano. Lo sbarramento del Senato non è un’opposizione di parte. È un’opposizione di sistema. E Trump ha trovato il modo di aggirarlo.
Il profilo
Bill Pulte ha trentotto anni, una laurea a Northwestern, l’eredità della PulteGroup, una delle più grandi imprese edili americane, e nessuna esperienza di intelligence. È direttore della Federal Housing Finance Agency dal marzo 2025. Supervisiona Fannie Mae e Freddie Mac, che garantiscono oltre dieci trilioni di dollari di mutui americani.
C’è un dettaglio che molti commentatori trascurano: PulteGroup è una società del Fortune 500, tra le sette più grandi imprese di edilizia residenziale al mondo. Pulte ha ricchezza generazionale. Non ha bisogno della carriera politica per il proprio sostentamento, non ha bisogno di un futuro nel settore privato, non ha punti di pressione finanziaria. Non lo compri, non lo ricatti con la prospettiva di tornare nel giro. È un mastino che non ha bisogno del padrone per mangiare. E questo lo rende, per l’apparato, più pericoloso di Gabbard.
Il profilo è interessante non per quello che sa dell’intelligence, ma per quello che ha dimostrato di saper fare senza averne gli strumenti convenzionali.
Dall’FHFA, senza distintivo, senza un grand jury, senza procuratori propri, con la sola autorità di esaminare i registri ipotecari, Pulte ha deferito per frode la governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, il senatore Adam Schiff, l’attorney general di New York Letitia James, il deputato Eric Swalwell. Quattro referral penali al DOJ contro quattro figure politiche, tutte avversarie di Trump. Il GAO ha aperto un’indagine sulla procedura. Swalwell ha fatto causa all’FHFA per violazione del Privacy Act. Il DOJ stesso ha indagato se Pulte e l’US pardon attorney Ed Martin abbiano coinvolto persone non autorizzate nelle indagini, potenzialmente compromettendole.
I risultati processuali, a oggi, sono modesti. L’accusa a James è stata archiviata da un giudice federale. Schiff non è stato incriminato. Ma il punto non è il risultato. È la postura. Pulte ha dimostrato che con l’accesso a un database istituzionale e la volontà di usarlo, si può mettere sotto pressione qualsiasi avversario politico del presidente. NPR lo definisce “a reliable attack dog,” un mastino affidabile. La senatrice Elizabeth Warren dice che Pulte ha “abusato della propria autorità” all’FHFA e che Trump sta “premiando il suo lacché con una postazione al vertice dell’intelligence.”
Ora quello stesso uomo ha le chiavi dell’intera comunità dell’intelligence americana, con alle spalle il Dipartimento di Giustizia di Todd Blanche e un grand jury già operativo a Fort Pierce.
Trump stesso ha detto che la nomina non sarà permanente. Non ha bisogno che lo sia. Duecentodieci giorni bastano.
Demolizione controllata del sistema
Il dato più rivelatore non è la nomina. È la reazione. E la reazione è esattamente quella che ci si poteva aspettare.
Mark Warner non è un senatore qualunque. È il vicepresidente della commissione intelligence, l’architetto del compromesso bipartisan sulla FISA, l’uomo che per anni ha garantito che i democratici votassero a favore della sorveglianza senza mandato in nome della sicurezza nazionale.
Quando Warner blocca la 702, non sta facendo ostruzionismo. Sta facendo esattamente ciò che Trump sapeva avrebbe fatto.
Punchbowl News ha riportato che Warner ha chiesto personalmente al leader della maggioranza Thune di usare la sua influenza per far ritirare la nomina. Schumer ha detto privatamente ai senatori che la nomina rende impossibile il passaggio della FISA. Poi i democratici hanno votato, e la 702 è stata bloccata.
Warner stesso, dopo il voto, ha dichiarato a The Hill: “I’m more concerned about the overall threat to national security and the abuse of power than I am about the specific abuse of 702.” Sono più preoccupato per la minaccia complessiva alla sicurezza nazionale e per l’abuso di potere che per l’abuso specifico della 702. La frase va letta due volte, perché dice più di quanto Warner intenda.
La Sezione 702 è l’autorità di intercettazione senza mandato che ha permesso all’apparato di intelligence di sorvegliare gli americani per un decennio. È lo strumento con cui Crossfire Hurricane è stato costruito, con cui i mandati FISA su Carter Page sono stati ottenuti, con cui la macchina del Russiagate ha girato. È, in sintesi, l’infrastruttura portante della sorveglianza che è stata usata contro Trump.
Ora i democratici la stanno smontando con le proprie mani.
Non per riformarla. Non per sostituirla con qualcosa di migliore. Per impedire che cada nelle mani di un estraneo. Credono di togliere un’arma al presidente. In realtà stanno demolendo la macchina che ha operato contro di lui per dieci anni.
È difficile non leggervi una demolizione controllata. Trump nomina un uomo che sa essere inaccettabile per il Senato. Il Senato reagisce bloccando la 702. La 702 scade. L’infrastruttura di sorveglianza senza mandato che il deep state ha usato come arma politica viene disattivata non da un ordine esecutivo contestabile in tribunale, ma dal voto degli stessi senatori che l’hanno protetta per anni. Il risultato che Trump non avrebbe potuto ottenere per via legislativa senza pagare un costo politico enorme, lo ottiene per via indiretta, facendo leva sulla paura dell’avversario.
E intanto Pulte è al vertice dell’ODNI, con o senza la 702. Ha il grand jury di Fort Pierce, ha il DOJ di Blanche, ha i database dell’intelligence, ha l’ODNI ristrutturata da Gabbard con il canale diretto verso il presidente. La 702 non gli serviva. Serviva a loro.
Questa non è una reazione di panico. È una provocazione calcolata che produce esattamente il risultato voluto. E i democratici, convinti di aver tolto un’arma al presidente, si ritrovano ad aver disarmato se stessi.
Il terreno si muove
Il cerchio di protezione senatoriale si assottiglia anche sul fronte elettorale.
Il 16 maggio, Bill Cassidy, uno dei sette repubblicani che votarono la condanna di Trump dopo il 6 gennaio, è arrivato terzo nella primaria in Louisiana con il 24,8 per cento. Non ha raggiunto il ballottaggio. Julia Letlow, candidata di Trump, ha preso il 44,8. È il primo senatore repubblicano a perdere la rinomina in quasi un decennio. Il discorso di Cassidy nella sconfitta conteneva una riga che merita annotazione: “Il nostro paese non riguarda un singolo individuo. Riguarda il benessere di tutti gli americani e la nostra Costituzione.” È la frase di chi ha perso e sa perché.
Il 26 maggio, Ken Paxton ha battuto John Cornyn al ballottaggio in Texas. I gruppi satellite pro-Cornyn avevano speso circa sessanta milioni di dollari. Paxton ne aveva raccolti sei. Rapporto dieci a uno. Cornyn era al Senato da ventiquattro anni, aveva ricoperto posizioni di leadership, era considerato una colonna dell’establishment. Ha perso contro un attorney general sotto impeachment, divorziato, con una lista di controversie che in qualsiasi ciclo politico normale lo avrebbe affondato. Ma Paxton aveva l’endorsement di Trump, arrivato una settimana prima del voto, ed è bastato.
Due risultati. Due stati diversi. Lo stesso messaggio: i soldi non funzionano più. Il Senato che per un decennio ha protetto l’apparato di intelligence dal controllo politico si ritrova senza scudo elettorale.
Il registro che nessuno legge
C’è un ulteriore livello di questo profilo che merita di essere registrato, e che la stampa mainstream non tocca perché non sa come classificarlo.
Ne “L’alba del nuovo mondo” avevamo notato come la comunicazione presidenziale su Truth Social utilizzi sistematicamente il lessico, il registro e i riferimenti di quel corpus di comunicazione politica che il sistema mediatico liquida come “QAnon” e che l’analisi sociologica tratta come fenomeno di costruzione narrativa parallela. La distinzione fra Q come corpus testuale archiviato e “QAnon” come etichetta delegittimante non è un cavillo: è la differenza fra un oggetto di analisi e un’arma retorica.
Bill Pulte si inserisce in questa linea.
Il suo account verificato su X presenta una serie di post che, per chi conosce il registro, non lasciano margini di ambiguità. Il 25 ottobre 2024 pubblica un post con una sola parola: “Qulte”, fusione del proprio cognome con la lettera Q. Il 20 dicembre 2023 posta la domanda: “Do you trust The Plan?”, vi fidate del Piano?, formula riconoscibile per chiunque abbia studiato il fenomeno Q. L’8 luglio 2022 scrive: “Trust the plan & RC $GME”, fidatevi del piano, combinando il lessico Q con il riferimento a GameStop. E il 12 dicembre 2024, esattamente sei anni dopo il Q drop numero 2597, pubblica il logo Q con il proprio marchio stilistico. Il drop originale, datato 12 dicembre 2018, recitava: “Confirmed. ‘O’ made into ‘Q’. More to find over time. Happy Hunting!” Confermato. La “O” è diventata “Q”. Altro da scoprire col tempo. Buona caccia.
Non è un caso isolato nell’amministrazione. Michael Flynn ha usato pubblicamente la formula “WWG1WGA,” acronimo di “Where We Go One, We Go All” (dove va uno, andiamo tutti). Kash Patel ha fatto riferimenti analoghi e ripetuti. La rete di alti funzionari che comunicano in questo registro è documentabile, e si estende dal consigliere per la sicurezza nazionale al direttore dell’FBI, fino al nuovo capo dell’intelligence.
Come per i post Truth del presidente, il punto analitico non è la verità o falsità dei contenuti predittivi di quel corpus. È la presenza, verificabile e sistematica, di un linguaggio condiviso fra figure di vertice dell’amministrazione americana e una base elettorale specifica, un linguaggio che funziona come strumento di legittimazione interna delle scelte strategiche in corso.
È comunicazione politica operativa, non folclore digitale.
Un analista che la ignora perché il mainstream la cataloga come delirio sta scegliendo di non vedere una parte significativa della realtà che pretende di descrivere.
Il possibile approdo
Dove porta tutto questo?
Il grand jury di Fort Pierce è operativo dal gennaio 2026, sotto la giurisdizione della giudice Aileen Cannon. La procura ha emesso mandati di comparizione a John Brennan, James Clapper, Peter Strzok, Lisa Page, James Comey. La teoria processuale è “grand conspiracy”, cospirazione ad ampio raggio: il tipo di imputazione che nel diritto federale americano non ha prescrizione. La direttiva è partita dal DOJ di Bondi nell’agosto 2025, dopo il referral penale di Gabbard.
C’è un punto giuridico che circola negli ambienti vicini all’amministrazione e che ha una logica interna precisa. Dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2017, Obama si è trasferito nella residenza di Kalorama, a Washington. Da quella villa, secondo la ricostruzione oggi al centro dell’attenzione del grand jury, ha continuato a coordinare operazioni con Susan Rice, Valerie Jarrett, James Comey: le stesse persone che compaiono nei documenti declassificati da Gabbard. La sentenza della
Corte Suprema Trump v. United States del 2024 ha rafforzato l’immunità presidenziale per gli atti ufficiali, ma non copre le azioni compiute da privato cittadino. Tutto ciò che è accaduto dopo il 20 gennaio 2017, ogni coordinamento, ogni direttiva, ogni partecipazione a un’operazione contro Trump, ricade fuori dallo scudo dell’immunità. E il grand jury di Fort Pierce sta guardando esattamente quel periodo.
Ora al vertice dell’intelligence siede un uomo che ha dimostrato, dall’FHFA, la capacità e la volontà di trasformare dati istituzionali in strumenti legali contro gli avversari del presidente. Al DOJ siede l’avvocato personale di Trump. Alla Fed siede il governatore che l’amministrazione voleva. Al Senato, i custodi dell’apparato perdono le primarie e non riescono nemmeno a riautorizzare la propria macchina di sorveglianza.
La geometria è leggibile. Anche se non è un piano coordinato dimostrato: è una sequenza di avvicendamenti che producono, cumulativamente, lo stesso effetto di un piano.
Esecuzione sincronizzata, se può piacere di più.
La domanda che resta
“I think he does have qualifications, actually, because he’s smart,” ha detto Trump di Pulte. “I wasn’t greatly experienced in national security, and I think I’ve done a really great job with it.” Penso che in realtà abbia le qualifiche, perché è intelligente. Io non avevo grande esperienza nella sicurezza nazionale, e penso di aver fatto un ottimo lavoro.
La frase dice più di quanto sembri. Non è una difesa di Pulte. È una ridefinizione del ruolo: il DNI non serve per l’esperienza in intelligence. Serve per ciò che si è disposti a fare con il potere che la posizione conferisce.
E serve, forse soprattutto, per la reazione che la nomina provoca.
Warner ha spento la 702 credendo di togliere un’arma a Trump.
Ha tolto un’arma a se stesso.
La domanda è se, nei duecentodieci giorni che ha davanti, l’uomo senza distintivo troverà nei cassetti dell’intelligence ciò che ha trovato nei registri dei mutui.
E cosa succederà dopo.










