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PERCHÉ L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE NON NE PARLA?

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La mia domanda
Settembre 15, 2026

PERCHÉ L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE NON NE PARLA?

L’attacco a Boris Johnson, ventidue anni di programmazione e i limiti dell’informazione indipendente italiana comparando con l’affaire Dialog

La notizia l’hanno data tutti. Boris Johnson su un treno in Ucraina, un drone russo che colpisce la locomotiva del convoglio successivo alla stazione di Yahodyn, a due chilometri dal confine polacco. 

Boris Johnson Just The News

Nessuna vittima. Il treno diplomatico era partito in anticipo, quindici minuti prima dell’impatto. Johnson ha dichiarato di non capire «quale logica distorta» abbia spinto Putin a bombardare una locomotiva ferma. Carl Bildt, ex primo ministro svedese, ha pubblicato il video su X. David Petraeus, ex direttore della CIA, era su un treno separato fermo nella stessa stazione al momento dell’esplosione.

Il mainstream ha raccontato la cronaca. La controinformazione italiana ha ripreso la cronaca aggiungendo il sottotesto del complotto, dell’attentato sfiorato, del messaggio muscolare di Mosca. 

Boris Johnson news

Tutti hanno trovato il proprio angolo. Nessuno ha fatto la domanda che serviva.

Perché Boris Johnson era in Ucraina?

La conferenza che nessuno ha nominato

Johnson, Bildt, Petraeus, Jonathan Powell (consigliere per la sicurezza nazionale britannico), Günter Sautter (consigliere politica estera di Merz), Aleksander Kwaśniewski (ex presidente polacco), consiglieri per la sicurezza di Francia e di altri paesi europei, e un rappresentante italiano, Fabrizio Saggio. 

Non erano in Ucraina per una visita di solidarietà. Erano a Kiev per partecipare al ventiduesimo meeting annuale della Yalta European Strategy, noto con l’acronimo YES.

Nessun media italiano, né mainstream né indipendente, ha riportato questo dato. 

Il nome YES non è comparso nei titoli, nei sottopancia, nelle analisi da salotto. L’attacco al treno è stato trattato come un fatto isolato, un episodio di guerra. Eppure è il contesto che trasforma la cronaca in analisi, e l’analisi in comprensione.

Che cos’è la Yalta European Strategy

Lo YES è stato fondato nel luglio 2004 da Victor Pinchuk, oligarca ucraino, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma. Il primo meeting si tenne al Palazzo di Livadia, in Crimea. La scelta della sede non era casuale: è lo stesso palazzo in cui nel febbraio 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin ridisegnarono l’Europa del dopoguerra. Dividere il continente, allora. Riunirlo sotto il paradigma atlantico, oggi. Il luogo è la dichiarazione d’intenti.

Il profilo di Pinchuk racconta più di qualsiasi statuto. 

Secondo il Wall Street Journal, Pinchuk è stato il più grande donatore individuale della Clinton Foundation, con almeno 8,6 milioni di dollari tra il 2009 e il 2013, cifra che altre fonti alzano fino a 25 milioni. È stato il maggior donatore anche della Tony Blair Foundation. Siede nell’advisory board dell’Atlantic Council, il think tank allineato alla NATO che ha poi stretto una partnership con Burisma Holdings, la società energetica ucraina il cui consiglio di amministrazione ha incluso Hunter Biden. Possiede tre canali televisivi ucraini con una copertura del 22 per cento della popolazione.

Ogni singolo legame punta nella stessa direzione. Clinton, Blair, Atlantic Council, Burisma: sono i nodi di quello che in questa sede chiamiamo il primo ecosistema, l’architettura unipolare a trazione anglosassone costruita negli ultimi trent’anni di egemonia finanziaria, militare e mediatica. È la vecchia Amerika con la K, per usare una formula che aiuta a distinguerla dall’America che sta emergendo. Pinchuk non è un filantropo che organizza conferenze. È un operatore di quell’ecosistema, e lo YES è una delle sue piattaforme.

La lista dei partecipanti alle edizioni precedenti conferma la mappatura: Hillary Clinton, Tony Blair, Bill Clinton, Condoleezza Rice, David Cameron, John Kerry, Shimon Peres, Radosław Sikorski, Fareed Zakaria, Francis Fukuyama, Niall Ferguson, Eric Schmidt, Yuval Harari. Non c’è un solo nome che appartenga al secondo ecosistema. Non un solo nome del fronte che sta lavorando allo smontaggio dell’architettura unipolare. Lo YES è descritto dai suoi stessi promotori come «la più grande istituzione di diplomazia pubblica dell’Europa orientale». 

La traduzione operativa è più precisa: è la piattaforma permanente attraverso cui il primo ecosistema ha programmato il posizionamento dell’Ucraina come frontiera della NATO e dell’Unione Europea contro la Russia.

Ventidue anni non sono una reazione

Il dato più significativo non è chi partecipa. È la continuità.

Ventidue meeting annuali significano che la piattaforma è attiva dal 2004, lo stesso anno della Rivoluzione Arancione. Non è nata come risposta all’operazione militare russa del 2022. Non è nata come risposta alla crisi del 2014. È coeva alle prime operazioni di destabilizzazione dell’Ucraina, quelle che Victoria Nuland avrebbe gestito dall’ambasciata americana a Kiev. Ventidue anni di programmazione continua, ininterrotta, con partecipanti di livello strategico che ruotano tra ex capi di stato, ex direttori CIA, consiglieri di sicurezza nazionale, vertici militari NATO.

Questo cambia la natura della lettura. Le provocazioni ucraine verso la Federazione Russa, la progressiva espansione della NATO verso est, il sabotaggio sistematico di ogni tavolo negoziale non sono stati improvvisazioni di Zelensky o incidenti di percorso. Sono stati il prodotto di un’architettura ventennale, guidata dall’esterno, con piattaforme dedicate, fondata e finanziata da un oligarca con legami documentati con i Clinton, i Blair e l’Atlantic Council. Portata avanti nonostante, e forse proprio a causa, degli avvertimenti ripetuti del Presidente Putin, dal discorso di Monaco del 2007 alla crisi del Donbass del 2014.

Lo YES è il documento di continuità di quella programmazione. La conferenza è la prova che il conflitto non è scoppiato. È stato costruito.

«Peace through strength»: le stesse parole, il significato opposto

Il titolo del ventiduesimo meeting è «Peace Through Strength NOW!». Fermiamoci su queste quattro parole.

«Peace through strength» è lo slogan che Donald Trump ha usato sistematicamente nell’ultimo anno per sintetizzare la propria dottrina: negoziare da posizione di forza per chiudere i conflitti, non per perpetuarli. Lo YES adotta le stesse identiche parole con il significato opposto: forza come precondizione per continuare la pressione sulla Russia, non per aprire un tavolo. L’aggiunta del «NOW!» rende esplicita l’urgenza: agire adesso, prima che la finestra della guerra si chiuda per effetto della diplomazia Trump.

Trump mission peace

Non è una coincidenza lessicale. È un sequestro. Il primo ecosistema prende il claim comunicativo del presidente che sta smontando la sua architettura e lo svuota del contenuto negoziale per riempirlo del proprio. 

È guerra cognitiva nella sua forma più raffinata: non contraddire l’avversario, ma indossarne il linguaggio cambiandone la direzione. Chi legge «Peace Through Strength» pensa a Trump. 

Chi partecipa alla conferenza lavora contro Trump. La stessa parola, «pace», significa due cose incompatibili a seconda di chi la pronuncia.

Il messaggio che nessuno ha letto

Torniamo al treno. 

La ricostruzione dice che il convoglio diplomatico è partito in anticipo dalla stazione di Yahodyn. Quindici minuti dopo, un drone di precisione ha colpito la locomotiva del treno successivo, fermo nella stessa stazione. Due chilometri dal confine polacco. Nessuna vittima. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la Russia colpisce obiettivi di trasporto militare in territorio ucraino e continuerà a farlo.

Chi legge la cronaca vede un attentato mancato. Chi legge il contesto vede un messaggio calibrato. La locomotiva, non il convoglio. Dopo la discesa dei passeggeri, non durante il viaggio. In territorio ucraino, non polacco. Il destinatario non è Johnson personalmente. Il destinatario è l’intera infrastruttura YES: la classe dirigente europea e britannica che attraversa l’Ucraina come fosse un proprio territorio, organizzando conferenze sulla guerra in una capitale in guerra.

E poi c’è il dato che completa il quadro: il silenzio americano. Nessuna protesta formale da Washington. Nessuna escalation retorica. In qualsiasi altro contesto NATO, un incidente a due chilometri dal confine polacco che coinvolge un ex primo ministro britannico e un ex direttore CIA avrebbe prodotto una reazione istituzionale automatica. Non è successo.

Il target psicologico era il gruppo europeo e britannico, non americano. Il silenzio di Washington non è omissione. È la seconda metà del messaggio. Se lo si legge nel quadro dei due ecosistemi, il senso si chiarisce: la Russia ha parlato, l’America di Trump ha taciuto, e le due cose insieme dicono la stessa cosa. La stagione in cui il primo ecosistema attraversa l’Ucraina come fosse casa propria è chiusa. Su fronti opposti, con linguaggi diversi, con strumenti incomparabili, Trump e Putin convergono su un punto: chi programma la guerra non gode più dell’impunità logistica che aveva fino a ieri.

Lo specchio dell’informazione indipendente

E qui arriviamo al punto che questo articolo vuole sollevare. Perché non è solo un articolo sullo YES. È un articolo su come l’informazione indipendente italiana stia fallendo esattamente nella funzione che dichiara di svolgere.

Dialog

Poche settimane fa, i circuiti della controinformazione italiana hanno dedicato ore di trasmissione a Dialog, il forum fondato da Peter Thiel e Auren Hoffman. Lo hanno presentato come il «nuovo Bilderberg», la «nuova élite», la cabina di regia che sostituisce il World Economic Forum. Un framing sensazionalistico che mancava il punto. Dialog, come ho argomentato nell’analisi della settimana, non è un’élite sostitutiva. È una camera di compensazione: un punto di incontro strutturato tra livelli diversi dell’apparato sovranazionale, tech, militare, finanziario, politico, che già si conoscono e hanno bisogno di un formato di dialogo. 

Dialog

L’etimologia stessa del nome dichiara la funzione. Uno dei tanti tavoli, non il tavolo.

Lo stesso schema si ripete ora con il treno di Johnson. La notizia è stata trattata come cronaca isolata: un drone, un treno, un quasi-attentato, lo sdegno di Johnson, il video di Bildt. Nessuno ha chiesto perché quei nomi fossero tutti insieme su quel treno. Nessuno ha nominato lo YES. Nessuno ha collegato il titolo della conferenza allo slogan di Trump. 

Nessuno ha calcolato che ventidue meeting significano ventidue anni di architettura. 

Nessuno ha letto il silenzio americano.

La domanda che ne segue è scomoda ma necessaria: incompetenti o volutamente reticenti?

Se incompetenti, il problema è di metodo. L’informazione indipendente italiana tende a reagire alla notizia invece di analizzarla, a cercare il nemico unico invece di mappare le reti, a sensazionalizzare il frammento invece di ricostruire la struttura. Il «nuovo Bilderberg» fa audience. La camera di compensazione richiede studio. Il treno colpito fa indignazione. Lo YES richiede vent’anni di contesto.

Se volutamente reticenti, il problema è più grave. Significa che una parte dell’informazione che si definisce alternativa svolge la stessa funzione del mainstream che dichiara di contrastare: selezionare cosa far vedere e cosa nascondere, orientare l’attenzione verso il dettaglio e lontano dalla struttura. Con costumi diversi e la stessa logica.

In entrambi i casi, il risultato operativo è identico: chi segue solo quei canali arriva alla conclusione che quello che sta accadendo è caotico, frammentario, privo di disegno. E se è privo di disegno, non si analizza. Ci si arrende alla narrazione disponibile, qualunque essa sia.

Torniamo alla domanda iniziale

Victor Pinchuk ha fondato lo YES nel luglio 2004, lo stesso mese in cui l’Ucraina si preparava alla Rivoluzione Arancione. Boris Johnson è andato a Kiev nell’aprile 2022 per far saltare gli accordi di Istanbul, quando Russia e Ucraina avevano già firmato un testo negoziale. 

Lo stesso Johnson torna a Kiev nel settembre 2026, alla conferenza di un oligarca legato ai Clinton, con un titolo che sequestra lo slogan del presidente americano che sta cercando di chiudere quella guerra.

Un drone di precisione colpisce la locomotiva del treno dopo che i passeggeri sono scesi. 

Washington non dice una parola.

Chi racconta il bombardamento senza raccontare i ventidue anni di YES non sta facendo informazione. Sta facendo cronaca senza contesto.

E la cronaca senza contesto è la forma più efficace di disinformazione. 

La pratica chi la dichiara come mestiere, e la pratica chi sostiene di combatterla.

La mia domanda

___

Fonti principali: 

UPI, CNN, BBC, The New Daily, Der Spiegel; sito ufficiale YES (yes-ukraine.org); Victor Pinchuk Foundation; Wall Street Journal; Kyiv Post; Atlantic Council; Nonprofit Quarterly su Newsweek. 

Le dichiarazioni di Peskov sono da briefing ufficiale. Il dato su Johnson e Istanbul è dichiarazione pubblica di Putin, trattata come tale nel testo. 

Il legame Pinchuk-Clinton Foundation è documentato da fonti giornalistiche multiple e indipendenti. 

Le osservazioni sulla controinformazione italiana sono valutazioni dell’autore basate su monitoraggio diretto.


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